Danielle Mitterand

agosto 20, 2009


 

Stavo scrivendo per questo taccuino una breve nota per condividere la mia grande preoccupazione per il futuro della Bolivia e di Evo Morales, quando mi arriva questo articolo di Danielle Mitterrand pubblicato sul quotidiano messicano “La Jornada” del 23 dicembre, che esprime, assai meglio di quanto avrei potuto fare io, la necessità di essere solidali con Evo Morales e con la Bolivia.

“Lettera aperta ai dirigenti europei”

Come l’Europa sa per averlo pagato crudelmente, la democrazia ha bisogno di essere vissuta senza soste, inventata, difesa sia dentro i nostri paesi democratici che nel resto del mondo. Nessuna democrazia è un’isola. Le democrazie si devono prestare assistenza mutua. Perciò, oggi rivolgo questo appello ai nostri dirigenti e ai nostri grandi organi di stampa: si, lo sostengo, la giovane democrazia boliviana corre un pericolo mortale.

 

Nel 2005 un presidente e il suo governo sono stati eletti con ampia maggioranza di più del 60 % degli elettori, nonostante il fatto che una gran parte dei suoi potenziali elettori, indigeni, non fossero scritti nelle liste elettorali, visto che non possiedono nemmeno lo stato civile. I grandi orientamenti politici di questo governo sono stati massicciamente approvati attraverso un referendum perfino prima delle elezioni, fra cui, in modo particolare la nazionalizzazione delle ricchezze naturali in vista di una migliore redistribuzione, e anche la convocazione di un ‘Assemblea Costituente.
Perché è indispensabile una nuova Costituzione? Per la semplice ragione che quella precedente è del 1967, quando in America Latina le popolazioni indigene (che in Bolivia rappresentavano il 75% della popolazione) venivano totalmente escluse da qualunque cittadinanza.

I lavori dell’Assemblea Costituente boliviana sono stati, fin dall’inizio, costantemente ostacolati dalle manovre e dal boicottaggio delle antiche oligarchie, che non sopportano di perdere i loro privilegi economici e politici. L’opposizione minoritaria esaspera fino a mascherare il suo rifiuto al verdetto delle urne con il pretesto della difesa della democrazia. Reagisce con il boicottaggio, con le aggressioni in strada, con l’intimidazione dei responsabili eletti, con una esatta continuità con le stragi perpetrate contro civili disarmati dall’ex presidente Sánchez de Losada nel 2003, il quale, d’altra parte, continua ad essere ricercato per i suoi crimini ed è rifugiato negli Stati Uniti.
A favore di un caos attentamente organizzato, rinascono le minacce separatiste delle regioni più ricche, che rifiutano il gioco democratico e non vogliono pagare per le regioni più povere..

Gruppi di attivisti neofascisti e bande paramilitari, sovvenzionati dalla grande borghesia boliviana e da certi interessi stranieri, instaurano un clima di paura nelle comunità indigene. Ricordiamoci di come sono finite la Colombia e il Guatemala, ricordiamoci soprattutto della democrazia cilena, assassinata l’ 11 settembre 1973 dopo un identico processo di destabilizzazione.
Una democrazia può essere uccisa anche attraverso la disinformazione. No, Evo Morales non è un dittatore. No, non è alla testa di un cartello di trafficanti di cocaina. Queste immagini caricaturali vengono fatte circolare nei nostri paesi senza la minima obbiettività, come se l’intrusione di un presidente indigeno fosse insopportabile non solo per le oligarchie latinoamericane ma anche per la stampa benpensante occidentale. Quasi a smentire ancora più chiaramente la bugia organizzata, Evo Morales fa un appello al dialogo, rifiuta di fare ricorso all’esercito e rimette perfino il suo mandato sulla bilancia.

Mi rivolgo solamente ai difensori della democrazia, ai nostri dirigenti, ai nostri intellettuali, ai nostri mezzi di comunicazione. Dobbiamo aspettare che a Evo Morales tocchi la stessa sorte di Salvador Allende per piangere sulla sorte della democrazia boliviana?
La democrazia o vale per tutti o per nessuno. Se l’amiamo nella nostra patria, dobbiamo difenderla in tutti i luoghi in cui è minacciata. Non tocca a noi, come qualcuno pretende arrogantemente, di andare ad istallarla in altre nazioni mediante la forza delle armi; invece, a noi tocca proteggerla nel nostro paese con tutta la forza della nostra convinzione e stare a fianco di coloro che l’hanno istallata nella loro nazione.


Articolo di Alessandra Riccio

Alessandra Riccio ha scritto 173 articoli su Latinoamerica.


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