Siamo tutti palestinesi

agosto 21, 2009

Nel ventesimo giorno del massacro a Gaza e arrivati ormai a 1800 vittime in quella Striscia insanguinata, penso che non vi sia nessun altro argomento di cui parlare se non l’imperdonabile impotenza di un occidente che si reputa civile e che pretende di imporsi come modello al resto del mondo.
Da Israele arriva la voce di questa giornalista dignitosa e lucida. Ho tradotto l’articolo dal Granma del 16 gennaio 2009.

Amira Hass*
Come ci piacciono i nostri leader
(elcorresponsal.com)

Questo non è il momento di parlare di etica, bensì di intelligenza. Chiunque abbia dato istruzioni per mandare 100 dei nostri aerei, pilotati dai nostri migliori ragazzi, a bombardare e mitragliare i bersagli nemici a Gaza ha familiarità con le scuole adiacenti ai bersagli prescelti, specialmente le stazioni di polizia. E sa anche che esattamente alle 11:30 di mattina di un sabato, durante l’attacco sorpresa contro il nemico, tutti i bambini della Striscia sono per strada –qualcuno dopo la fine delle lezioni del mattino; qualche altro per entrare al turno di pomeriggio.

I “danni collaterali” dell’aggressione israeliana
Questo non è il momento di parlare di risposte proporzionate, neanche delle inchieste che auspicano per gli architetti della missione un maggior numero di posti nella Knesset (Parlamento). Questo è il momento di parlare della fede degli elettori che credono che la missione avrà successo, che i colpi sono stati precisi e che i bersagli erano giustificati.

Per esempio, prendiamo la moschea Imad Aquel, dell’accampamento dei rifugiati di Jabalya, bombardata e mitragliata poco prima della mezzanotte di domenica. Ecco i nomi della gloriosa vittoria militare che abbiamo ottenuto lì: Jawaher, di 4 anni; Dina, di 8; Sahar, di 12; Ikram, di 14 e Tahrir di 17, tutte sorelle della famiglia Ba’lousha, che sono sate uccise durante un attacco “preciso” alla moschea. Sono state ferite altre sorelle, un fratello di due anni e i genitori. Ventiquattro vicini di casa sono stai feriti e cinque case e tre negozi distrutti. Questa parte della vittoria militare non ha aperto le trasmissioni della nostra televisione o dei giornali radio ieri mattina, e non è comparsa neanche in molti dei siti web di notizie da Israele.
Questo è il momento di parlare delle dettagliate mappe in mano ai comandanti militari e degli assessori dell’intelligenza militare che conoscono la distanza esatta fra la moschea e le case vicine. Questo è il momento di discutere sui dispositivi dell’osservazione e delle cineprese che volano giorno e notte sulla Striscia, filmando tutto.

Questo è il momento in cui i consiglieri legali che analizzano l’operazione devono trovare le parole esatte per giustificare il “danno collaterale”. E’ il momento di lodare il portavoce del Ministero degli Esteri, che con la sua eleganza sudafricana e il suo affascinante accento parigino dirà che la colpa è di Hamas, che usa le moschee del quartiere per i propri scopi.
Parlare di una doppia morale è stato sempre discutibile. Forse c’era un deposito d’armi nella moschea. Forse i militanti delle Brigate dei Martiri di Al-Aqsa stavano lì tutte le notti e da lì progettavano il lancio dei loro attacchi.
Dove sta il Capo di Stato Maggiore dell’Esercito quando prepara i suoi piani di guerra? Non certo nel Sahara o nel Negev. Che succederebbe se qualcuno si immolasse all’ingresso della Cineteca di Tel Aviv e quelli che ce lo avevano mandato dicessero, dispiaciuti, che il suicida era diretto giù per la strada, verso il Ministero della Difesa?

Questo non è il momento di ricordare le lezioni della storia lungamente dimenticate per dire che questo non è il modo di far cadere un governo. E non è neanche il momento di fare delle raccomandazioni razionali sulle capacità dei nostri uomini di stato. Il momento per queste cose è passato, insieme al Nuovo Ordine che qualche volta noi, con arroganza, abbiamo cercato di stabilire in Libano, la cui conseguenza è stata Hezbollah. Proprio come i piani dei nostri orientalisti per ridurre la popolarità dell’OLP è servita solo a fare emergere un movimento nazionalista islamico militante.
Il momento per queste raccomandazioni è passato, insieme all’occupazione di terre palestinesi e alla costruzione iperattiva di insediamenti nell’era di Oslo che non ha fatto altro che mettere la prima pietra per la Seconda Intifada e per la caduta di Al-Fatah.
L’era della ragione e del giudizio è morta da tempo, perfino prima degli assassinii selettivi di attivisti di Al-Fatah in Cisgiordania che ben presto si sono trasformati in attacchi con spari contro soldati e l’emergenza di altre poche migliaia di giovani che prendevano le armi, per non parlare del fenomeno dei bombardieri suicidi.

Non è mai il momento giusto per dire “noi lo avevamo detto”, perché quando uno lo dice queste parole ormai non sono più valide. Non possiamo far rivivere i morti, né porre riparo ai danni causati dall’arroganza e dalla megalomania.
E’ il momento di parlare della nostra soddisfazione e del nostro piacere. La soddisfazione dei carri armati che si mettono in marcia ancora una volta per un attacco devastante, la soddisfazione dei nostri leaders che minacciano con il dito il nemico. Ecco come ci piacciono i nostri leaders, quando chiamano i riservisti mentre inviano i piloti a bombardare il nostro nemico e manifestano l’unità nazionale. Da Baruch a Tzipi Livni, da Netanyahu a Barak e a Lieberman.

*L’autrice è una giornalista del quotidiano Haaretz di Tel Aviv


Articolo di Alessandra Riccio

Alessandra Riccio ha scritto 173 articoli su Latinoamerica.


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