“Restare in silenzio ci renderebbe complici”

agosto 20, 2009

Lo scorso primo marzo l’esercito colombiano, con un’operazione di guerra complessa e tecnicamente sofisticata, ha provocato la morte di circa 18 guerriglieri delle Forze Armate Rivoluzionarie della Colombia (Farc), acquartierati nella selva ecuatoriana a 1.800 metri dalla frontiera con la Colombia. Il comportamento del Presidente Uribe proprio nel pieno delle trattative umanitarie per il rilascio dei sequestrati nelle mani dei guerriglieri, fra i quali la candidata alla presidenza Ingrid Betancour (le cui precarie condizioni di salute destano molta preoccupazione), la violazione della frontiera con l’Ecuador, le versioni menzognere fornite, lo zampino degli Stati Uniti in questa azione di forza, hanno provocato una gravissima crisi che coinvolge, oltre all’Ecuador e alla Colombia, il Venezuela. Ritiro di Ambasciatori e concentrazione di forze militari ai confini fanno sentire sinistri echi di guerra proprio quando sembrava concretarsi un consenso generale per un accordo umanitario e per la scelta del dialogo.

Il “compagno” Fidel Castro non poteva tacere di fronte a questo drammatico scenario e, senza entrare in spinosi dettagli, si schiera dalla parte del Presidente Correa e dell’Ecuador i cui confini sono stati platealmente violati:

L’imperialismo ha appena commesso un mostruoso crimine in Ecuador. Bombe portatrici di morte sono state lanciate all’alba contro un gruppo di uomini e di donne che, quasi senza eccezioni, stavano dormendo. Ciò si deduce da tutti i resoconti ufficiali emessi dal primo istante. Le accuse concrete contro quel gruppo di esseri umani non giustificano questa azione. Erano bombe statunitensi, guidate da satelliti statunitensi.
A sangue freddo nessuno, assolutamente, ha il diritto di uccidere. Se accettiamo questo metodo imperiale di guerra e di barbarie, bombe statunitensi dirette dai satelliti possono cadere su qualunque gruppo di uomini e donne latinoamericani, nel territorio di qualunque paese, ci sia o no guerra. Il fatto che sia accaduto in terra ecuatoriana è un’aggravante.
Non siamo nemici della Colombia. Le mie precedenti riflessioni e relazioni dimostrano quanto ci siamo sforzati, tanto l’attuale Presidente del Consiglio di Stato di Cuba che io, per attenerci ad una politica dichiarata di principi e di pace, proclamata già da molti anni nelle nostre relazioni con gli altri Stati dell’America Latina.
Oggi che tutto è a rischio, non ci convertiamo in belligeranti. Siamo convinti partigiani dell’unità fra i popoli di quella che Martí ha chiamato la Nostra America.

Restare in silenzio ci renderebbe complici. Oggi vorrebbero far sedere il nostro amico, l’economista e presidente dell’Ecuador Rafael Correa, sul banco degli accusati, una cosa che non potevamo nemmeno immaginare in quel primo mattino del 9 febbraio 2006 [durante il nostro incontro all’Avana]. A quel tempo sembrava che la mia immaginazione fosse capace di abbracciare sogni e rischi di ogni genere, tranne un qualcosa di simile a quanto è accaduto il primo mattino di sabato primo marzo del 2008.
Correa ha nelle sue mani i pochi sopravvissuti e il resto dei cadaveri. I due che mancano dimostrano che il territorio dell’Ecuador è stato occupato da truppe che hanno attraversato la frontiera. Adesso può esclamare, come Emilio Zola, Io accuso!.

Fidel Castro Ruz
3 marzo 2008


Articolo di Alessandra Riccio

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