Se Fidel e’ coerente con se’ stesso

agosto 21, 2009

Ieri, con una lettera all’ICRT, la tv statale di Cuba, letta nel corso del programma “Mesa redonda informativa”, Fidel Castro ha reso noto di non voler tornare al governo del paese, anche se le sue condizioni di salute, che sono migliorate negli ultimi mesi, glielo permettessero.
Fidel, che da un anno, dopo la delicata operazione per rimuovere alcuni diverticoli, partecipa al dibattito politico del paese e del continente, con acuti e lucidi interventi e riflessioni pubblicati dal “Granma”, ha ufficializzato quello che da tempo era chiaro a tutti coloro che non guardano alla Rivoluzione cubana con pregiudizio.

La famosa transizione che a Miami e alla Casa Bianca attendono da mezzo secolo è già avvenuta, senza che nell’isola si sia verificata la disgregazione o siano accaduti gli incidenti che negli Stati Uniti si aspettavano, o meglio si auguravano.

La Rivoluzione, che ha una struttura forte, e il consenso, ormai innegabile, della maggior parte dei cittadini, malgrado cinquanta anni di embargo e la strategia della tensione messa in atto contro l’isola da vari Presidenti nordamericani, è già nel suo futuro. Anzi, con il 9% di Pil vive una delle stagioni economicamente meno difficili della sua storia recente, dopo aver superato i terribili anni ’90, in cui dovette affrontare un doppio embargo, quello attuato dagli anni ’60 ad oggi dagli Stati Uniti, senza nessuna giustificazione plausibile, e quello dovuto alla fine degli accordi economici con i paesi dell’Est europeo, quando tramontò all’improvviso l’impero sovietico.

Gli accordi con il Brasile, la Cina e, per l’energia, con il Venezuela di Chávez, in cambio di personale medico e di assistenza sanitaria, orgoglio della Rivoluzione stessa, hanno creato una situazione che certamente ha favorito una rapida transizione senza ansie.
Se l’informazione su Cuba da parte dei media occidentali, spesso ostaggi dei governi di Washington, non fosse inguaribilmente pervasa di pregiudizio e a volte perfino grottesca, questa realtà era palese da tempo.

Ma i colleghi, anche quelli italiani, come Angela Nocioni di “Liberazione”, o come Omero Ciai di “Repubblica”, o Pierluigi Battista del “Corriere della Sera”, spesso desiderosi di rifarsi una verginità per il peccato di essere stati comunisti, nei loro viaggi nell’isola, o nelle loro riflessioni, guardando Cuba da Miami, Roma o Milano, non hanno voluto accorgersene. Hanno preferito, come nel caso della Nocioni, intervistare il solito giovane cubano senza cognome, ma con un paio di rituali “Ray Ban” sul naso, che sogna la competizione capitalista, quella che rende precario per sempre un ragazzo occidentale, invece di avvicinarsi ad un cubano orgoglioso figlio o nipote di quelli che hanno fatto assurgere l’isola, pur con tutte le sue contraddizioni, ad un esempio di resistenza nel continente, che ora rifiuta la brutalità dell’economia neoliberale, e cerca un nuovo destino.

Non c’è peggior cieco di chi non vuol vedere e Cuba, che ritorna nell’Organizzazione degli Stati Americani dopo esserne stata esclusa per anni per imposizione degli Stati Uniti, e che nel futuro prossimo è possibile entri nel “Mercosur”, è la prova, per il vecchio Fidel, di una resistenza premiata e che spiega il recente cambio di atteggiamento dell’Onu nei riguardi della situazione dei diritti umani nell’isola. Un tema che per anni gli Stati Uniti hanno usato come una clava nei confronti di Cuba, mentre organizzavano qualunque tipo di provocazione verso di essa e proteggevano il terrorismo che, in Florida, veniva organizzato per atterrare la Rivoluzione.

Un anno e mezzo fa Fidel Castro lasciò il governo del paese, responsabilizzando cinque persone, oltre a suo fratello Raúl, il ministro dell’Economia Carlos Lage, il ministro dell’Educazione José Ramón Machado Ventura, il ministro della Salute pubblica José Ramón Balaguer, e Felipe Pérez Roque, quarantenne ministro degli Esteri, artefice dei successi diplomatici di cui abbiamo parlato.
L’annuncio di Fidel, che pure è candidato a Santiago per la rielezione al Consiglio di Stato, è solo una conferma coerente alle decisioni prese nel momento dell’insorgere della sua infermità. Tutto il resto è il solito chiacchiericcio di un’informazione carente di ogni credibilità.


Articolo di Gianni Minà

Gianni Minà ha scritto 72 articoli su Latinoamerica.


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