Processo Esma

agosto 21, 2009

Si è conclusa con cinque ergastoli la vicenda giudiziaria che, a quasi 30 anni dal golpe in Argentina, ha avuto protagonisti cinque ufficiali della Marina per l’omicidio volontario premeditato – aggravato dalle sevizie e crudeltà – degli italo-argentini Angela Aieta, Giovanni Pegoraro e di sua figlia Susanna, desaparecidos durante l’ultima dittatura.
Gli imputati Jorge Acosta, Alfredo Astiz, Antonio Vanek ed Hector Febres non erano presenti in aula, si trovano agli arresti domiciliari o in carcere in Argentina. Jorge Vildoza è invece latitante da 21 anni.

La sentenza e’ andata al di la’ delle aspettative: il pubblico ministero Francesco Caporale aveva infatti chiesto, il 28 febbraio scorso, quattro ergastoli e l’assoluzione per Antonio Vanek. Soddisfazione e’ stata espressa dal pm, dalle parti civili avvocati Giancarlo Maniga e Marcello Gentili. Quest’ultimo ha tenuto a sottolineare che “la condanna anche di Vanek – che noi abbiamo dimostrato essere il coordinatore dei voli della morte – fa salva la memoria di tutte le vittime e fa salva la sofferenza di tutti i vivi”. Soddisfazione anche dall’Avvocatura dello Stato e dalla provincia di Cosenza, parti civili nel processo.
Angela Aieta fu sequestrata dai militari il 5 agosto del 1976, detenuta all’ESMA, torturata e fatta sparire. Il sequestro di Angela fu deciso dai militari a causa della sua lotta per la liberazione del figlio, Dante Gullo, dirigente della Gioventù Peronista in galera dal 1975 e rilasciato nel 1983.
Giovanni e Susanna Pegoraro furono sequestrati il 18 Giugno del 1977 e qualche mese dopo portati all’ESMA, dove Susanna partorì una bambina adottata da un Sottoufficiale di Marina. La bambina è stata ritrovata nel 1999 ma ha rifiutato di sottoporsi alle analisi del sangue.

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II CORTE DI ASSISE DI ROMA

SVOLGIMENTO DEL PROCESSO

A seguito di denuncia presentata in data 15/6/99 da Inocencia Luca, vedova Pegoraro, la Procura della Repubblica presso il Tribunale di Roma iscriveva al n. 9241/99R procedimento penale a carico dei cittadini stranieri Acosta Jorge Eduardo, Vanek Antonio, Febres Hector Antonio, Vildoza Jorge Raul e Astiz Alfredo Ignacio per il delitto di omicidio aggravato in danno dei cittadini italiani Giovanni e Susanna Pegoraro ed Angela Maria Aieta, avvenuti in Argentina nell’anno 1977.
In data 29/7/99 il Ministro di Grazia e Giustizia inviava formale richiesta di procedere contro i predetti cittadini stranieri ai sensi dell’art.8 C.P., “rilevato che le condotte riferibili ai summenzionati cittadini argentini, all’epoca dei fatti militari in servizio presso la marina militare di quel Paese, appaiono determinate da motivi politici e risultano commesse in danno dei cittadini italiani Giovanni e Susanna Pegoraro ed Angela Maria Aieta in ragione dei loro convincimenti politici”.

Esperite le indagini, il Pubblico Ministero richiedeva l’udienza preliminare all’esito della quale il Gup di Roma, con decreto del 5/4/06, disponeva il rinvio a giudizio degli imputati davanti a questa Corte per rispondere del reato continuato di cui alla rubrica.
All’udienza dibattimentale dell’8/6/06, verificata la regolarità delle notifiche e dichiarata la contumacia di Jorge Raul Vildoza, veniva ammessa la costituzione delle parti civili e l’intervento ex art.93 C.P.P. delle associazioni “Abuelas de Plaza de Mayo” e “Comision de familiares de desaparecidos y detenidos por razones politicas” e della Regione Calabria, della quale era originaria Angela Maria Aieta; la Corte respingeva l’eccezione di difetto di giurisdizione sollevata dai difensori degli imputati, come da separata ordinanza; venivano, infine ammesse le prove e, successivamente, si dava inizio all’istruzione dibattimentale che si protraeva per numerose udienze, all’esito delle quali le parti concludevano come da verbale.

MOTIVI DELLA DECISIONE

La copiosa istruttoria dibattimentale ha consentito di accertare giudizialmente ciò che, del resto, era già noto storicamente: che negli anni tra il 1976 ed il 1983 si instaurò in Argentina una feroce dittatura militare che, con il pretesto di contrastare la guerriglia e di frenare il diffondersi delle idee marxiste, portò a termine con metodi disumani un vero e proprio genocidio.
Il processo odierno è il secondo che si celebra in Italia essendo stato preceduto da quello celebrato dalla Corte di Assise di Roma conclusosi con la sentenza di condanna di altri militari del 6/12/2000, passata in giudicato ed acquisita agli atti unitamente alle sentenze di conferma della Corte d’Assise d’appello e della Corte di Cassazione: sono stati, inoltre, acquisiti altri documenti tra i quali il rapporto della CONADEP ( Commissione Nazionale sulla Scomparsa di Persone) istituita dal Governo argentino dopo il ritorno alla democrazia allo scopo di indagare sulla tragica vicenda dei “desaparecidos” (il rapporto è stato raccolto nel libro “Nunca mas” (Mai più), così intitolato dalle parole conclusive della requisitoria del Pubblico Ministero Julio Cesar Strassera al processo contro i militari della Giunta) ed il libro “Il volo” del giornalista argentino Horacio Verbitsky nel quale sono raccolte le confessioni sui “voli della morte” dell’ufficiale Adolfo Scilingo, documentate anche in una videocassetta; tali documenti e le testimonianze dello stesso Horacio Verbitsky, a sua volta detenuto e torturato in un centro di detenzione illegale, di Magdalena Ruiz Guinazu (membro della CONADEP), di Italo Moretti (inviato speciale della Rai negli anni della dittatura), e di Enrico Calamai (console presso il Consolato italiano a Buenos Aires), consentono una ricostruzione del contesto storico e sociale nel quale affondano le radici della tragedia argentina, contesto nel quale appare di particolare rilevanza la controversa figura di Juan Domingo Peron.
Già dal 1930 vi erano stati dei colpi di stato militari che continueranno fino all’ultimo del 24/5/1976 e che, con frequenza quasi decennale, alternarono governi militari a governi democraticamente eletti; peraltro, nel periodo prebellico i governi avevano forti simpatie per le potenze dell’Asse e la cultura di cui erano permeate le forze armate argentine era molto vicina a quella nazifascista (anche se ciò non impedì all’Argentina, probabilmente per ottenere le simpatie dei vicini e potenti Stati Uniti, di dichiarare guerra alla Germania quando ormai Berlino era stata già occupata).

Questo continuo alternarsi di governi legittimi e militari (sulla base del quale si è elaborata la c.d. “teoria del pendolo” che oscilla in continuazione tra Parlamento e Caserma), come riferisce il teste Julio Velasco, trova una giustificazione nella circostanza che in America Latina l’esercito rappresentava una istituzione amata e rispettata dal popolo che doveva ai militari la propria indipendenza dal dominio spagnolo; le Forze Armate avevano, poi, una grande influenza sull’industria argentina alla quale dedicavano particolare attenzione ritenendola parte integrante della difesa nazionale, memori del fatto che, durante la seconda guerra mondiale, a causa della dipendenza dalle importazioni industriali l’Argentina si era trovata in grande difficoltà (ad es. le autovetture erano costrette a viaggiare sui binari per la carenza di pneumatici); inoltre, delle forze armate facevano parte gli elementi più rappresentativi della società e l’esercito era visto come una riserva di risorse alle quali attingere nei momenti di difficoltà (si diceva che, in quei casi, si andava “a bussare alla porta della caserma”).

Come riferisce il teste Moretti, in Argentina, sin dal 1800, vi fu una forte immigrazione italiana tanto che circa il 40% dei 35 milioni di abitanti ha ascendenti italiani ed i rapporti tra i due paesi sono stati sempre molto stretti; nell’ambito di tali rapporti Peron venne inviato in Italia tra il 1934 ed il 1941 per studiare il corpo degli Alpini che gli argentini volevano insediare sulle Ande a difesa dei confini contro lo storico nemico cileno; rientrato nel suo paese, nel 1943 Peron partecipò ad un colpo di stato militare assumendo la carica di segretario al lavoro ed alla previdenza sociale, attuando una politica di ispirazione cattolica rispettosa dei diritti dei lavoratori e cominciando a riscuotere consensi nella popolazione; il suo successo politico generò invidie nei suoi stessi colleghi che, nel 1945, lo arrestarono, ma dovettero liberarlo immediatamente a seguito di una vera e propria sollevazione popolare: nasceva in tale occasione il movimento peronista, ancora oggi molto presente, che l’anno successivo lo portò ad essere eletto Presidente della Repubblica.

Gli Stati Uniti non videro di buon occhio tale elezione a causa delle sue simpatie naziste, ma Peron riuscì ad alimentare il suo carisma con una politica populista (riforme sociali, introduzione del sindacato unico Centrale Generale del Lavoro, ferie per le donne incinte, voto alle donne) sostenuto anche dalla figura della moglie Evita (deceduta nel 1952) che, grazie alla sua grande comunicatività, aveva forte presa sul popolo argentino.
Le casse dello Stato erano piene di valuta pregiata grazie all’esportazione, soprattutto di derrate alimentari in un’Europa affamata dopo il conflitto mondiale ma, man mano che l’Europa si riprendeva, l’Argentina calava in una progressiva crisi economica che, nel 1955, portò ad un colpo di stato militare secondo la già esposta teoria del pendolo; il presidente militare Pedro Arambaru impose lo stato d’assedio, fece fucilare diversi esponenti peronisti, chiuse il Parlamento e la Corte Suprema; Peron andò in esilio in Spagna, sotto la protezione del dittatore Franco.

Tre anni dopo furono indette le elezioni, ma il governo eletto venne nuovamente rovesciato nel 1966 da un altro colpo di stato che insediò alla Presidenza il capo dell’esercito Juan Carlos Ongania che, ancora una volta, sciolse Parlamento e Corte Suprema.
Come in tutto il mondo, anche in Argentina la fine degli anni sessanta fu caratterizzata da fermenti e proteste giovanili che Peron, dal suo esilio spagnolo, strumentalmente ed ambiguamente stimolava fingendo simpatie marxiste al solo scopo di mobilitare i giovani, già soffocati dalla dittatura militare: nacquero così delle organizzazioni di resistenza politica, come la Gioventù peronista ed i Montoneros (di provenienza cattolica), e di vera e propria guerriglia, come l’Esercito Rivoluzionario del Popolo (ERP) e le Forze Armate Rivoluzionarie (FAR).

Queste organizzazioni, anche mediante atti di terrorismo, misero in crisi il governo del generale Alejandro Lanusse, succeduto al generale Lenvingston già succeduto ad Ongania, il quale preso atto della difficoltà di combattere la guerriglia cercò di isolarla politicamente con nuove elezioni alle quali furono ammessi esponenti peronisti; ma per evitare una sicura vittoria di Peron, Lanusse stabilì che potevano candidarsi solo coloro che erano residenti nel Paese prima dell’agosto 1972.
Peron, acclamato da migliaia di persone che avevano creduto alle sue promesse di una Patria socialista, poco prima delle elezioni tornò brevemente in Argentina per preparare il suo definitivo rientro sulla scena politica, utilizzando a tale scopo anche il torvo aiuto del capo della Loggia P2, Licio Gelli, ritratto al suo fianco sull’aereo dell’Alitalia che li portava a Buenos Aires. Non potendosi presentare personalmente alle elezioni, designò come suo sostituto Hector J. Campora che, nel marzo del 1973, venne eletto Presidente con largo vantaggio sugli altri candidati, in un clima apparentemente di sinistra tanto che ai festeggiamenti parteciparono il Presidente cubano ed il Presidente cileno Salvador Allende che, circa sei mesi dopo, verrà assassinato durante il golpe del generale “fellone” Pinochet.

Il 20 giugno del 1973 Peron fece il suo definitivo rientro in terra argentina; in attesa del suo arrivo, il segretario di Campora, Josè Lopez Rega (ex poliziotto dalle singolari credenze esoteriche), sistemò un gruppo di militari sul palco d’onore dal quale Peron avrebbe tenuto il suo discorso; più di un milione di giovani peronisti erano affluiti nella piazza antistante l’aeroporto “Ezeiza” di Buenos Aires ed, appena la folla cominciò ad avvicinarsi al palco, i militari aprirono il fuoco con armi automatiche mietendo numerose vittime tra i giovani della sinistra; cominciava a sciogliersi l’equivoco peronista il cui movimento era nettamente diviso tra una destra conservatrice, contraria ad ogni riforma sociale, ed una sinistra giovanile non estranea a posizioni estremiste.
Peron (iconograficamente descritto dal teste Verbitsky come un animale mitologico con la testa di destra ed il corpo di sinistra) prese immediatamente a pretesto l’evento schierandosi contro la sinistra, costrinse Campora alle dimissioni ed, all’esito di nuove elezioni, venne eletto Presidente il 23 settembre 1973, nominando vice presidente la sua nuova moglie Isabelita.
La definitiva rottura con la sinistra avvenne, però, il 1° maggio del 1974 allorchè, durante il comizio in Plaza de Majo, i giovani peronisti mostrarono di non gradire la figura di Isabelita, impedendole di parlare e cominciando a scandire il nome di Evita da sempre ritenuta, a torto o a ragione, la vera ispiratrice delle prime riforme sociali introdotte da Peron; questi non tollerò tale atteggiamento e, definendoli “imberbi imbecilli”, si scagliò contro i Montoneros i quali, dal canto loro, gli voltarono fisicamente le spalle come per sancire, anche visivamente, l’irrecuperabile frattura.

Il governo di Peron durò pochi mesi poiché la morte lo raggiunse il 1° luglio di quello stesso anno; venne formalmente sostituito da Isabelita che, però, non aveva né il carisma, nè il seguito popolare di Evita; nella realtà Isabelita era solo un ostaggio nelle mani dei militari e la effettiva conduzione del governo venne presa dallo “stregone” Lopez Rega al quale si deve la creazione della cd. Triple A (Alleanza Anticomunista Argentina) composta da squadroni della morte che sequestravano, torturavano ed uccidevano chiunque fosse sospettato non solo di atti di guerriglia, ma anche di attività sindacali o, comunque, di simpatie per le teorie marxiste (a proposito della confusione della quale era permeato il peronismo, il teste Verbitsky riferisce che la Triple A, da alcuni esponenti della sinistra, inizialmente veniva ritenuta l’abbreviazione di “Alleanza Antimperialista Argentina”).
Dalla parte opposta la violenza veniva esercitata dai Montoneros che attuavano una guerriglia prevalentemente urbana (e che per tale motivo cominciarono a perdere consenso popolare), e dall’ERP che effettuava azioni nelle zone rurali del Paese.

In tale contesto fu facile per i militari convincere Isabelita a firmare un decreto nel quale letteralmente si ordinava l’annientamento (“anniquilamiento”) di entrambi i gruppi di guerriglia, cosa che fu diligentemente portata a termine attraverso una violenta repressione che inflisse gravi perdite ai Montoneros e distrusse di fatto l’intero Esercito Rivoluzionario Popolare.
Ciononostante il governo di Isabelita fu ritenuto debole ed incapace di controllare l’ordine pubblico e, soprattutto, l’economia precipitata a livelli di recessione con un’inflazione annua del 400%: come riferisce il teste Moretti, l’Argentina era un paese ricco di risorse, in grado di sfamare 150 milioni di persone, mentre circa il 40% della popolazione era alla fame; con il consenso o l’indifferenza di gran parte della popolazione, ormai stanca della violenza e della miseria, il pendolo si spostò nuovamente verso le caserme ed il 24/3/76 i militari portarono a termine l’ennesimo colpo di stato imprigionando Isabelita e sciogliendo il Parlamento e la Corte suprema di giustizia.
Il governo venne assunto da una giunta militare formata dai capi delle tre Forze Armate: Videla, Presidente della giunta, per l’Esercito, Massera per la Marina ed Agosti per l’Aeronautica.

I generali argentini avevano, intanto, imparato la lezione cilena: la brutalità del golpe del 1973 aveva suscitato reazioni indignate di buona parte della comunità internazionale ed un’eventuale identica reazione avrebbe potuto essere deleteria per la già precaria economia argentina; essi optarono, dunque, per una linea apparentemente morbida, formalmente opposta a quella cilena: tanto fu esibito, ostentato il golpe in Cile con l’inutile, spettacolare bombardamento della Moneda, i carri armati in strada, lo stadio pieno di prigionieri politici, tanto fu silenzioso, nascosto, scientifico questo in Argentina: ebbero improvvisamente termine anche le sanguinarie imprese della famigerata Triple A, i cui membri vennero convogliati nelle strutture segrete della dittatura. La persecuzione politica fu clandestina, senza camionette o blindati e Buenos Aires appariva come una tranquilla città nella quale la vita proseguiva normalmente, tanto che, almeno all’inizio, il golpe fu accolto con sollievo da parte della società argentina e fu ritenuto ineluttabile anche da parte della stampa democratica (Le Monde – Washington Post).

La realtà era ben diversa e, con il passare del tempo, non tardò a rivelarsi: i militari avevano organizzato in tutto il Paese circa trecentocinquanta centri di detenzione illegale (CCD) nei quali le persone sequestrate venivano sistematicamente torturate e, nella gran parte dei casi, uccise: uno di questi centri era l’ESMA (Escuela de Mecanica de l’Armada), gestito dalla Marina Militare (Armada), situato nella immediata periferia di Buenos Aires su un’area di diciassette ettari con diversi edifici; i primi tempi, di notte, si sentivano degli spari e si vedevano dei fuochi: erano i corpi dei prigionieri che venivano bruciati dopo essere stati passati per le armi; il numero dei prigionieri presenti era molto alto e, per liberare spazio, venivano periodicamente soppressi; anche all’ESMA iniziarono i “voli della morte” ed ogni mercoledì partiva un aereo militare che lasciava precipitare i prigionieri ancora vivi, anche se storditi con iniezioni di barbiturici, nel Rio della Plata o nell’Atlantico meridionale.

Diversamente dal Cile, nel quale Pinochet fu dichiarato dittatore a vita, in Argentina si seguiva il metodo dell’anzianità di carriera e nel 1981 Videla fu costretto a dimettersi per raggiunti limiti di età, venendo sostituito dal generale Viola al quale subentrò, a fine anno, il generale Galtieri che, allo scopo di distogliere l’attenzione dagli orrori compiuti negli anni precedenti, come spesso fanno i dittatori, cercò di ricompattare il popolo argentino sotto la bandiera del nazionalismo: nel 1982, infatti, militari argentini occuparono le isole Malvinas rivendicandone la sovranità; le isole erano, però, un possedimento inglese (Falkland) ed il Primo Ministro Margaret Thatcher non esitò ad inviare una potente flotta per riconquistare le isole, così vanificando la tacita speranza della Giunta di un disinteresse dell’Inghilterra per quelle isole tanto lontane.
Di fronte alla superiore potenza navale inglese il contingente argentino sulle isole non potette far altro che arrendersi quasi subito; lo smacco militare e gli ulteriori, numerosi morti (si ricordi l’affondamento dell’incrociatore “Belgrano”) causarono la fine della dittatura militare: lo stesso Galtieri decise di indire le elezioni, ma prima di abbandonare, nel 1983, i militari proclamarono un’autoamnistia per tutti coloro che erano accusati di aver violato i diritti umani.
Le elezioni si tennero a settembre del 1983 e furono vinte dal radicale Alfonsin, ed il primo atto del nuovo Parlamento fu quello di annullare il decreto di amnistia.
Pochi mesi dopo, nel dicembre, il nuovo Presidente istituì la Commissione Nazionale sulla Scomparsa delle Persone (CONADEP), nominandone membri personalità della cultura che avevano dato prova del loro impegno nella difesa dei diritti umani; il Presidente della Commissione, lo scrittore Ernesto Sabato, nel settembre dell’anno successivo consegnò ad Alfonsin la relazione finale della Conadep (contenuta nel libro “Nunca Mas” acquisito agli atti) nella quale erano accertati i crimini commessi in modo sistematico dalle istituzioni militari.

Alcuni tra i principali responsabili della tragedia argentina, Videla-Massera-Agosti ed altri ufficiali, furono condannati a pene detentive temporanee dalla Magistratura ordinaria, dopo che il Consiglio Superiore delle Forze Armate non aveva dato seguito all’ordine governativo di processare i torturatori. Il potere dei militari, tuttavia, era ancora forte ed il Parlamento, temendo pericolose reazioni di quell’ambiente, nel dicembre del 1986 approvò la legge del “Punto final” con la quale si imponeva alla Magistratura il breve termine di sessanta giorni, dalla pubblicazione della stessa legge, per iniziare i processi contro coloro che si erano macchiati di delitti contro i diritti umani, trascorso il quale si sarebbe verificata l’estinzione dell’azione penale.
Nonostante il termine capestro, i magistrati riuscirono a rinviare a giudizio centinaia di persone, cosa che provocò una sommossa militare con l’occupazione della Scuola di Fanteria; per evitare il peggio, ancora una volta le istituzioni democratiche argentine furono costrette al compromesso ed il Parlamento approvò la legge di “Obediencia debida” con la quale si stabiliva che non erano perseguibili coloro che avevano agito in esecuzione di un ordine superiore, di fatto concedendo l’impunità a tutti gli esecutivi e quadri intermedi di ufficiali e poliziotti che non avevano funzioni di comando superiore.
Ancora, sotto la presidenza di Carlos Menem, nel 1989 venne emanato un indulto del quale fruirono più di duecento militari e, l’anno successivo questo provvedimento venne esteso anche a Videla e Massera ( che fino ad allora avevano, peraltro, scontato la “detenzione” in una villa dell’esercito, con ampie facoltà di movimento e con libera uscita nei fine settimana); la singolarità del provvedimento fu la previsione della sua applicabilità non solo a chi aveva già subito una condanna, ma anche a chi non era stato ancora giudicato.

Le due leggi e l’indulto dovevano, di fatto, chiudere definitivamente ogni possibilità di perseguire i militari, ma non fu così: come riferiscono i testi Ramon Torres Molina, già Pubblico Ministero presso il Tribunale di Santa Cruz, Adolfo Luis Bagnasco, Giudice Federale, ed Eduardo Luis Duhalde, avvocato, attualmente Segretario di Stato per i diritti umani, l’attenzione dei cittadini e la richiesta di giustizia rimase alta; da una parte la Magistratura riuscì ad accertare numerosi casi di bambini nati da madri prigioniere e poi scomparse, sul presupposto che il reato di alterazione di stato fosse un reato permanente ed escluso dalla previsione della legislazione premiale; dall’altro gli organismi di tutela dei diritti umani eccepirono che la legislazione premiale era in contrasto con il “Patto di San Josè di Costa Rica”, convenzione per i diritti umani tra Stati americani ratificata anche dall’Argentina. Poco dopo la Corte Suprema dichiarò l’incostituzionalità delle due leggi, ed il Parlamento, sotto la Presidenza di Nestor Carlos Kirchner eletto nel maggio del 2003, le abrogò definitivamente.
Attualmente in Argentina circa duecento militari sono detenuti e numerosi altri procedimenti sono pendenti.

Il colpo di stato del 1973 venne organizzato con metodica scientifica e fu preceduto da una martellante campagna dei media che presentavano all’opinione pubblica un Paese sull’orlo del caos; sin dai primi giorni del golpe, le forze della repressione avevano già lunghi elenchi di sindacalisti, studenti, professori, giornalisti e semplici cittadini dediti all’assistenza sociale che vennero immediatamente sequestrati: fu, infatti, teorizzato che i poveri, in quanto tali, erano sovversivi e sovversivo era anche chi li aiutava (Moretti).
Le testimonianze degli ex ufficiali Luis Garcia e Julio Urien, per la loro esperienza diretta, danno conto delle ragioni del golpe che, peraltro, trovò un terreno già arato da quello realizzato nel 1971 dal generale Lanusse che, per primo, abbracciò la dottrina della “sicurezza nazionale” secondo la quale occorreva contrastare, con ogni metodo, l’avanzata delle idee marxiste.

Si era in piena guerra fredda, il mondo era diviso in due blocchi, in termini storici da poco tempo si era risolta la crisi dei missili a Cuba, in Nicaragua i Sandinisti erano al potere, in Cile avanzava “Unidad Popular”; gli Stati Uniti, preoccupati dalla possibile diffusione del socialismo anche in altri Stati dell’America del sud, promossero il “Trattato Interamericano di Assistenza Reciproca” (TIAR) che, come una sorta di NATO del sud america, prevedeva l’obbligo di intervento di tutti i Paesi ove uno di essi fosse stato attaccato: era evidente che l’unica nazione che poteva trovarsi in tale condizione erano gli Stati Uniti, ma i Paesi sud americani interpretarono il pericolo di attacco come pericolo di attacco dall’interno, come pericolo di sommosse popolari.
Nasceva la dottrina della “sicurezza nazionale” (per vincere quella che già era definita la “terza guerra mondiale”) che avrebbe trasformato gli eserciti dei Paesi sud americani, da soldati con il compito di difendere l’integrità del territorio nazionale, in truppe d’occupazione contro i propri concittadini.
Il teste Julio Urien, proveniente da una famiglia di militari ed egli stesso ufficiale proveniente dall’Accademia Navale, compagno di corso dell’imputato Astiz, ha riferito che dagli anni ’70 venne modificata radicalmente l’istruzione militare che, dagli studi dei combattimenti militari secondo i canoni della seconda guerra mondiale, si orientò sui metodi di repressione popolare: ai giovani ufficiali veniva proiettato il film “La battaglia di Algeri” per mostrare le tecniche di tortura utilizzate dai parà francesi ed instillare l’idea che la tortura doveva essere considerata alla stregua di qualsiasi altra arma; dal 1972 l’Armada cominciò a creare i gruppi di “tarea”, gruppi di lavoro operativi del Servizio di Informazioni Navali con il compito di sequestrare i militanti popolari e portarli presso l’ESMA per estorcere loro delle informazioni.

Il teste si ribellò a queste direttive, unitamente a circa 17 ufficiali e 50 sottufficiali, insieme ai quali fu arrestato; venne, poi, liberato dopo le elezioni del 1973, ma venne nuovamente arrestato dopo il golpe, restando detenuto in un carcere legale durante tutto il periodo della dittatura militare. Anche altri ufficiali si ribellarono, i cd. trentatre orientali, venendo espulsi dall’esercito dal generale Galtieri.
Nell’ambito della dottrina della sicurezza nazionale, nacque il “Piano Condor”, accordo multilaterale tra le Forze Armate dei Paesi del cd. Cono Sud , dalla Bolivia fino al Cile ed all’Argentina, che permetteva, tra l’altro, alle Forze Armate di ogni Paese di operare negli altri con finalità di repressione nei confronti dei propri cittadini, affinchè nessun sovversivo nell’America Latina potesse sottrarsi alla cattura o all’eliminazione (testimonianza Calamai); fu così che vari rifugiati o esiliati vennero uccisi o riconsegnati ai Paesi dai quali erano fuggiti. I militari dei Paesi del Cono Sud avevano un obiettivo comune da combattere ed una formazione culturale assolutamente omogenea: espressione delle classi medio alte dei rispettivi Paesi, erano tutti formati nelle accademie militari degli Stati Uniti o fondate dagli Stati Uniti, come la “Escuela de las Americas” con sede a Panama dove si insegnavano, tra l’altro, tecniche di interrogatorio che in realtà erano tecniche di tortura; intere generazioni di quadri militari si formarono in questa scuola e, per coloro che avevano una particolare propensione per la materia (!), era prevista una sorta di master, una specializzazione a Taiwan dove venivano praticate tecniche di tortura cinese, molto più sofisticate ed insopportabili.
La dottrina della “sicurezza nazionale” trovò applicazione dal Messico a Capo Horn, ed in tutti i Paesi sud americani si instaurò una dittatura: i generali argentini la attuarono attraverso il “Processo di Riorganizzazione Nazionale”.

Come detto, i militari argentini avevano fatto tesoro dagli errori di Pinochet e fecero di tutto per nascondere le atrocità commesse all’opinione pubblica sia interna che internazionale; non vi fu un solo blindato per la strada, le operazioni di sequestro avvenivano con camion ed autovetture (le tristemente note Ford Falcon) prive di targa o di segni identificativi; la Capitale viveva normalmente con ristoranti e locali pubblici affollati; il metodo utilizzato fu sempre uguale, clandestino, violento e volto a terrorizzare gli stessi familiari, amici, parenti o semplici vicini dei sequestrati per ottenerne il silenzio con la lusinga di poter presto riabbracciare il rapito, o con la minaccia di gravissime conseguenze; l’idea di far sparire i sequestrati pagava doppiamente: da un lato permetteva di tenere sotto controllo le famiglie delle vittime, dall’altro non offriva spunti o immagini alla stampa.
Ha dichiarato il console Calamai che i generali argentini poterono fare ciò che fecero solo grazie alla complicità o all’indifferenza internazionale, nell’ambito di una malintesa solidarietà occidentale. In realtà la stessa Unione Sovietica, prima importatrice di grano argentino, che avrebbe dovuto ergersi a difesa dei “comunisti”, fu compiacente con i golpisti, mostrando molto più interesse per il grano che per il popolo argentino.

L’ambasciata italiana fu avvertita qualche giorno prima del golpe e la sua sola preoccupazione fu quella di munirsi di doppie porte elettroniche, del tipo oggi in uso all’ingresso delle banche; fu così impedita qualsiasi possibilità di rifugiarsi di corsa nell’ambasciata ed è facile immaginare i toni di una conversazione tra chi, seduto tranquillamente all’interno, chiedeva spiegazioni sui motivi della visita e chi disperatamente chiedeva di entrare, mentre una Ford Falcon senza targa era parcheggiata a pochi centimetri di distanza. Il teste Calamai che, invece, con una scelta rischiosa e del tutto personale, accolse numerosi connazionali presso il consolato ed anche presso la sua abitazione privata, riuscendo ad imbarcarli su aerei che partivano da aeroporti secondari, ha rivelato anche che, almeno in un caso, da parte dell’ambasciata vi fu un’esplicita connivenza con i militari: una donna con dei bambini aveva telefonato per chiedere asilo e del suo arrivo furono preavvertiti i militari.
Non un solo rifugiato politico fu accolto dalla nostra ambasciata.

Diversamente da quanto era avvenuto per il caso del Cile, nel quale il nostro governo mostrò di assecondare l’opinione pubblica che seguiva i fatti con grande attenzione (la nostra ambasciata di Santiago si riempì di rifugiati politici), nel caso dell’Argentina le direttive furono di evitare qualsiasi atto che potesse rimuovere l’oscuramento nel quale era tenuta anche la nostra opinione pubblica, ad esempio negando qualsiasi possibilità di asilo politico. Non a caso, ha ricordato uno dei difensori, mentre la musica degli “Inti Illimani”, gruppo musicale che contestava la dittatura cilena, imperversava nel nostro Paese, quasi del tutto sconosciuta è rimasta la musica di un analogo gruppo argentino dal nome “Los Americanos”.

Le ragioni di tali scelte di politica estera sono, allo stato, sconosciute: si possono immaginare dettate proprio dai robusti legami economici tra i due paesi, o dal particolare momento storico italiano caratterizzato da forti fermenti sociali che, purtroppo, si manifestarono anche con gravi atti terroristici; ma non può escludersi che tali scelte siano state determinate da quell’occulta catena di intrecci di potere che faceva capo alla loggia P2, della quale si comprenderà il pericolo solo a metà degli anni ottanta, dopo la perquisizione della villa di Castiglion Fibocchi di proprietà di Licio Gelli, allorchè vennero ritrovati gli elenchi degli iscritti alla loggia segreta e si comprese che questa era stata in grado di condizionare la politica dello Stato. Gelli era molto ben introdotto negli ambienti militari argentini, tanto da accompagnare personalmente Peron, ed era anche molto amico del membro della Giunta Massera, anch’egli iscritto alla P2; questi, che era il più ambizioso della Giunta (fece sequestrare un uomo colpevole solo di essere il marito della sua amante e lo strangolò con le sue mani), venne varie volte in Italia per acquistare armi, su invito di Gelli, alloggiando presso il noto albergo romano “Excelsior”, quartier generale della P2.

Un altro potente personaggio iscritto a questa loggia segreta era il banchiere Roberto Calvi, amministratore delegato del Banco Ambrosiano portato al fallimento attraverso occulte manovre per milioni di dollari gestite da consociate o filiali sud americane del Banco. Come riferito dal teste Moretti, grazie all’aiuto di Massera, Gelli ottenne per Calvi l’apertura di una filiale del Banco a Buenos Aires, nella cui sede vennero sistemati gli elegantissimi uffici del triunviro. Il teste Victor Basterra, grafico specializzato in valori bancari e detenuto all’ESMA, ha riferito di essere stato obbligato a lavorare in un sotterraneo, cd. settore 4, in una sorta di laboratorio grafico adiacente ad una sala di tortura, dove gli imposero, tra l’altro, di realizzare due passaporti falsi, intestati ad un cittadino naturalizzato argentino, riportanti l’effige di Licio Gelli; i militari tenevano particolarmente a questi documenti e, molti di loro, gli raccomandarono di fare il lavoro più preciso possibile perché si trattava di una persona molto importante; gli consegnarono una foto che dovette riprodurre quattro volte perché, inizialmente, gli erano stati richiesti quattro passaporti. Una volta libero, riconobbe nella foto da lui riprodotta l’immagine di Licio Gelli allorché fu arrestato in Svizzera.
Gravi furono anche le scelte del Vaticano e delle alte gerarchie ecclesiastiche argentine.

Il Vaticano mostrò molta acquiescenza nei confronti dei golpisti; Videla e Massera nel ’79 furono ricevuti in udienza papale, udienza che una delegazione di madri di Plaza de Mayo non riuscì mai ad ottenere da Papa Woityla (peraltro, in quegli anni recatosi in visita ufficiale anche dal dittatore Pinochet); nel 1979 la teste Angela Boitano, fervente cattolica alla quale tra il ’76 e il ‘77 avevano fatto sparire i suoi due figli di 20 e 23 anni, si recò insieme ad altre quattro madri a Puebla, in Messico, sapendo che vi sarebbe giunto in visita il Pontefice; le donne non riuscirono ad incontrarlo, ma ebbero un colloquio con Pio Laghi, Nunzio Apostolico a Buenos Aires, al quale comunicarono che erano già tre anni che i loro figli erano stati rapiti e che non ne avevano notizia: la risposta dell’alto prelato, oltre a dimostrare che il Vaticano sapeva bene ciò che accadeva, fu di una tale crudezza che, a dire della teste, forse gli stessi militari avrebbero usato parole più pietose sapendo di trovarsi di fronte a delle madri: il Nunzio Pio Laghi rispose che tre anni era un tempo troppo lungo e che, se i loro figli erano stati molto torturati, certamente i militari non li avrebbero liberati. Le donne continuarono la loro lotta recandosi a Roma cercando inutilmente di incontrare Giovanni Paolo II, finchè un giorno la Boitano si lanciò davanti alla vettura del Pontefice, mentre faceva il giro tra i fedeli in Piazza S.Pietro, bloccandola; riuscì a consegnargli un bigliettino con i nomi dei figli chiedendo la carità di un’udienza: la risposta del Papa fu un invito a rivolgersi al Suo segretario. Due giorni dopo, le madri tornarono in Vaticano dove appresero che Giovanni Paolo II non poteva riceverle perché impegnato in un viaggio in Irlanda.
Passarono altri due giorni e decisero di iniziare uno sciopero della fame nella Parrocchia della Trasfigurazione di Roma, ottenendo grande risalto da parte della stampa, della televisione e la partecipazione di numerosi cittadini.
Il Papa continuava, però, a tacere.

Iniziarono, allora, una raccolta di firme in molte parrocchie, su consiglio del parroco Lauro Biscardo che provvide ad inviare le firme in Vaticano: fu così che, finalmente, il 26 ottobre del 1979, per la prima volta, il Papa dichiarò pubblicamente di essere vicino al dolore delle mamme dei desaparecidos.
Le alte gerarchie ecclesiastiche argentine, diversamente da quanto avvenne per la Chiesa cilena, in nome della crociata contro il comunismo approvarono fin dall’inizio metodi ed obiettivi dei golpisti, nonostante vi fossero già state alcune vittime tra i parroci di base: poco prima del golpe gli squadroni della morte della Triple A assassinarono due preti e due seminaristi della parrocchia dei Preti Pallottini di Buenos Aires, lasciando sulle pareti la scritta, tracciata con il sangue delle vittime, “avete finito di avvelenare la nostra gioventù”. Degli ottanta vescovi componenti la conferenza episcopale argentina, soltanto quattro, uno dei quali morto in un misterioso incidente stradale, fecero sentire il loro dissenso.

Il teste Verbitsky ha riferito che la scelta di eliminare i prigionieri gettandoli dagli aerei, fu decisa prima del golpe e fu approvata dalle alte cariche della Chiesa argentina che ritennero tale metodo non violento e conforme alla carità cristiana. Spesso i militari che tornavano dai “voli della morte” erano colti da rimorsi e crisi di coscienza, ma venivano prontamente assistiti dai cappellani militari che li confortavano facendo loro capire quanto fosse giusto separare la gramigna dal grano.
Quando fu eletto come Presidente degli Stati Uniti il democratico Carter, l’OSA (Organizzazione degli Stati Americani) inviò una commissione per i diritti umani per verificare la fondatezza delle voci ricorrenti sui metodi disumani seguiti dai generali: era il 1979 ed all’ESMA (che nell’occasione venne ripulita e ristrutturata) vi erano circa sessanta prigionieri che i militari si affrettarono a trasferire per sottrarli alla vista dei commissari. Ebbene i prigionieri, ridotti nelle solite pietose condizioni, furono tutti trasferiti alla periferia di Buenos Aires, su un’isola sul delta del fiume di proprietà della Curia, dove era anche la villa nella quale trascorreva le vacanze l’Arcivescovo di Buenos Aires.
Il nome della villa era: “Il silenzio”.

Nella sentenza, passata in giudicato ed acquisita agli atti, relativa al primo processo contro militari argentini pronunciata da questa stessa Corte nell’anno 2000, sono riportati alcuni passi della relazione finale della CONADEP e del libro “Il Volo” del teste Verbitsky, anch’essi acquisiti, che per la loro completezza, lucidità e corrispondenza con le dichiarazioni dei testi intervenuti nel presente dibattimento, è utile riportare testualmente ancora una volta.
Nella prefazione a “Il Volo” si legge: “Il 24/3/76 il potere passò ai militari senza nessun incidente. Vennero sospese le attività dei partiti politici e dei sindacati, ma si fece sapere che queste erano misure transitorie e che la Giunta militare aveva come obiettivo il rafforzamento della struttura democratica del Paese. Gli argentini avrebbero dovuto abituarsi a questo paradosso. Debole, quasi formale, comunque attendista fu la reazione internazionale. Sembrava evidente che Videla non era Pinochet così come Isabel Peron non era Salvador Allende. Il paragone con il caso cileno non è di grande aiuto. Purtroppo la condanna internazionale sarebbe arrivata troppo tardi.

La Giunta militare volle eliminare tutti i suoi nemici senza che si diffondesse la coscienza di tale annientamento. Fu inventata una strategia rivoluzionaria: niente arresti di massa, niente carceri, niente fucilazioni né assassinii clamorosi come quelli della Triplice A. Gli oppositori sarebbero stati sequestrati da gruppi non identificati, caricati su vetture senza targa e fatti scomparire. Ebbe così inizio, lentamente, il più grande genocidio della storia argentina. I sequestri furono sempre più frequenti e si ripetevano sempre secondo le stesse modalità. Non erano gruppi incontrollati dell’estrema destra, come voleva far credere la Giunta, ma vi era una struttura centrale che li coordinava. Le operazioni venivano compiute nei posti di lavoro delle persone segnalate o per strada in pieno giorno, mediante un piano che richiedeva la “zona franca” da parte delle forze di Polizia. Le loro volanti che, specialmente dopo il colpo di stato erano presenti un po’ dappertutto, stranamente non videro mai niente, anche se i sequestri si consumavano a poca distanza dal commissariato. Ma la stragrande maggioranza dei sequestri avveniva di notte in casa delle vittime. Il commando occupava la zona circostante ed entrava nelle case facendo uso della forza.

Terrorizzava ed imbavagliava perfino i bambini obbligandoli ad essere presenti. La vittima veniva catturata, brutalmente colpita ed incappucciata, poi trascinata fino alle macchine che aspettavano, mentre il resto del gruppo rubava tutto quello che poteva (in alcuni casi arrivavano perfino dei camion) o distruggeva quello che non poteva portarsi via, picchiando e minacciando il resto della famiglia. Anche nei casi in cui i vicini o i parenti riuscivano a dare l’allarme, la Polizia non arrivava mai. Si incominciò così a capire l’inutilità di sporgere denuncia. La maggioranza della popolazione era terrorizzata e non era nemmeno facile trovare testimoni. Nessuno aveva visto nulla. In questo modo migliaia e migliaia di persone diedero forma ad una fantasmatica categoria, quella dei desaparecidos. Nessun interrogativo trovò una risposta: la Polizia non aveva visto nulla, il Governo faceva finta di non capire di che cosa si stesse parlando, la Chiesa non si pronunciava, gli elenchi delle carceri non registravano le loro detenzioni, i magistrati non intervenivano. Intorno ai desaparecidos si era alzato un muro di silenzio. Con i diritti avevano perso anche l’esistenza civile. Dal momento in cui avveniva il sequestro la persona restava totalmente isolata dal mondo esterno. Depositata in uno dei numerosi campi di concentramento o in luoghi intermedi di detenzione dove veniva sottoposta a torture infernali, e lasciata all’oscuro della propria sorte. Alcuni venivano perfino abbandonati dalla famiglia che, sotto la pressione di continue minacce, ricatti e richieste di denaro, viveva nel terrore di rappresaglie e qualche volta fiduciosa che il silenzio, richiesto dai militari, fosse il miglior modo per ottenere qualche informazione. Nei centri clandestini di detenzione veniva sistematicamente applicata la tortura. Le “sessioni” erano sorvegliate da un medico che controllava i limiti di tolleranza della vittima e determinava il proseguimento o la momentanea sospensione della tortura se la vittima non era in grado di reggerla.

 

La valutazione preventiva per capire se la persona da sequestrare o sequestrata avesse qualcosa da dire di interessante per i sequestratori era pressoché inesistente. Questo metodo indiscriminato portò al sequestro e alla tortura degli oppositori, ma anche dei loro familiari, amici, colleghi di lavoro e di un numero rilevante di persone senza alcun tipo di pratica politica o sindacale. Bastava molto poco per essere considerato sospetto. Il prigioniero poteva morire sotto tortura, essere fucilato o gettato in mezzo all’oceano. Il suo cadavere sarebbe stato forse sepolto nelle tombe comuni di cimiteri clandestini, cremato o buttato in fondo al mare con un blocco di cemento ai piedi. Anche se la dittatura militare aveva modificato il codice penale introducendo la pena capitale, ufficialmente non ci fu nessuna condanna a morte. Nonostante le migliaia di vittime, non fu eseguita in nessun caso una sentenza giudiziaria né civile, né militare. Non fu quindi rispettata nemmeno questa precaria legalità che lo stesso regime aveva stabilito. Passavano così i giorni, i mesi, gli anni senza avere mai nessuna notizia, trovando sempre risposte negative. Nessuno sapeva niente di loro. Erano scomparsi”.

Nel libro “Nunca Mas” si legge: “Le operazioni di sequestro avevano luogo a notte inoltrata o all’alba, generalmente negli ultimi giorni della settimana, per disporre così di un certo tempo prima che i familiari potessero prendere qualche iniziativa. Normalmente una “patota”, gruppo formato da cinque o sei persone, irrompeva nella casa. Il gruppo della “patota” era sempre provvisto di un voluminoso arsenale, sproporzionato rispetto alla pericolosità delle vittime. Con armi corte e lunghe minacciava le vittime, i loro familiari e i vicini di casa. L’intimidazione ed il terrore avevano come scopo non solo di bloccare le vittime dell’aggressione, ma miravano anche ad ottenere un atteggiamento passivo da parte dei vicini.

In molti casi fu bloccato il traffico, venne tolta la luce elettrica, si utilizzarono megafoni, riflettori, bombe, granate in misura assolutamente sproporzionata rispetto alle necessità dell’intervento. Le “patotas” portavano a termine le operazioni a faccia scoperta, sia nella capitale federale, che nei grandi centri urbani, perché il loro anonimato era garantito da milioni di facce della città. Nelle province, dove sarebbe stato più facile identificarli, dato che qualche sequestratore avrebbe potuto essere vicino di casa della vittima, dovevano nascondersi i volti. Si presentavano, quindi, indossando passamontagna, cappucci, parrucche, baffi finti, occhiali, ecc. Quando la “patota” doveva effettuare un’operazione, portava con sé il permesso di “luce verde” (o “zona libera”). Così se qualche persona si fosse posta in contatto con l’ufficio di Polizia più vicino o con la centrale operativa per chiedere il loro intervento, gli sarebbe stato risposto che erano al corrente del fatto, ma che erano impossibilitati ad agire.
Quando c’erano dei bambini nella famiglia che era stata “succhiata” (chupada), la repressione poteva procedere in vari modi: i bambini venivano affidati a qualche vicino di casa, o consegnati a qualche istituto infantile, o sequestrati e poi adottati da qualche aguzzino, o consegnati direttamente ai familiari della vittima, o abbandonati alla loro sorte oppure, infine, trasportati allo stesso Centro Clandestino di Detenzione (CCD), dove dovevano assistere alle torture a cui erano sottoposti i loro genitori o dove erano sottoposti loro stessi a torture in presenza dei genitori.

Nei casi in cui il gruppo di sequestratori non rintracciava le vittime nel loro domicilio, metteva in atto la tecnica chiamata “trappola per topi”; rimanevano cioè nella casa fino a quando il ricercato non cadeva nella trappola. In tali situazioni l’operazione di sequestro si prolungava per ore o per giorni, con il cambio della guardia. In questi casi i parenti erano presi come ostaggi e sottoposti a brutali pressioni ed angherie. Se per caso qualcuno si presentava alla porta di casa, anche questi era trattenuto come ostaggio. Nel caso in cui la vittima designata non fosse comparsa, i sequestratori potevano portarsi via le vittime secondarie (parenti ed abitanti della casa).
I furti commessi nel domicilio dei sequestrati erano considerati dalle forze che intervenivano come “bottino di guerra”. Questi saccheggi erano compiuti, di solito, durante l’operazione di sequestro, però, frequentemente avvenivano durante un’incursione successiva, nella quale un altro gruppo si occupava dei beni delle vittime. Anche in questi casi la polizia della zona corrispondente era stata avvisata affinché non intervenisse e non accogliesse le denunce relative di sequestro e furto.
Con il trasferimento del sequestrato al CCD finisce il primo anello di una tenebrosa catena. Minacciati ed ammanettati, i prigionieri vengono sistemati sul fondo posteriore della macchina o nel bagagliaio, aggiungendo allo spavento la sensazione di isolamento e di morte. Lo scopo era di far sì che il terrore non si estendesse oltre la zona nella quale si realizzava l’operazione.

In tutti i sequestri le vittime erano private della possibilità di vedere. Nel linguaggio degli aguzzini, si chiamava “tabicamiento” l’azione di mettere alla vittima il “tabique” o elemento che toglie la possibilità di vedere. Tale azione era compiuta nel posto stesso in cui avveniva il sequestro. A tale scopo si potevano usare bende o pezzi di stoffa che gli stessi sbirri portavano con sé o indumenti delle vittime.
In quasi tutte le denunce ricevute dalla Commissione risultano atti di tortura. La tortura fu un elemento importante della metodologia impiegata. I CCD furono pensati, tra l’altro, per poter praticare impunemente la tortura. L’esistenza e l’estensione delle pratiche di tortura impressionano per l’immaginazione usata, per la personalità degli esecutori e di coloro che l’hanno approvata, usandola come metodo. Alla tortura fisica che veniva praticata fin dal primo momento, si aggiungeva la tortura psicologica che continuava durante tutta la prigionia, anche dopo la sospensione degli interrogatori e dei tormenti corporei. A tutto questo si aggiungevano vessazioni e bassezze illimitate.

I centri di detenzione, che furono circa 340 in tutto il Paese, costituirono la base materiale indispensabile per la politica di scomparsa delle persone. Di lì passarono migliaia di uomini e donne, privati illegalmente della libertà, per periodi che durarono anni o dai quali non sono più tornati. Lì vissero la loro desaparicion; lì si trovavano quando le autorità rispondevano negativamente alle richieste di informazione nei ricorsi di habeas corpus; lì trascorsero i loro giorni alla mercè di uomini dalla mente sconvolta dalla pratica della tortura e dello sterminio; nel frattempo le autorità nazionali che frequentavano tali centri rispondevano all’opinione pubblica nazionale ed internazionale affermando che gli scomparsi si trovavano all’estero o che erano rimasti uccisi durante rese di conti tra di loro.

Le caratteristiche fisiche di questi centri, la vita quotidiana al loro interno, rivelano che furono pensati, prima ancora che per dar morte alle vittime, per sottoporle ad un minuzioso e programmato annientamento degli attributi propri di ogni essere umano. Entrare in quei centri significò sempre smettere di essere: a tal fine si cercò di distruggere l’identità dei prigionieri, si modificarono i loro punti di riferimento spazio-temporali, furono maltrattati i loro corpi e le loro menti oltre ogni limite immaginabile. Tali centri furono clandestini per l’opinione pubblica, i familiari e gli amici delle vittime, in quanto le autorità negarono sempre, in forma sistematica, ogni informazione sulla sorte dei sequestrati di fronte alle richieste giudiziarie e degli organismi nazionali ed internazionali dei diritti umani. Però è evidente che la loro esistenza ed il loro funzionamento furono possibili solo grazie ai mezzi economici ed umani forniti dallo Stato e che tutti, dalle più alte autorità militari fino all’ultimo membro dei servizi di sicurezza che fu parte di questo sistema repressivo, fecero di questi centri la loro base operativa. Tutto ciò fu permanentemente negato, poiché il Governo militare si servì, anche per questo, del controllo abusivo che esercitava sui mezzi di comunicazione di massa, trasformati in organismi di confusione e di disinformazione dell’opinione pubblica.
Quanto alla loro origine, in alcuni casi si trattava di centri che già prima funzionavano come centri di detenzione. In altri casi si trattava di locali civili, edifici della polizia e, anche, centri delle stesse Forze Armate adattati appositamente perché funzionassero come CCD. Tutti dipendevano dall’autorità militare che aveva la giurisdizione della zona.

La desaparicion aveva inizio con l’entrata in questi centri, perché veniva soppresso ogni contatto con l’esterno. Da qui deriva la denominazione di “pozzi” che veniva data a questi antri nel gergo repressivo. Non si trattava solo della privazione della libertà, senza nessuna comunicazione ufficiale, ma di una sinistra forma di prigionia che portava la vita quotidiana alle forme più basse di crudeltà e pazzia.
Il sequestrato arrivava incappucciato, “tapicado”, e così restava durante tutto il periodo di permanenza nel luogo; ciò gli faceva perdere la nozione dello spazio, privandolo così non solo di ogni contatto con il mondo esterno al “pozzo”, ma anche con ogni oggetto immediato, oltre il corpo. La vittima poteva essere aggredita in qualsiasi momento, senza nessuna possibilità di difesa. Doveva imparare un nuovo codice di segni, rumori e odori per poter indovinare se si trovava in pericolo o se la situazione era tranquilla. Questa fu una delle torture inflitte, secondo le coincidenti testimonianze ricevute dalla Commissione.
Nei CCD si usavano numeri per identificare i prigionieri.

A volte erano preceduti da lettere, come forma per sopprimere l’identità dei sequestrati. Si ordinava loro che ricordassero i numeri, appena entravano nel CCD, perché con quelli sarebbero stati chiamati per andare al gabinetto, alle sessioni di tortura e per essere trasferiti. Questo sistema non solo serviva per far perdere la propria identità al prigioniero, ma aveva anche lo scopo che nessuno, né guardie, né carcerieri lo riconoscesse, in modo da impedire che trapelassero all’esterno i nomi dei detenuti.

I CCD furono innanzitutto dei centri di tortura, disponendo di personale specializzato ed ambienti adatti a tale scopo, chiamati eufemisticamente “chirofani”, oltre a una serie di strumenti utilizzati nelle diverse tecniche di tormento. Le prime sessioni di tortura volevano ottenere un ammansimento del nuovo arrivato ed erano affidate a personale generico. Appena si era stabilito che il detenuto poteva offrire qualche informazione interessante, iniziavano le sessioni dirette da aguzzini specializzati. Ciò significa che non si arrivava ad una previa valutazione per stabilire se il sequestrato avrebbe potuto fornire elementi interessanti. A causa di questa metodologia indiscriminata, furono sequestrati e torturati membri dei gruppi armati, i loro familiari, amici o compagni di studio o lavoro, militanti di partiti politici, sacerdoti o laici impegnati nella problematica dei poveri, attivisti studenteschi, sindacalisti, dirigenti di quartiere e, in un elevato numero di casi, persone senza nessun tipo di impegno sindacale o politico. Era sufficiente apparire in una rubrica telefonica per diventare immediatamente il bersaglio dei tristemente celebri “gruppi di lavoro”. Si spiega così come molti torturati accusassero a caso altre persone, pur di far sospendere la tortura.
Nella maggior parte dei casi le reclute non prendevano parte alle attività dei CCD. Neppure partecipava la totalità del personale militare o di sicurezza. La consegna fu di mantenere i CCD come una struttura segreta. Il personale scelto per effettuare la guardia in tali centri era composto da effettivi della Gendarmeria Nazionale, del Sistema Penitenziario Federale o della Polizia, sempre sotto il comando di ufficiali delle Forze Armate.

Le condizioni durante il tempo di prigionia erano penose. I sequestrati rimanevano stretti su materassini sudici di sangue, orina, vomiti e sudorazioni. In qualche caso dovevano fare le loro necessità fisiologiche in secchi che, poi, venivano vuotati; altre volte non si dava loro neppure dei recipienti e quindi erano costretti a farle per terra. I detenuti dovevano chiedere il permesso alle guardie, le quali aspettavano che fossero molti ad alzare la mano, perché li portavano al gabinetto solo due volte al giorno. Erano portati in “trenino”, stretti alla cintura o alle spalle di chi li precedeva, visto che non veniva loro tolto il cappuccio. Ciò si ripetè in quasi tutti i campi, con molte somiglianze, e costituiva uno dei momenti in cui le guardie approfittavano per soddisfare i propri impulsi sadici, colpendo indiscriminatamente i detenuti. Questi, fossero uomini o donne, dovevano fare la doccia o compiere le proprie necessità fisiologiche alla presenza dei carcerieri. In alcuni campi i prigionieri facevano la doccia in gruppo, rimanendo incappucciati. L’igiene nei gabinetti e nelle celle dipendeva dal buono o cattivo umore dei carcerieri. Ci furono casi in cui le donne furono obbligate a pulire gli orinatoi degli uomini con le mani. Questa mancanza estrema di igiene portava con sé la conseguenza che i detenuti si riempivano di pidocchi e, qualche volta, venivano aspersi con insetticidi, come fossero bestie.
In questi centri di prigionia la parola “trasferimento” era associata all’idea di morte. I “trasferimenti” erano vissuti dai detenuti con orrore e con speranza, allo stesso tempo. Si diceva loro che sarebbero stati portati ad altri centri o fattorie in cui avrebbero ripreso le loro condizioni fisiche, allo scopo di evitare resistenze. Ignoravano dove sarebbero stati condotti, se ad un altro centro o alla morte, ciò che generava una paura continua e profonda. Per i “trasferimenti” i detenuti erano generalmente spogliati dei loro vestiti e scarsi oggetti che, poi, venivano bruciati.

 

A volte venivano fatte loro delle iniezioni per intontirli. Si cercava di calmarli dando loro speranze di una remota possibilità di vita, sentimento che diventava assai forte per il solo fatto d’essere circondati di morte ed orrore. Si sono raccolte numerose testimonianze circa il trattamento che veniva riservato a coloro che sarebbero poi apparsi come “morti in scontri”. Tali prigionieri, alcuni giorni prima di essere fucilati, ricevevano una migliore alimentazione, con migliore trattamento igienico, erano invitati a farsi una doccia perché sarebbe stato difficile spiegare all’opinione pubblica l’apparizione di “estremisti abbattuti in scontri” presentando cadaveri magri, torturati, barbuti e pezzenti. Ciò costituiva una crudeltà inimmaginabile, visto che creava speranze di vita nell’individuo, proprio quando il suo destino era la morte.
Nella maggioranza dei centri di prigionia le autorità ottennero, mediante tortura, diverse forme di collaborazione da alcuni detenuti. Crearono con loro dei gruppi che, spesso, come corpi ausiliari, compivano attività di manutenzione e amministrazione dei CCD o, in minor grado, funzioni direttamente collegate alla repressione. Così molti uscivano a “lanchear”, che nel gergo della repressione significa percorrere la città con i catturatori per identificare lungo la strada altri membri del proprio gruppo politico; furono denunciati casi in cui membri di tali gruppi politici intervennero direttamente nell’applicazione di torture ad altri detenuti”.

Uno di questi CCD, forse il più “efficiente”, nel quale si stima siano passati circa 5000 desaparecidos, fu l’Escuela di Mecanica dell’Armada (ESMA).
Il teste Luis Garcia, già ufficiale di Stato Maggiore dell’esercito argentino, compagno di promozione del componente della giunta Massera, membro del Centro Militari per la Democrazia (“CEMIDA”) e nominato perito dal Tribunale di Buenos Aires, come l’allora tenente Urien si ribellò all’uso dei metodi violenti già sostenuti dal dittatore Lanusse; imprigionato, fu poi liberato da Peron che gli affidò incarichi di insegnamento nelle scuole militari, in particolare, presso la Scuola di Difesa Nazionale e presso l’Escuela di Mecanica dell’Armada; la sua testimonianza è, dunque, particolarmente qualificata in quanto, quale ufficiale dello Stato Maggiore, ebbe conoscenza diretta di quanto avvenuto, in particolare all’ESMA dove insegnò nel ’76 e ’77.

Il teste ha riferito che dopo il golpe venne completamente rivista la struttura e l’organizzazione delle Forze Armate per poter meglio combattere il “nemico” interno e dar corso al “Processo di Riorganizzazione Nazionale”: al fine di avere un completo controllo del territorio, l’Argentina venne divisa in cinque zone, ogni zona in sub zone ed ogni sub zona in aree; la zona più importante era la zona 1 che comprendeva la Capitale, la sua provincia e la pampa; la sub zona 1 comprendeva la sola Buenos Aires e fu posta sotto il comando dell’Esercito; nella sub zona 1 vi era l’area denominata 3.3.2, corrispondente all’ESMA, sotto il diretto comando della Marina; pertanto, l’ESMA, pur essendo in una sub zona controllata dall’Esercito, in quanto scuola della marina era un’area a sé stante che dipendeva direttamente dall’Ammiraglio Massera e dal suo vice, comandante delle operazioni navali Contrammiraglio Antonio Vanek; l’organigramma della scuola era composto, oltre al suo comandante Chamorro oggi deceduto, dal capitano di vascello Jorge Raul Vildoza dal quale dipendevano i componenti del gruppo di “tarea” capitano Jorge Eduardo Acosta ed il tenente Alfredo Ignacio Astiz; del gruppo operativo faceva parte anche Hector Antonio Febres, dipendente della Prefettura Navale (con compiti di sicurezza della navigazione paragonabili alla nostra Guardia Costiera, n.d.r.), che a sua volta dipendeva dalla Marina Militare.
Il teste ha confermato i metodi operativi già descritti: generalmente di notte, veniva circondata una zona “liberata” dall’intervento di altre forze di polizia, venivano sfondate le porte delle abitazioni e, con i camion, veniva portato via tutto ciò che poteva avere qualche valore economico (mobili, elettrodomestici, televisori ecc.) considerato bottino di guerra. Venivano spesso sottratti anche i titoli di proprietà delle abitazioni che, poi, falsificati presso un apposito laboratorio di grafica dell’ESMA, venivano intestati ai militari; in altri casi i proprietari venivano costretti a cedere le proprie abitazioni con finti contratti di compravendita.

Ha, infine, confermato la pratica della sottrazione dei neonati di donne fatte sparire dopo il parto.
L’organigramma dell’ESMA, che, peraltro, è pubblico trattandosi di una struttura statale, è stato confermato dal teste Verbitsky, giornalista che durante la dittatura faceva parte di un’agenzia di stampa clandestina (ANCLA) che si prefiggeva di far conoscere tutte le notizie censurate dai militari; caduta la dittatura ha dedicato le sue energie al problema dei desaparecidos, problema del quale gli argentini avevano colto la portata solo dopo la caduta della dittatura; prima, pur coscienti dell’esistenza di centri di detenzione clandestina, non avevano potuto capire che si trattava di un sistema esteso a tutto il Paese, con metodo sempre uguale: si rapivano le persone per estorcere con la tortura i nomi di altri che venivano, a loro volta, torturati per avere altri nomi, cosicché la catena poteva riprodursi all’infinito.

Al teste si deve il libro “Il volo” contenente l’intervista-confessione al primo ufficiale pentito, capitano Adolfo Francisco Scilingo del quale è acquisita agli atti anche un’intervista videoregistrata.
Riferisce il teste Verbitsky che lo Scilingo, oggi detenuto in Spagna con una condanna ad oltre seicento anni di reclusione, partecipò a due voli sui quali erano imbarcati prigionieri dell’ESMA poichè, allo scopo di coinvolgerli nella conduzione della “guerra sporca”, tutti gli ufficiali erano obbligati a partecipare ad almeno uno di questi voli; a Scilingo ne toccarono due: in uno furono gettati in mare diciassette “sovversivi” e, nell’altro tredici; ai prigionieri allineati nel sotterraneo dell‘ESMA veniva detto che stavano per essere trasferiti in un carcere legale e che sarebbe stata loro praticata un’iniezione di vaccino; veniva, invece, iniettato un potente calmante che li stordiva e consentiva un loro agevole controllo. Caricati su un camion, venivano condotti all’aeroporto ed imbarcati sugli aerei dai quali, dopo qualche ora di volo, venivano gettati uno alla volta in mare, dopo aver loro iniettato un sonnifero che li addormentava ed averli spogliati. Questi voli avvenivano di notte, tutti i mercoledì e, qualche volta, il sabato.

Già dopo il primo volo l’ex capitano ebbe dei rimorsi, momentaneamente alleviati dal cappellano militare; tuttavia, tali rimorsi li ebbe come uomo mentre, come militare, fu sempre convinto della necessità e della giustezza di quanto stava facendo; non era mai stato costretto da qualcuno a partecipare ai voli; è vero che vi erano ordini in tal senso, ma chi non si sentiva di partecipare a queste azioni poteva dare le dimissioni ed uscire dalla forza armata.
Il Verbitsky ha dichiarato che ordini di questo genere (illegali anche secondo il codice militare argentino) erano sempre e solo orali allo scopo di non lasciarne traccia. Il metodo della eliminazione dei detenuti gettandoli dagli aerei era stato deciso prima del golpe: a gennaio-febbraio ’76 tutti gli ufficiali della Marina furono riuniti nella sua più grande base ed il capo delle operazioni navali (Vanek) comunicò loro che era stato scelto questo metodo che era approvato anche dalle autorità ecclesiastiche.

Ramon Torres Molina era Pubblico Ministero presso il Tribunale di Santa Cruz; impegnato nel settore Giustizia, nulla aveva a che vedere con la lotta armata; ciononostante la notte stessa del golpe, il 24 marzo 1976, fu arrestato e portato, prima in un carcere e, dopo alcuni mesi, in un centro illegale di detenzione dell’esercito dove fu sottoposto a torture con elettricità, colpi su tutto il corpo e finte fucilazioni; era legato ad un letto, impossibilitato a muoversi, con gli occhi sempre bendati e pessimamente alimentato con razioni al limite della sopravvivenza. Successivamente venne tradotto in un carcere per detenuti politici nel quale vigeva un durissimo regime finalizzato alla distruzione fisica e mentale dei detenuti.


Articolo di Gianni Minà

Gianni Minà ha scritto 72 articoli su Latinoamerica.


Gianni Minà