L’America latina oggi, figlia della resistenza di Cuba e dell’utopia del Che

agosto 21, 2009

LATINOAMERICA 100 (N. 3 2007)

QUANDO NACQUE, VENTISETTE ANNI FA, LATINOAMERICA, LA RIVISTA CHE HO IL PIACERE DI DIRIGERE con Alessandra Riccio [una delle storiche fondatrici] si chiamava, come ho già detto, Cubana. Era il frutto della fascinazione di alcuni intellettuali italiani per quello che la Rivoluzione di Fidel Castro, Che Guevara e Camilo Cienfuegos rappresentava come esempio di riscatto e resistenza in America latina, un continente martoriato e colonizzato, per la seconda volta, dall’economia capitalista.

Gli Stati uniti, allarmati dal carattere intellettuale di quel movimento, avevano subito tentato -con l’embargo e una martellante campagna di discreditodi mettere con le spalle al muro la neonata Revolución, un’anomalia socialista a poche miglia dalla Florida che avevano visto consolidarsi in poco tempo e influenzare il continente e il mondo con idee o utopie egalitarie.

La Revolución sognava, infatti, di affermare una più onesta ripartizione delle risorse e della ricchezza fra gli esseri umani. Una bizzarria caraibica. Ma, al contrario di quanto tutti si aspettavano, Cuba, pur commettendo negli anni errori o atti di illiberalità, spesso favoriti da un’invincibile sindrome dell’assedio, resistette a tutto. E il continente latinoamericano, che ora sta rifiorendo fino a permettersi il lusso
di sperare, è sicuramente figlio di questa tenacia. Nelson Mandela, simbolo della dignità degli oppressi che ha trascorso ventotto anni in carcere per affermare il diritto all’autodeterminazione dei neri del Sudafrica, fino agli anni ’90 maggioranza ma mai governo nella terra che conclude quel continente, dieci anni fa ringraziò, con la sincerità dei semplici, Fidel Castro proprio davanti all’ex presidente degli Stati Uniti Bill Clinton, per la solidarietà e la generosità della Rivoluzione cubana nei momenti più bui della
sua patria.
È la spiegazione più semplice per capire perché, cinquant’anni dopo la dichiarazione dell’embargo Usa, diciotto anni dopo la fine del comunismo nell’ex impero sovietico, un anno dopo l’infermità che ha costretto Fidel Castro al ritiro dalla politica attiva, Cuba è ancora lì, orgogliosa e propositiva, capace di smentire tutte le azzardate previsioni fatte in Occidente sulla possibilità della Rivoluzione di reggere nel tempo.

Così si capisce perché un gruppo di intellettuali italiani, riuniti attorno all’insigne storico Enzo Santarelli, decise, all’inizio degli anni ’80, di imbarcarsi nell’avventura di raccontare con onestà e senza pregiudizi la novità politica, ideologica, culturale e umana rappresentata da Cuba, disorientando un’informazione ufficiale che non era pronta ad accettare che un’isola dei Caraibi diventasse, pur con i suoi limiti, un laboratorio di idee sul cammino della società, un ruolo fino ad allora prerogativa delle grandi nazioni europee, Russia compresa. La rivista di geopolitica nata in quel contesto è arrivata adesso al numero 100. E io, che l’ho avuta in consegna dal professor Santarelli e dalla sua compagna Bruna Gobbi con le uniche richieste di non farla morire e di non tradire l’anima “di sinistra” che l’aveva caratterizzata, festeggio il settimo anno del coinvolgimento in quest’impresa, onerosa e affascinante.
Non mi stupisco che questo anniversario veda ancora Cuba protagonista e già in cammino verso il suo
futuro, senza le tensioni e i cedimenti che molti avevano ipotizzato il giorno che Fidel Castro fosse uscito di scena. E non è un caso che questo passaggio lo racconti, in questo numero di Latinoamerica, Senel Paz, lo sceneggiatore di Fragola e cioccolato, il film che aprì la stagione dell’autocritica all’interno della Revolución.

Ci è sembrato quindi logico, visto il contesto, riservare una parte consistente di questo storico numero 100, proprio all’indiscusso protagonista -qualunque sia il giudizio che si ha di lui- di un’avventura umana e politica che ha segnato una parte della Storia moderna. Lo abbiamo fatto atraverso le parole di chi lo ha conosciuto per davvero e non lo descrive, quindi, con gli accenti, spesso grotteschi e costruiti ad arte a Washington o a Miami, che in questi anni hanno accompagnato ogni racconto sul suo operato.
E dovrebbe far pensare che la maggior parte di questi testimoni da noi scelti, siano intellettuali come García Marquez, Jorge Amado, Eduardo Galeano, Miguel Bonasso o Noam Chomsky, che rappresentano la coscienza più sensibile del continente americano.

Perché queste persone, nel giudizio sulla complessa figura di Fidel Castro, hanno scelto di smentire i luoghi comuni su di lui che la propaganda degli Stati uniti ha diffuso nella comunicazione mondiale? C’è evidentemente un modo diverso di leggere gli accadimenti del nostro tempo e nello scegliere chi sono i buoni e i cattivi, i democratici e i tiranni. Un modo che dovrebbe far riflettere. La Revolución, però, non è stata opera di un solo uomo, anche se fondamentale come Fidel Castro. L’eccezionalità della rivoluzione cubana sta nel fatto che, per esempio, uno dei suoi eroi, Che Guevara, venuto dall’Argentina inseguendo l’ideale della liberazione di un continente dall’ingiustizia e dallo sfruttamento,
sia diventato, ovunque, il simbolo per antonomasia di chi è pronto a darsi, a immolarsi per un’idea etica della vita. Sono passati quarant’anni dal giorno in cui Che Guevara è stato assassinato in Bolivia per timore che il suo messaggio fosse raccolto da troppi proseliti. Ammazzarlo, però, non è servito a nulla
L’America latina che cambia e imbocca finalmente un cammino di giustizia e di rispetto dei diritti di tutti, è figlia del sacrificio di tanti come lui che nel continente non hanno dubitato mai che la realtà potesse cambiare e potesse raffermarsi la possibilità di sperare.

Quando due anni fa, Evo Morales, indigeno aymara, ex leader dei contadini coltivatori della foglia di coca, i cocaleros, vinse con il MAS (Movimento al Socialismo) le elezioni in Bolivia, scrissi per il Manifesto un articolo che fu intitolato Il Che non era un visionario. Perché aveva un valore sicuramente simbolico il fatto che questa elezione fosse avvenuta nella terra dove Ernesto Guevara si era immolato, solo trentotto anni prima, per tenere fede ai suoi ideali di giustizia sociale. Una terra che nella sua storia più recente aveva vissuto la realtà grottesca e tragica di più di cento colpi di stato, una terra che era stata spesso governata (si fa per dire), fino agli anni ‘90, da impresentabili militari, assassini e corrotti, quasi tutti istruiti nella famigerata Escuela de las Americas, gestita dagli Stati Uniti, prima a Panama e poi a Fort Benning (Georgia).
Dopo l’elezione di un aymara in Bolivia, che ora molti Nobel della Pace hanno indicato come degno di questo riconoscimento per il 2007, è venuta quella di un quechua, Rafael Correa, in Ecuador, un economista formatosi all’Università di Lovanio, in Belgio, quella dove per anni ha insegnato sociologia François Houtart, il religioso, ora ottantaquattrenne, che è stato fra i fondatori del Forum di Porto Alegre, il laboratorio politico che, a partire dal 2000, ha battuto il tempo dei cambiamenti sociali, progressisti, in corso in America Latina.

Dunque, il continente che sta a sud degli Stati Uniti poteva essere liberato, come sognava il Che, o almeno avviato ad un riscatto, ad una riappropriazione delle risorse, saccheggiate per tanto tempo dalle politiche predatrici delle multinazionali del nord del mondo.
Credo che, a quaranta anni dal suo assassinio, bisogna riconoscere a Ernesto Guevara questa intuizione e questa fede. Molti, specie quelli che il subcomandante Marcos ha definito, in un suo recente
intervento all’ENAH (Scuola Nazionale di Antropologia di Città del Messico) “la sinistra mediatica”, quella di moda, insomma, obbietteranno che non c’era quindi bisogno, come sosteneva il Che, della lotta armata. Questo “beautiful people”, come lo chiamava ironicamente Manolo Vázquez Montalban, dimentica però, con assoluto cinismo, le migliaia e migliaia di vittime fatte dalla politica ufficiale, anche quando era definita democratica.

E specie quando questa politica è diventata un vero e proprio “terrorismo di stato”, come avvenne per il genocidio autorizzato dagli Stati Uniti in Guatemala negli anni Ottanta. O come la mattanza ordinata proprio in Bolivia nell’ottobre del 2003, dall’ex presidente Sánchez de Losada, solo perché gli indigeni (la maggioranza del paese, che però allora non governava) bloccavano le strade della capitale La Paz, perchè si negavano alla svendita a un cartello di multinazionali, del gas naturale, ultima risorsa di un paese depredato.
Senza il sacrificio di tanti come il Che, che “sentivano come una ferita aperta sulla propria pelle ogni prepotenza o ingiustizia commessa ai danni di un essere umano”, in un continente in ostaggio come l’America Latina, non sarebbe germogliata, in poco tempo, una coscienza dei propri diritti come quella
che, negli ultimi anni, ha portato Venezuela, Brasile, Argentina, Uruguay, oltre a Bolivia ed Ecuador, a rifiutare l’ALCA, (il trattato del libero commercio voluto dagli Stati Uniti) a respingere l’arroganza
di organismi come il Fondo monetario e la Banca mondiale o a sognare addirittura, attraverso il MercoSur, di costruire una comunità latinoamericana, autonoma e indipendente.

Senza il sacrificio di tanti come il Che, eroi silenziosi ed ignorati di una guerra civile continentale, pianificata dal Plan Condor voluto da Nixon e combattuta per anni contro feroci dittature militari, sconce oligarchie, politici corrotti, ma elusa o manipolata dai media, forse neanche il Cile della Concertazione [il patto politico fra democristiani e socialisti] avrebbe trovato il coraggio di processare Pinochet e la sua gang familiare, e di eleggere presidente, in un paese machista e militarista, una donna, Michelle Bachelet, che aveva conosciuto sulla propria carne gli oltraggi della dittatura militare.
E forse, senza l’esempio del Che, un movimento come quello zapatista non avrebbe costretto la politica messicana a riscrivere la propria agenda, decretando la prima disfatta in ottant’anni del PRI, il partito stato, e obbligato l’oligarchia di quel paese a ricorrere all’ennesimo broglio per non far vincere le elezioni, per la prima volta, a una coalizione di centro sinistra.
Ogni paese, ovviamente, ha scelto la sua via a seconda delle circostanze, dell’autonomia e del coraggio dei propri nuovi leader, ma in tutto il continente spira ora un’aria nuova, se perfino in Paraguay è nato un fronte progressista guidato da un vescovo, Fernando Lugo, che ha lasciato l’abito talare per inseguire un sogno politico di giustizia ed equità.

Ma, ora lo riconoscono in molti, tutto è nato con la presunta utopia del Che e della Rivoluzione cubana, esempio incredibile, pur fra tanti limiti e contraddizioni, di “resistenza e dignità”, come ha dichiarato il presidente brasiliano Lula.
Quell’imperdonabile popolo cubano, come ha ricordato recentemente il subcomandante Marcos, che è stato anche l’ultimo nel continente a rendersi indipendente ma il primo a liberarsi.
Per questo lascia perplessi, fra i tanti volumi usciti in questi giorni per approfittare della ricorrenza della morte dei Ernesto Guevara, che anche un diplomatico colto come Ludovico Incisa di Camerana, scriva nel suo appassionato libro I ragazzi del Che, di una rivoluzione mancata, che non è riuscita a cambiare un continente.

E che dovrebbe ancora succedere in America latina, visto che a seguire alla lettera la politica che conviene agli Stati uniti sono rimasti solo la Colombia, terra di paramilitari senza legge, il Messico, sempre sull’orlo di un’esplosione sociale e -in parte- il Perù dell’impresentabile Alan García?
Ma c’è anche chi tenta, come Dario Fertilio, un romanzo, La via del Che, ambientato in una Cuba “inquieta e spettrale, al crepuscolo del regime di Fidel Castro”. Un’ambientazione che appare francamente improbabile. Vorrei umilmente ricordare a Fertilio che Cuba è stato sempre un paese allegro e bailarino, anche nei momenti più duri, come quelli che segnarono gli anni Novanta, quando il paese dovette affrontare, oltre all’embargo americano, anche la fine dei rapporti economici con gli ex paesi comunisti dell’Est europeo. Figuriamoci adesso, con un Pil che supera il 9%, tutto il nichel estratto che viene venduto a un prezzo conveniente alla Cina, e il problema energetico risolto con l’aiuto del Venezuela di Chávez in cambio di un consistente sostegno alla sanità di quel paese.

Purtroppo per la credibilità dell’informazione, da quarant’anni il Che e Cuba sono quasi sempre raccontati come gli Stati uniti e i tanti supporters della loro politica vorrebbero che fossero, non come sono stati in realtà. Così, mentre in Occidente si cercava di capire cosa sarebbe stata la transizione nell’isola, dopo l’infermità che ha costretto Fidel Castro al ritiro dalla politica, Cuba è già entrata nel suo futuro, senza scosse e senza tensioni. E il Che, quarant’anni dopo che un agente della CIA, Felix Rodriguez, sotto le mentite spoglie di Felix Ramos, capitano dei rangers boliviani, gli dette il colpo di grazia al cuore in una scuola di Las Higueras in Bolivia, continua ad essere un protagonista della comunicazione del nostro tempo e, per molti, un indiscutibile punto di riferimento etico.
Ricordo sempre una riflessione di Eduardo Galeano: “Per quale motivo il Che ha questa pericolosa abitudine di continuare a nascere? Più lo insultano, lo manipolano, lo tradiscono, più
egli nasce. È il maggior nascente del mondo. Non sarà perché il Che diceva quello che pensava e faceva quello che diceva? Non sarà per questo che continua a essere così straordinario in un mondo dove le parole e i fatti si incontrano raramente, e quando si incontrano non si salutano perché non si conoscono?”.

E proprio il sovvertimento, in molti paesi, della condizione di impotenza dei cittadini riguardo al rispetto dei propri diritti, a caratterizzare la stagione attuale dell’America Latina. E non è per caso che questo cambiamento in Bolivia ed Ecuador, dove al governo sono arrivati per la prima volta gli indigeni che rappresentano la maggioranza della popolazione, inizi proprio con la riscrittura della Costituzione, fino a ieri al servizio delle avide oligarchie locali. L’operazione sarà più facile per Rafael Correa in Ecuador, specie dopo i risultati della consultazione del 30 settembre, dove nove milioni di cittadini hanno assicurato la maggioranza, con oltre settanta seggi nell’Assemblea Costituente, ai cadidati di Acuerdo Pais, il movimento in linea con il progetto di giustizia e di equità per tutti i cittadini, perseguito dal nuovo Presidente, che ha coltivato il gusto dell’etica all’Università di Lovanio, con un maestro come Francois Houtart, sociologo e prete indomito.

La riscrittura di una Costituzione più rispettosa dei diritti di tutti, anche di chi, fino a ieri, era escluso dal contesto sociale, si sta rivelando invece un’operazione più difficile del pensabile per la Bolivia di Evo Morales. La strategia della tensione messa in atto da un’oligarchia aggressiva, complice dei peggiori trafficanti del continente, e che, nella provincia ricca di Santa Cruz, mira, senza nasconderlo, alla secessione, costringe il Presidente indio ad una vera e propria guerra di posizione politica. Per fortuna l’America latina stessa non permetterebbe che la situazione precipitasse in una deriva, in un conflitto armato contro lo Stato.

Sono momenti cruciali questi, in un continente fino a ieri ostaggio del Fondo monetario, della Banca mondiale e delle multinazionali del Nord del mondo, ma ormai fermamente deciso a riappropiarsi del proprio destino.
Basta considerare cosa sta accadendo, mentre scriviamo queste note, in Costarica dove, malgrado un anno fa le elites economiche del paese avessero riesumato alla presidenza Oscar Arias, già in carica dall’86 al ‘90, per esser sicuri che il referendum sul Trattato di libero commercio con gli Stati Uniti [l’ALCA] sarebbe stato approvato senza problemi, ha visto invece il “sì” prevalere di pochissimo.
Anzi, per ora il risultato non è stato riconosciuto dall’opposizione guidata da Otton Solís, che ha chiesto il riconteggio manuale.
È il segno di una realtà profondamente mutata che ha uno spazio adeguato in questo numero 100 caratterizzato dal ritratto speciale di Fidel Castro, visto dagli intellettuali nord e sudamericani, un anno dopo la sua uscita dalla scena politica.

Siamo particolarmente orgogliosi dell’articolo di Senel Paz che apre il numero e che descrive con ironia come il problema del dopo-Fidel sia più un problema degli avversari che dei cubani. Una tesi confermata anche da Salim Lamrani nell’articolo sul diverso atteggiamento verso la Revolución di Barak Obama e Hillary Clinton, i due candidati democratici alla presidenza degli Stati Uniti, in caso fossero eletti. Salim Lamrani dedica anche un articolo all’ennesima gaffe del disinvolto Robert Ménard, dei Reporter sans Frontiéres, presunto difensore dei diritti umani che, confermando la sua dipendenza dall’apparato governativo degli Stati Uniti, in una trasmissione radiofonica ha fatto sapere che, in certi casi, è favorevole alla tortura, ovviamente in quelli pianificati dal Pentagono. Della pratica della tortura, da parte di strutture che spesso sostengono di combattere per la democrazia, si occupa Gianluca Ursini con la storia del flaco Villani, ex docente di fisica di Buenos Aires,al quale le immagini delle violenze nelle prigioni di Abu Ghraib e Guantanamo hanno risvegliato l’incubo delle torture subite nella famigerata Escuela mecanica de la Armada, dove i prigionieri sparivano per essere gettati in mare, o venivano anche bruciati.

Un articolo polemico a questo proposito lo dedichiamo al perchè la recente repressione nei riguardi del movimento dei maestri elementari a Oaxaca, Messico, o quella messa in atto quattro anni fa in Bolivia dall’ex Presidente Sanchez de Losada, poi fuggito a Miami, non abbiano avuto lo stesso risalto sui media della barbara ritorsione messa in atto dalla dittatura militare birmana, contro la rivolta dei monaci buddisti.
Dell’attuale e diverso momento di Bolivia, Colombia, Perù, Guatemala, Argentina e Cile si occupano, rispettivamente, Stefanoni, Piccoli, Moiola, Dante Liano e Carotenuto.

Dopo il settore “Analisi” completamente occupato dalle testimonianze sulla vicenda umana e politica di Fidel Castro, ci sembra interessantissima l’analisi critica che Cuba sta facendo del suo recente passato e che Alessandra Riccio introduce, presentando scritti di Senel Paz, Soledad Cruz e Aurelio Alonso.
Infine, nel settore “Cultura e Culture”, Raúl Zibechi propone uno studio sociologico sul mito del Che, oggi fra i giovani argentini, e Raúl Roa Kourí racconta suo padre, un intellettuale non comunista che Fidel Castro scelse come ministro degli Esteri della Rivoluzione, quando, su invito degli Stati Uniti, poche nazioni dell’occidente si azzardavano a dialogare con Cuba.
Buona lettura.


Articolo di Gianni Minà

Gianni Minà ha scritto 72 articoli su Latinoamerica.


Gianni Minà