Ingrid Betancourt a Roma

agosto 20, 2009

E’ una notizia ancora fresca, eppure l’opinione pubblica non sembra curarsene: i 14 capi paramilitari colombiani estradati nel maggio scorso negli Stati Uniti, stavano cominciando a svelare i segreti della guerra sporca e delle connivenze di una parte del governo, molto vicina al presidente Uribe, con i paramilitari. Salvatore Mancuso o Hebert Veloza, Don Berna o Jorge 40 non hanno più nulla da perdere e, secondo un puntuale resoconto di Guido Piccoli su Il Manifesto non perdoneranno ad Uribe di aver violato il patto che garantiva la loro impunità. Ma c’è di peggio: il magistrato spagnolo Baltazar Garzón e l’argentino Luis Moreno, nella loro indagine sull’impunità di cui godono in Colombia i rei di lesa umanità, hanno scoperto un gran numero di fosse comuni a riprova della barbarie contro l’inerme popolazione civile delle forze militari e paramilitari di quel violento e corrotto paese.

Ma di tutto questo non parla Ingrid Betancourt, liberata dopo più di sei anni di prigionia nel cuore della selva, negli accampamenti delle Farc. Questa parte delle drammatiche vicende del suo paese non occupano la sua attenzione. Per lei l’obbiettivo al quale dedicherà da ora in poi la sua vita è la liberazione delle altre centinaia di ostaggi ancora nelle mani dei guerriglieri. Non ha l’ambizione, ha sostenuto in un’affollata conferenza stampa nel Palazzo della Provincia di Roma il primo settembre, di conquistarsi uno spazio politico in Colombia, ma, forte della sua personale esperienza e convinta che parlare di “terrorismo” può salvare vite, sostiene che il dolore umano non può restare nascosto dietro le frontiere e per questo costituirà un gruppo che si occupi di tendere una mano agli altri.

Ma gli altri sono esclusivamente i suoi compagni di prigionia nelle mani di uomini dal cuore duro, un cuore che lei intende toccare e intenerire con un appello rivolto in forma diretta ai capi della guerriglia, citati per nome –Alfonso Cano, Márquez, Gómez ai quali dice che il mondo li guarda e si dice disposta a impegnarsi affinché questi capi abbandonino la loro posizione “autista” e facciano spazio nel loro cuore all’amore e al perdono, perché spezzino un circolo vizioso di odio e di vendetta. Ingrid afferma di non nutrire nessuno di questi deprecabili sentimenti, eppure, sempre in discorso diretto e rivolgendosi a chi si annida nella selva colombiana dove –afferma- sa che la sua voce sta già arrivando, dichiara decisa di conoscere profondamente, dopo sei anni di convivenza, la loro organizzazione e i loro obbiettivi. Nonostante il suo loock perfetto di martire dignitosa, il tono è duro e a me è sembrato anche vagamente minaccioso.

Di tutt’altro registro, di una dolcezza mistica abbastanza sorprendente, la voce della Betancourt quando ha raccontato il suo incontro con il papa, la voce di Benedetto XVI che la raggiungeva per radio nella selva, il suo dialogo con Gesù al quale ha promesso “sarò tua”, se le avesse dato la forza di resistere fino alla liberazione, la consolazione di poter leggere e meditare sul libro dei libri, la Bibbio che, insieme alla voce della radio ha consolato i lunghi anni di prigionia e l’ha preparata alla sua liberazione che vive come un fatto miracoloso voluto da Gesù e caldeggiato dal Papa e non come un pasticcio fra servizi segret stranierii, esercito, soldi per il riscatto e traditori eventuali.

Sorprendente davvero quella conferenza stampa! Ci si aspettava una donna che aveva fatto del dramma della Colombia la sua ragione di vita e abbiamo trovato una dama cattolica intenzionata a dar vita ad una sua associazione (Sequestrati senza frontiere?!) in cui impegnare tutto il peso del suo nome e della solidarietà di cui gode nel mondo per liberare gli ostaggi delle Farc.
Prima di lei ci si era impegnata una coraggiosa senatrice colombiana, Piedad Córdoba, che era convinta del senso politico, oltre che umanitario, dell’apertura di dialogo fra governo e guerriglia. Oggi la senatrice è minacciata di morte ed è seriamente in pericolo. Il sociologo argentino Atilio Borón la propone per il Nobel: anche lei, come fino a pochissimo tempo fa Ingrid, è in pericolo di vita nella violenta e corrotta Colombia.


Articolo di Alessandra Riccio

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