L’ipocrisia della ex sinistra italiana su Cuba e Venezuela

agosto 21, 2009

 Da Latinoamerica, 83-84/2003

Con un ordine del giorno proposto da Iacopo Venier, responsabile esteri del PdCI, insieme al collega di partito Vacca, a Bugio, di Rifondazione, e Pettinari, dei Democratici di Sinistra, il Parlamento italiano, finalmente, ha impegnato il Governo “ad adoperarsi con sollecitudine, per la richiesta di estradizione in Italia del terrorista militante Posada Carriles, nel caso in cui il procedimento penale attualmente in corso presso la Procura di Roma, portasse ad un’incriminazione nei suoi confronti, per l’attentato terroristico del settembre 1997 all’hotel Copacabana de L’Avana, in cui perse la vita il giovane imprenditore italiano Fabio Di Celmo”. Posada, nonostante sia stato già identificato come responsabile di numerose azione terroristiche, sin dal 1976, non è mai stato processato per questi reati negli Stati Uniti.

E ci sono voluti dieci anni perché la melmosa politica italiana riuscisse a partorire un atto di coraggio che adombra la possibilità, piaccia o no al vicedirettore del Corriere della Sera Pierluigi Battista, di provare che gli Stati Uniti, mentre dicono di combattere il terrorismo, hanno favorito, e in alcuni casi sono stati addirittura complici, del terrorismo stesso, praticato dai gruppi eversivi anticastristi della Florida, benedetti e coperti dalla CIA. E’ per vicende scabrose e tutt’ora vive, come quelle del vecchio assassino Posada Carriles, scandalosamente ancora una volta lasciato libero recentemente dalla giustizia dell’amministrazione di George W. Bush, che gli Stati Uniti sono stati messi in minoranza nel riformato Consiglio dei diritti umani dell’Onu, tanto da indurli a farsi da parte, dopo che quest’anno a nazioni come Cuba è stato evitato il rito scomposto di governi come quello, qualche anno fa, uruguayano di Jorge Battle, o più recentemente quello della Repubblica Ceca, comprati con i soldi del NED, l’agenzia di propaganda della CIA, perché chiedessero, ancora una volta, la rituale censura all’Onu contro l’isola della Revolucion.

Pierluigi Battista si è stracciato le vesti per questa inversione di tendenza, dimenticando che sarebbe stato imbarazzante, per il Consiglio dei diritti umani dell’Onu, accettare di censurare Cuba o la Bielorussia, su pressione degli Stati Uniti, proprio nell’anno in cui il paese una volta bandiera della democrazia nel mondo, non solo è stato stigmatizzato pesantemente dal rapporto annuale di Amnesty International e da altre prestigiose agenzie umanitarie per le ripetute violazioni perpetrate nelle carceri di Abu Graib o nelle stie per prigionieri della base di Guantanamo, ma ha visto varare dal proprio Senato, una legge che rende legale la tortura, e un’altra che in pratica abolisce l’Abeas Corpus, la base di ogni diritto umano, che pretende una qualunque spiegazione, anche fasulla, se ti privano della libertà e ti assicura un avvocato difensore. Queste notizie, queste considerazioni, però, non sfiorano la sensibilità della grande informazione cosiddetta democratica del nostro paese, che le ignora, le elude, le nasconde, le tergiversa, le minimizza. Proprio il Corriere della Sera ha pubblicato, il 21 aprile e il 10 maggio, due notizie su Posada Carriles, senza mai riuscire ad associare al suo nome la qualifica di “terrorista”.

Una era titolata: “Usa, liberato Carriles (che è il secondo cognome, quello della madre, come in tutti i paesi di radice spagnola NDR), uccise un italiano”, che per chi non fosse a conoscenza delle imprese del Bin Laden latinoamericano, potrebbe far credere ai lettori che il fatto sia avvenuto per una lite di strada o da bar. La notizia del 10 maggio ha un titolo ancora più ambiguo: “Dissidente cubano, cancellate le accuse”, dove, oltre a porre capziosamente il dubbio che non si tratta di un feroce terrorista ma di un eroico combattente contro il regime di Castro, si insinua l’idea che siano state cancellate tutte le accuse per i suoi attentati, mentre gli sono state abbonate tutte le accuse per la sua entrata clandestina negli Stati Uniti due anni prima.

Come poteva, io penso, comportarsi una giudice di El Paso, Texas, che ha cambiato il suo atteggiamento severo verso Posada, in una notte, quando l’avvocato dell’imputato, Eduardo Sota, ha presentato per il suo cliente domanda di asilo politico negli Stati Uniti, perché “Luis Posada Carriles ha favorito gli interessi degli Stati Uniti per quaranta anni”? Tutte queste cose Pierluigi Battista le sa, come tutti quei cronisti che vanno a Cuba con una verità preconcetta in tasca, intervistano il solito taxista che ha un bel paio di Ray Ban ultima moda sul naso, o uno studente di cui si cita sempre e solo il nome di battesimo, che sogna di andare negli Stati Uniti, come la maggior parte dei latinoamericani in cerca di un domani, e poi, da queste fondamentali testimonianze, traggono la conclusione che Cuba è in crisi, o affamata.

Eppure non dovrebbero dimenticare che, malgrado le loro previsioni catastrofiche, Cuba è ancora lì dopo cinquanta anni di violenze subite e strategie della tensione, messe in piedi da dieci presidenti degli Stati Uniti, ed è ancora viva, diciotto anni dopo che è tramontato il comunismo di stampo sovietico, nei paesi dell’Est europeo e perfino Fidel Castro, dato per malato terminale, ad agosto dell’anno scorso, “Da fonti bene informate del Dipartimento di Stato”, è invece sopravvissuto, anche se sofferente per acciacchi ed età, tanto che si dedica più a scrivere che a partecipare di nuovo, come ora vorrebbero credere in occidente, alla vita politica di Cuba. Dovrebbero, questi reporter, per evitare il ridicolo, incominciare a pensare che, forse, qualcosa nelle loro analisi sui destini della Revolucion è stato sbagliato, o indotto dall’abitudine a credere, pedestremente fino in fondo, all’informazione manipolata messa in giro dal Dipartimento di Stato Usa, e dalle agenzie alle quali questo organismo governativo si appoggia, per far credere che il mondo corretto sia solo quello che conviene alle multinazionali e alla finanza speculativa dell’occidente, e non quello che non accetta questo pensiero unico. Questi rigurgiti di antipatia e di irrefrenabile malumore verso Cuba, e più recentemente verso il Venezuela, sono, d’altro canto, quasi sempre il flutto del parto giornalistico di ex comunisti o di presunti simpatizzanti della sinistra, che, per tante ragioni, spesso mediocri, hanno deciso, ad un certo momento, che tutto quello che hanno cantato fino a ieri acriticamente, deve essere oggi, sempre senza equilibrio, respinto con intransigenza.

Anni fa sostenni, su l’Unita, in polemica con il vecchio Maspero di Le Monde, che aveva utilizzato addirittura sei reportage per condannare e scomunicare Cuba, che la Revolucion non era responsabile dei sogni giovanili dello stesso Maspero, naufragati nella sua Francia e in Europa. Successivamente, anche Omero Ciai decise che era arrivata l’ora, sempre su l’Unità, di prevedere la fine e la catastrofe dell’esperimento cubano, “Castro governa un paese di miserabili”, titolò un suo articolo su l’Unità, prima di passare a la Repubblica. Per fortuna di Cuba, malgrado la tremenda esperienza del periodo especial, quando l’isola, negli anni ’90, dovette sopravvivere a due embarghi, quello antico nordamericano, e quello nuovo dovuto al tramonto del comunismo nei paesi dell’Est europeo, a cui la sua economia era legata, le cose sono andate diversamente. Ma Ciai continua a scrivere sulla vita di questo paese, lo stesso articolo da dieci anni.

Sarebbe sufficiente consultare quegli organismi internazionali, dai quali tutti i giornalisti che hanno rispetto del mestiere, traggono notizie, dati e cifre indiscutibili, sulla realtà dell’isola. Se lo avesse fatto anche Angela Nocioni di Liberazione, ricorderebbe, nella sua recente requisitoria contro la rivoluzione, non solo che a Cuba (malgrado i suoi limiti e le sue illiberalità), c’è la più alta media di vita del continente e la più bassa mortalità infantile di tutte e tre le americhe, compresa quella del Nord, ma anche, come ho scritto nel penultimo numero di Latinoamerica, che allo Sri Lanka, quando disperato dopo lo tzunami del 2005 chiedeva come organizzarsi per affrontare un eventuale prossima emergenza, l’agenzia delle Nazioni Unite che si occupa delle catastrofi naturali, aveva risposto di andare a studiare l’organizzazione della Protezione Civile di Cuba, dove, quando passa un uragano, al massimo muore una persona, e non migliaia come in centro America, o fa una strage, come il passaggio di Katrina a New Orleans.

Queste capacità, concorderà la Nocioni, hanno a che fare con il rispetto dei diritti umani delle popolazioni. Se amasse, inoltre, fare questo tipo di ricerca, la Nocioni, la quale minimizza i successi della sanità cubana, improvvisamente scoprirebbe che, in quei paesi latinoamericani dove invece del discutibile socialismo castrista, trionfa la logica del mercato neoliberale, tanto caro ai comunisti pentiti, l’assistenza sanitaria proprio non esiste, come potrebbero ricordarle i ragazzi venuti dalle campagne di Salvador, Nicaragua, Honduras, Guatemala, e perfino di alcuni ghetti delle città nordamericane, che si sono laureati alla Scuola di Medicina de L’Avana, supplendo all’assenza di qualunque assistenza sanitaria nei territori da dove arrivavano. La stessa testimonianza, la collega avrebbe potuto ascoltare, se avesse avuto voglia di intervistare, invece del giovane cubano senza cognome che sogna la competizione capitalista che rende precario per sempre un ragazzo occidentale, uno dei cinque milioni di abitanti dei ranchitos del Venezuela, che solo con l’avvento di Chavez al governo, hanno scoperto l’esistenza di maestri e medici nella loro vita quotidiana. O che ha avuto un parente, fra i centomila venezuelani che avevano perso la vista per fame, e che, nel 2006 con un ponte aereo fra Caracas e L’Avana, sono andati a riacquistarla con una semplice operazione, nelle strutture della sanità cubana, tanto sconosciuta dalla Nocioni stessa. L’anno scorso, come ho già scritto, questa organizzazione sanitaria ha laureato duemilatrecento quattordici profesionales de la salud, e millecinquecento novantatre medici di ventisei paesi. L’isola della Revolucion ha settantunomila medici, di cui trentamila all’estero, dal Venezuela all’Angola, al Pakistan o a Giava. Molti più di quanti ne può mettere a disposizione l’Organizzazione mondiale della sanità.

E se qualcuno si ferma all’estero, perché vuole mettersi in proprio, lo può fare perché un paese non egoista, come quelli del decantato capitalismo, gli ha regalato una professione e una dignità, invece di consumi inutili, o una vita ignorante. Non so perchè tutto questo non venga tenuto in conto da chi continua a dare di Cuba l’immagine che suggeriscono le agenzie Usa addette al reclutamento di giornalisti pronti a vendere l’anima, o a mentire sulla realtà dell’isola per un pugno di dollari (come ha confermato lo scandalo scoppiato quest’anno, e che ha coinvolto anche tre opinionisti del Miami Herald). Penso che, forse, può avere a che fare con una vecchia malattia di molti ex teorici della sinistra, e che si chiama opportunismo. Basterebbe, infatti, una notizia come quella pubblicata il 2 giugno dal Corriere della Sera nella pagina degli esteri, per capire quanta violenza ingiusta abbia dovuto sopportare e sopporti, da mezzo secolo, una strategica isola dei Carabi come Cuba, solo per essersi ribellata al modus vivendi deciso dagli Stati Uniti per quella zona del mondo. La notizia adombra palesi “divergenze” fra Condoleeza Rice e il governo Zapatero, sulla politica da seguire per garantire una “transizione democratica a Cuba”. Nonostante il Ministro degli Esteri spagnolo Moratinos abbia affermato che i colloqui hanno “normalizzato completamente” la relazione fra Spagna e Stati Uniti, dopo tre anni di disaccordi anche sull’Iraq e il Venezuela, il primo Segretario di Stato americano donna, infatti, ha voluto sottolineare di nutrire “seri dubbi” sulla “strategia di dialogo” intrapresa del governo di Madrid nei confronti di quello de L’avana.

 Perché, mi domando, la Spagna non dovrebbe dialogare con Cuba? E chi glielo da il diritto, a Condoleeza Rice, al suo Presidente e al suo paese, di pretendere che il governo spagnolo, forte anche di una storia antica, nel bene e nel male, condivisa con Cuba, insista in una politica di chiusura verso la Revolucion? Quali peccati ha commesso Cuba, diversi da quelli della maggioranza dei paesi del mondo (anche di quelli che si ritengono indiscutibili), perché debba essere in qualche modo punita, dal mondo che si dichiara civile e democratico? La Comunità Europea, nel 2003, dopo le fucilazioni a L’Avana di tre degli undici sequestratori del Ferry Boat della baia della città, ultimo atto di una strategia della tensione messa in atto esplicitamente dagli Stati Uniti, e che aveva visto pianificare anche tre dirottamenti di aerei, aveva stabilito delle sanzioni discutibili contro Cuba. Perché Cuba, anche colpevolmente esagerando nella scelta della sua difesa, aveva reagito ad un chiaro tentativo esterno di sopraffazione. Una reazione estrema, non diversa da quella messa in atto dagli Stati Uniti, dopo gli attentati dell’11 settembre. In discussione, quindi, non c’è il diritto a farlo, ma in nome di quale modello di società o di quale ideologia lo fai, e chi è autorizzato a farlo e chi no. Le sanzioni che Aznar e Berlusconi, sollecitati da Bush, avevano ottenuto a Bruxelles per punire la reazione di Cuba, non aveva tenuto conto della prepotenza che gli Stati Uniti, anche in quell’occasione, avevano tentato di imporre alla rivoluzione.

Ma passati tre anni, in cui Cuba è sopravvissuta ed è riuscita a prescindere dalla politica economica europea, grazie alle nuove relazioni col Venezuela, col Brasile e con la Cina, che diritto avremmo, ancora, di angariare il popolo di quel paese? Condoleeza Rice non l’ha saputo dire né a Moratinos, né al Premier Zapatero. Vorrei che qualcuno dei maitre a panzer della nostra ipocrita società, tanto intransigenti con la Revolucion, me lo spiegasse. Dopo cinquanta anni di presuntuose lezioni al popolo cubano, mi piacerebbe sentire che qualcuno cominci ad accostarsi a quel paese rispettando il suo diritto di autodeterminazione. Pierluigi Battista si può offendere quanto vuole, ma gli applausi a Cannes al film di Michael Moore, che mette a nudo la penosa inconsistenza e ingiustizia della sanità negli Stati Uniti, e, in contrasto, la capacità dell’organizzazione medica di Cuba di curare le vittime delle polveri dei calcinacci, e di tutte le conseguenze fisiche e psichiche degli attentati dell’11 settembre, sono una clamorosa lezione di umiltà per il presuntuoso mondo capitalista, troppo spesso in mala fede. Ha affermato Aviva Chomsky, docente di storia del Sud America e dei Carabi al Salem State College, figlia del prestigioso Noam, linguista e sociologo al Mit di Boston, “Anche sul terreno giudiziario gli Stati Uniti non hanno nulla da insegnare ai cubani.

La maggior parte dei prigionieri politici dell’isola non stanno nelle prigioni della rivoluzione, ma in quelle della base nordamericana di Guantanamo. Gente carcerata senza il diritto di essere difeso da un avvocato, in un processo regolare. Il sistema legale a Cuba, poi, sarà pure imperfetto, ma è milioni di volte migliore di quello, per esempio, messicano o colombiano”. Già, non ho mai letto un reportage, dei giornalisti che vanno a Cuba, che abbia affrontato la miseranda situazione dei diritti umani, in paesi come la Colombia, dove i paramilitari, protetti dal governo, la fanno da padroni, o come il Messico, dove, durante la presidenza di Fox, il compare di Bush, sono stati uccisi oltre venti giornalisti, e dove la recente repressione a Oaxaca, ha lasciato dietro di sé non solo morti, ma cittadini torturati o spariti. Aviva Chomsky, sulla doppia morale di paesi come il nostro, nel giudicare le illiberalità di Cuba rispetto a quelle del resto del continente, è spietata: “La situazione dei diritti negati, nel resto dell’America Latina rispetto a Cuba, è molto più preoccupante. Nella terra di Fidel non ci sono squadroni della morte, torture e omicidi politici, mentre sono state vinte le guerre contro la povertà, l’esclusione e l’esproprio”. Pierluigi Battista se lo dimentica sempre, sostenendo che la specialità di Cuba non è l’educazione, la cultura, la sanità, lo sport, ma le carceri.

 Ci dovrà un giorno dire da quale fonte credibile attinge questi dati, dopo che il rapporto annuale di Amnesty International dedica, per esempio, nove pagine agli Stati Uniti e tre a Cuba. Uno studio dell’Economist sulla tranquillità della vita nelle nazioni del mondo, basandosi sui conflitti interni e non, criminalità, rischio terrorismo, pone la Norvegia in testa, davanti alla Nuova Zelanda e alla Danimarca, in questa ipotetica “classifica della pace”. La Spagna è ventunesima. L’Italia è trentatreesima, davanti alla Francia. Cuba è cinquantanovesima. Gli Stati Uniti novantaseiesimi. Non so quale valore dare a questi studi, certo mi costringono a domandare a D’Alema da dove trae la sua certezza che sia stata giusta la vittoria del liberalismo, che ha sconfitto il comunismo perché ha difeso i suoi cittadini. La mia domanda è: quali cittadini? Quel venti per cento dell’umanità che è fuori dalla povertà? E gli altri?

 


Articolo di Gianni Minà

Gianni Minà ha scritto 72 articoli su Latinoamerica.


Gianni Minà