I limiti di Limes (e le sue omissioni)

agosto 21, 2009

LATINOAMERICA 97 (N. 4 2006)

Il collega della rivista di geopolitica Limes che sta preparando una serie di articoli su Cuba, mi scrive per chiedermi un’intervista che ricostruisca, «in maniera il più possibile esauriente, il panorama del filocastrismo in Italia». Non so con quale spirito il collega fa questa richiesta, ma certo rivela un’attitudine poco rassicurante per la qualità dell’informazione della ricerca che vuol fare.
Sono reduce dal Festival di Berlino, dove i miei documentari storici su Fidel Castro, Che Guevara e il Subcomandante Marcos, hanno avuto l’onore di una rassegna speciale. Due nel programma ufficiale, Un giorno con Fidel e Fidel racconta il Che, e quattro nel mercato della Berlinale (Cuba trent’anni dopo, Il papa e Fidel, Il Che quarant’anni dopo, Marcos: aqui estamos).

Non solo: questo impegno ha suggerito a Dieter Kosselic, direttore del Festival, di assegnarmi un premio alla carriera, per il rigore di queste opere, un premio che mi è stato consegnato, in una serata ufficiale al vecchio Palazzo del cinema, dal regista brasiliano Walter Salles, vincitore cinque anni fa a Berlino col film Central do Brasil e con il quale ho collaborato per produrre, unitamente a Robert Redford, il film I diari della motocicletta, ispirato al viaggio giovanile di Che Guevara attraverso l’America Latina.

Ho il sospetto, però, che, al contrario di quanto è accaduto nella laica e progressista Berlino, nel mio paese, l’Italia (dove da tempo mi è negata la possibilità di fare il mio mestiere), il mio impegno per raccontare correttamente quello che è accaduto e accade a Cuba e in America Latina, invece di essere considerato un merito, o, come in Germania, un tentativo di controinformazione al pensiero unico, sia liquidato come una militanza ideologica, “filocastrista”, perfino da una parte di quel mondo che si dichiara di sinistra.
Secondo Limes, evidentemente, la realtà cubana non ha nemmeno il diritto di essere letta in modo diverso da quello dei pentiti della sinistra o dei cosiddetti riformisti.

Chi fa questo esercizio è “filocastrista”, un giudizio gratuito, oltretutto incurante di quanto la storia recente abbia smentito tutte le previsioni e le analisi che da anni venivano fatte sull’isola della Rivoluzione, proprio da questi maitre a penser. A quasi cinquant’anni dall’inizio dell’embargo nordamericano, e diciotto anni dopo la fine ingloriosa del comunismo sovietico, Cuba, infatti, è ancora lì, con le sue conquiste e i suoi errori, ma anche con una capacità di resistenza alle violenze, economiche e terroristiche degli Stati Uniti, la cosiddetta bandiera della democrazia occidentale, da averla fatta assurgere a simbolo per la maggioranza delle nazioni latinoamericane, che stanno tentando di cambiare il proprio destino, fino ad ora senza speranze. Eppure, Limes è già caduta su questo equivoco, poco più di un anno fa, pubblicando un numero sulla rivoluzione cubana che nemmeno il Miami Herald avrebbe editato come supplemento, tanto era fazioso, grottesco nel raccontare un’isola che non c’è e nell’ignorare quella che invece esiste e che quest’anno, sei mesi dopo il ritiro di Fidel Castro dal governo per un’infermità, segnala, a chi è appassionato di macroeconomia, un pil all’11%.
Evidentemente per Limes su Cuba bisogna avere solo una lettura negativa perché se qualcuno segnala datiche smentiscono questo pregiudizio, è filocastrista.

Non cadremo nella tentazione di dire che chi pensa come Limes è filobushista, ci limiteremo a enumerare tutte le realtà inconfutabili sfuggite a questa presuntuosa rivista, e anche a denunciare tutte le infamie costruite contro Cuba, che Limes ha eluso, ignorato o nascosto.
Non ho mai visto, su Limes, una campagna contro il terrorismo di stato messo in piedi dagli Stati Uniti verso l’isola, e che nel corso del tempo, come i lettori di Latinoamerica sanno, ha causato più di 3.500 morti e 10.000 feriti, per gli attentati organizzati dai gruppi violenti anticastristi che agiscono impunemente dalla Florida, e hanno inferto ai cubani un 11 settembre diluito nel tempo.
Non ho mai visto, su Limes, un cenno sul libro Il terrorismo degli Stati Uniti contro Cuba, dove molti intellettuali, alcuni indiscutibili, come Noam Chomsky e Ignacio Ramonet, hanno documentato le imprese dinamitarde degli scherani di chi dice di combattere il terrorismo, come il governo di Washington poi lo favorisce.

Non ho mai visto, su Limes, un reportage adeguato sull’inquietante caso di Luis Posada Carriles, il terrorista di fiducia, insieme a Orlando Bosh, della famiglia Bush, detenuto in un centro di permanenza temporanea, per reati relativi alla sua entrata illegale negli Stati Uniti. E questo malgrado il suo feroce passato e presente di terrorista. Bush padre, venti anni fa, con un indulto, tirò fuori dai guai Orlando Bosh. Bush figlio, non ordinando al ministro di Giustizia Alberto Gonzales, di trasmettere al giudice di El Paso (Texas), che ha in custodia Posada Carriles, lo scabroso dossier che riguarda le sue imprese assassine, fa in modo che questo Bin Laden latinoamericano, debba essere fra poco rilasciato dal giudice Norbert J. Garney, essendo per ora accusato solo di entrata illegale negli Stati Uniti.

Non ho mai visto, su Limes, nessun servizio sui vecchiacci assassini, Santiago Alvarez e Osvaldo Mitat, compari di Bosh e Posada Carriles, legati alla famigerata Fondazione Cubano-Americana, che ultimamente, fermati per possesso illegale di armi ed esplosivi, hanno deposto in un tribunale di Forti Lauderdale, tirandosi a vicenda gli stracci, rivelando complicità scabrose con organismi di stato del paese, e resuscitando le responsabilità di Jorge Mas Canosa, leader deceduto della FNCA (voluta da Ronald Regan e Bush padre), sovvenzionò un pezzo di campagna elettorale perfino di Clinton, e dell’ex premier spagnolo Aznar, fotografato con lui e con altri attivisti dell’associazione stessa.
Non ho mai visto una campagna di Limes per il processo farsa tenuto a Miami contro i cinque agenti dell’intelligence cubana, infiltrati in Florida negli anni ‘90, per scoprire le centrali terroristiche da cui partivano gli attentati verso Cuba.

Limes ha ignorato quella brutta pagina della giustizia Usa, che quel processo a Miami non lo avrebbe mai potuto celebrare per legittima suspicione, come ha sottolineato, nell’estate del 2005, la Corte di Appello di Atlanta, che annullava le ingiuste condanne, poi congelate per indebita influenza del ministro della Giustizia Alberto Gonzales.
Diversamente da Limes, si sono comportati, per esempio, Noam Chomsky, Ramsey Clark (ex Ministro della Giustizia Usa), il vescovo protestante di Detroit Thomas Gumbleton, il Premio Nobel per la Pace Rigoberta Menchú, e molti altri intellettuali del mondo, che il 3 marzo 2004 hanno comprato a proprie spese una pagina del New York Times, pagandola sessantamila dollari, per far conoscere questa odissea dei cinque cubani ai cittadini degli Stati Uniti, che, come i lettori di Limes, non venivano informati dai media nordamericani su questa storia emblematica.

Non ho mai visto Limes valorizzare la notizia che dieci giornalisti -della Florida e non- erano pagati da agenzie del Dipartimento di Stato americano per produrre informazioni false riguardo e contro Cuba. Fra questi anche Carlos Alberto Montaner, editorialista del quotidiano di destra spagnolo ABC e collaboratore dello stesso Miami Herald, tante volte indicato perfino da La Repubblica, come il possibile premier di una Cuba liberata dalla Revolución e liberale. Adesso sappiamo con quale palese indipendenza di pensiero Montaner, che nel 1960 fu arrestato a l’Avana per terrorismo insieme al presunto poeta Armando Valladares, immagina il futuro della sua patria. Ma a Limes è sfuggito.
Non sappiamo se render note queste notizie insmentibili sia filocastrismo.

Sappiamo, però, che tacerle è imbarazzante per chi parla di democrazia in occidente, anche quando è violata sistematicamente, come succede dall’inizio della cosiddetta guerra preventiva. Perché a Limes, mi pare, non si sono nemmeno accorti che da quando, negli Stati Uniti, l’estate scorsa, Bush junior ha ottenuto l’abolizione del diritto per gli arrestati di invocare 1’Habeas Corpus, continuare a parlare di libertà e democrazia nel nostro mondo, è puramente pleonastico. Non a caso il grande scrittore Gore Vidal, in occasione della presentazione del suo nuovo libro Navigando a vista [Fazi editore] ha dichiarato recentemente a Maurizio Veglio nell’inserto FuoriLuogo del manifesto: “Sotto gli occhi abbiamo il ritratto di una nazione che sta progressivamente annientando le libertà civili”.

Il riconoscimento di queste violazioni degli Stati Uniti non giustificherebbe comunque le illiberalità della rivoluzione cubana, ma almeno la porrebbe, per quanto riguarda la correttezza dell’informazione, sullo stesso piano delle altre nazioni.
Perché a Limes non hanno sentito il bisogno, con la stessa intransigenza riservata a Cuba per i 600 “prigionieri di coscienza”, di dare enfasi, per esempio, al grido di tanti organismi umanitari, primo fra tutti Amnesty International, che denunciano ormai giornalisticamente e con angoscia crescente, i1 moltiplicarsi di sequestri e di torture perpetrate da ufficiali, soldati e funzionari nordamericani ai danni di “terroristi” contro i quali normalmente non si hanno prove sufficienti di responsabilità? E nemmeno si sono allarmati per la costruzione, nel gulag di Guantanamo, di nuove celle carcerarie definite “bare”.
Sono pratiche sconosciute a Cuba, che ha commesso tanti errori, ma queste perversioni se le è evitate.
In nome di quale etica e umanità il mondo viene giudicato da Limes con tanta ingiustizia e disequilibrio, a seconda dei soggetti di cui si parla?
Perché Limes non si è mai occupata dei 3000 cittadini di radice musulmana, desaparecidos nelle galere dei tanti servizi d’intelligence nordamericani per le leggi antiterrorismo volute da Bush dopo l’11 settembre? La prestigiosa rivista di geopolitica The Nation ha denunciato il problema fin dal 2003, con alcuni saggi del professor David Cole, docente dell’Università di Georgetown.

Mi rendo conto, mentre scrivo, che la stessa elusione di Limes è praticata dalla maggior parte dei media del nostro paese. È una prassi, una malattia, un modo di essere, un servilismo che non tiene in nessun conto la verità, ma solo quello che conviene o che vogliono gli Stati Uniti.
Cuba è uno degli argomenti dove si esprime il massimo di questo servilismo nell’informazione, Perché Limes e il resto dei media occidentali sempre “allineati” non riflettono su altre affermazioni di Gore Vidal a Maurizio Veglio: «La repubblica è persa. […] Sono anni che vado scrivendo che la più seria minaccia alla libertà degli Stati Uniti non è Osama, né Saddam, ma questo branco di petrolieri arroganti che ignorano il diritto e santificano la pena di morte.[…]. I miei concittadini sono tenuti nell’ignoranza da media corrotti e illiberali. La propaganda è ormai parte del nostro codice genetico».
Per avere prova di questa realtà è sufficiente riflettere su queste tre notizie minori.

Allo Sri Lanka che, disperato dopo lo tsunami del 2005, chiedeva come organizzarsi per affrontare un eventuale prossima emergenza della stessa drammaticità, l’agenzia delle Nazioni Unite che si occupa delle catastrofi naturali ha risposto di andare a studiare l’organizzazione della protezione civile di Cuba, dove, quando passa un uragano, al massimo muore una persona e non migliaia come in Centro America.
Alla fine dell’anno scorso il WWF, nella sua drammatica denuncia sullo stato di emergenza del pianeta per le violenze perpetrate giornalmente all’ecosistema dal dissennato egoismo delle nazioni ricche, segnalava che uno dei pochi paesi che aveva varato un piano efficace per la difesa dell’ambiente era Cuba.

Sempre nel 2006, come abbiamo già raccontato nel numero scorso, 2314 profesionales de la Salud e 1593 giovani medici di 26 paesi, compresi un centinaio di ragazzi provenienti dai ghetti di grandi città degli Stati Uniti, si sono laureati all’istituto di Scienze basiche e cliniche Victoria de Girén de l’Avana. È un progetto che va avanti da anni e che vede Cuba all’avanguardia del settore con 71mila medici, di cui 30mila all’estero, dal Venezuela all’Angola al Pakistan o a Giava. Molti più di quanti ne può mettere a disposizione l’Organizzazione Mondiale della Sanità.
Sono tre notizie forse senza appeal per la superficialità del giornalismo moderno, ma che offrono chiavi diverse di lettura su Cuba e sulla sua discussa realtà, perché si riferiscono ai diritti umani di un popolo, non rispettati invece altrove, a cominciare dal vicino del Nord, come ha dimostrato, per esempio, la catastrofica gestione della tragedia di New Orleans.

Avranno mai rilevanza questi dati nei reportage di Limes, preoccupata di quanti “filocastristi” ci sono in Italia? E avranno mai rilevanza nella coscienza del vicedirettore del Corriere della Sera Pierluigi Battista, un ex comunista, che cerca maldestramente di paragonare Castro a Kim Il Sung o addirittura a Pinochet? Un ex comunista che non si spiega perché la rivoluzione cubana riesca ancora ad affascinare tanti intellettuali in tutto il mondo, a riunire all’Avana per il seminario “En defensa de la humanidad” personalità come Gabriel García Marquez, Miguel Bonasso, Gerard Depardieu, Ignacio Ramonet o il drammaturgo spagnolo Alfonso Sastre e a rappresentare, così, un simbolo di resistenza e di alternativa in un’America Latina dove spira un vento di serio progresso, assolutamente inatteso da chi il mondo lo vede come gli conviene, non com’è.

Questo mondo diverso, sorprendente per chi era convinto che l’economia neoliberale, il punto di vista degli Stati Uniti avesse ormai omologato tutto, crea disagio in tutti i colleghi, come Omero Ciai di Repubblica, anche lui un ex comunista, pronto ad accettare che gli Stati Uniti possano estendere in ogni modo, anche il più scorretto (magari comprandosi o ricattando i governi) le loro aree di influenza, ma non che possa farlo magari Chávez, che, viaggiando molto, ha ricompattato in poco tempo le nazioni produttrici di petrolio, tanto che ora il Segretario generale dell’Opec è un venezuelano. Questa capacità di aggregare intorno a un interesse comune nazioni di radici e cultura diverse, è stata conveniente per i paesi produttori del greggio, che hanno visto salire il prezzo dell’oro nero, ma magari non per noi. Ma non è questa la natura stessa del tanto decantato mercato?

Sempre viaggiando molto, attività che turba Ciai, il presidente venezuelano ha contribuito a riunire in uno spirito “bolivariano” buona parte dei paesi latinoamericani, ora proiettati verso l’obiettivo del rafforzamento del MERCOSUR, e lo ha fatto aiutando nazioni come Bolivia, Ecuador o la stessa Argentina, depredate per decenni dalle multinazionali nordamericane ed europee. Che male c’è nel fare questo? È forse questo il famigerato “populismo” che si imputa a Chávez? E’ il peccato di spendere i dollari del petrolio per operazioni umanitarie in Niger, Burkina Faso, Mauritania e Mali, invece di reinvestirli nello stesso settore, come pretenderebbero i tecnocrati dell’economia? Se è così, benvenuto populismo, che spinge il presidente venezuelano a vendere combustibile a prezzo scontato per riscaldare i quartieri poveri di Boston e del Bronx, smascherando le contraddizioni del capitalismo.


Articolo di Gianni Minà

Gianni Minà ha scritto 72 articoli su Latinoamerica.


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