E l’isola e’ gia’ nel suo futuro

agosto 21, 2009

Non mi ha sorpreso l’annuncio di Fidel Castro sul suo ritiro dalla politica. E non perché il leader cubano non abbia recuperato un discreto stato fisico per un uomo 81enne operato d’urgenza venti mesi fa di diverticolite.
Fidel è un uomo coerente con se stesso e sa che il suo popolo, nel bene e nel male, lo ha sempre vissuto come il padre che risolve tutti i problemi, specie quelli più complicati.

Anche chi non lo ha approvato o non lo ha amato, ha sempre pensato, infatti, con gratitudine, che alla fine tutto si sarebbe risolto, perché ci avrebbe pensato Fidel.
Questa è stata la forza e la debolezza della Revolución, ma proprio per questo il Comandante ha sempre saputo che doveva preparare il popolo e il mondo ad una sua eventuale dipartita, in modo che non nuocesse all’equilibrio della rivoluzione.
Non a caso, nel messaggio di ieri ai compatrioti, segnala che si è sempre preoccupato, quando parlava, in questi venti mesi di convalescenza, della sua salute, di evitare illusioni che nel caso di un distacco repentino avrebbero potuto avere un impatto traumatico per il suo popolo, nel mezzo della battaglia che la politica di Cuba rappresenta, “Dovevo prepararlo alla mia assenza, psicologica e politica. Era il mio obbligo primario dopo tanti anni di lotta”. Per questo non ha mai trascurato di segnalare che, nel suo caso, si trattava di un recupero fisico “non esente da rischi”.

Il destino lo ha aiutato a farlo, regalandogli una lunga convalescenza di venti mesi, nella quale Cuba ha vissuto la sua famosa transizione (traghettata non solo da Raul Castro, ma anche dai ministri chiave dell’Economia, degli Esteri, della Salute pubblica e dell’Energia) senza sussulti e senza tensioni, come avrebbero sperato in Florida o in New Jersey. O, magari, in quelle squallide riunioni in Germania o in Repubblica Ceca dove, come è successo la scorsa estate, con la regia e i soldi del Dipartimento di Stato Usa, si mettono a punto ancora presunti piani per destabilizzare Cuba o farla vivere imprigionata perennemente in una strategia della tensione.

E così ora, come avevano detto coloro che guardano alla rivoluzione più laicamente e non facendosi accecare né dal pregiudizio, né dal favore, Cuba è già nel suo futuro, in uno scenario, tra l’altro, molto più favorevole di quanto solo dieci anni fa avrebbe potuto sperare.
Allora l’isola, costretta a sopravvivere dopo la fine dei rapporti economici privilegiati con le nazioni dell’ex impero sovietico, rischiò veramente il tracollo trovando poca solidarietà anche nel continente sudamericano, incapace, allora, di ribellarsi all’antistorico embargo decretato mezzo secolo fa dal governo degli Stati uniti verso quello dell’Avana.

Ora il vento che soffia nel continente è di progresso e di indipendenza. Otto nazioni latinoamericane, pur con diversa intensità e convinzione, hanno scelto governi con programmi sociali evidenti, il Brasile di Lula, l’Argentina dei Kirchner, l’Uruguay di Tabaré Vázquez, il Venezuela di Chávez, l’Ecuador e la Bolivia degli indigeni Rafael Correa ed Evo Morales, il Nicaragua di Daniel Ortega e, pur con i suoi limiti evidenti, anche il Cile della concertazione di Michelle Bachelet, donna presidente in un paese machista e militarista.
Tutti i leader di questi paesi, con più insistenza o con più pudore, hanno in tempi recenti riconosciuto i meriti dell’esempio e della lunga resistenza di Cuba nella possibilità di cambiamento sociale e politico che si è aperta nelle terre a sud del Texas, senza contare gli aiuti economici sostanziosi che i rapporti con paesi come il Venezuela e il Brasile hanno apportato all’economia di Cuba che ha ora un pil del 9%, grazie anche agli accordi con la Cina che compra tutto il nickel estratto nell’isola a prezzi di mercato e non artatamente ribassati, come l’Occidente, trenta anni fa, su insistenza degli Stati uniti, faceva per lo zucchero.

Si può dire, insomma, che non solo Che Guevara non era un visionario quando sognava la liberazione del continente, ma che anche Fidel Castro, pur frenato dal fallimento dell’applicazione pratica del marxismo e dai guasti patiti dalla società cubana nell’epoca della dipendenza dall’impero sovietico, sia riuscito a consegnare alla storia, dopo 50 anni, un paese ancora non esente da errori, ma sicuramente più attento ai diritti e alle esigenze dei cittadini, rispetto a quello che la sua rivoluzione liberò dalla corruzione del regime di Fulgencio Batista e dei mafiosi come Vito Genovese, Frank Costello e Lucky Luciano, che condizionavano la vita dell’isola.
Non solo, un paese che ha risolto molti dei problemi basici, di vita, che quasi tutte le nazioni latinoamericane, ostaggio dell’economia neoliberale, non si sognano ancora di attenuare o cancellare.

Lunedì il governo cubano ha liberato sette detenuti anticastristi arrestati nel 2003 con l’accusa di “aver attentato all’indipendenza e all’integrità territoriale dello Stato”, insomma sette accusati fra quelli vittime della “sindrome dell’assedio” che talvolta blocca le aperture della rivoluzione, o fra quelli ingaggiati dal Dipartimento di Stato Usa con i 140milioni di dollari stanziati nel 2007 dal governo di George W. Bush, per istallare all’Avana, come una volta, un protettorato degli Stati uniti.
Da quanto tempo si sarebbe potuta risolvere questa invincibile incomunicabilità che di fatto blocca l’evolversi della democrazia nell’isola?
Alla fine degli anni ’70 questo miracolo stava accadendo, per la disponibilità del Presidente nordamericano Jimmy Carter che aveva delegato il diplomatico Wayne Smith a trattare con Fidel Castro la fine delle ostilità e il ripristino delle relazioni. Ma poi Carter perse le elezioni. Vinse Regan e di pace non si parlò più.

Ora, l’uscita di scena di Fidel e le dichiarazioni di Barak Obama sulla cancellazione dell’embargo in caso di sua elezione alla presidenza degli Stati uniti, aprono nuovi scenari che ancora una volta il leader cubano favorisce, con il suo ritiro che proietta di fatto il paese nel futuro.
Fidel Castro, d’altronde, ha molti difetti, ma non quello di aver voluto il potere per il potere, ma semmai di averlo praticato per il testardo tentativo di far prevalere un modello di società da lui reputato il più etico e conveniente per il suo paese e per le terre povere del mondo.
La sua capacità di lavoro era d’altronde proverbiale. Non a caso García Márquez ha raccontato di lui:”L’ho visto spesso arrivare a casa mia portandosi dietro le ultime briciole di un giorno smisurato”.
Questa cocciutaggine l’ha spinto spesso all’intransigenza, a qualche durezza di troppo, ma non al desiderio di rimanere al suo posto se il suo compito era compiuto, terminato.

Credo che, pur con tutti i limiti di un desiderio di questo tipo, egli, in questa occasione, abbia reputato concluso il suo sforzo.
Sempre García Márquez, che lo conosce bene, ha scritto nel prologo del libro che riunisce le sedici ore di intervista che feci nel 1987 con il leader cubano: “La sua virtù politica sta nell’intravedere l’evoluzione di un fatto, fino alle sue più remote conseguenze”, ed ha aggiunto in un altro momento del saggio, “Indipendentemente da dove, da come e con chi è, Fidel è li per vincere. Non c’è un cattivo perdente peggiore di lui”.
E’ possibile che Castro, spinto dagli eventi, abbia reputato il suo ritiro dalla politica in questo momento, una ragionevole vittoria per i sogni della rivoluzione e per le aspettative del suo popolo.

pubblicato su Il Manifesto 20-2-2008


Articolo di Gianni Minà

Gianni Minà ha scritto 72 articoli su Latinoamerica.


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