Colazione da Evo

agosto 20, 2009

Durante il suo breve viaggio in Italia della fine dello scorso ottobre per ricevere il premio Pio Manzú, il primo Presidente Indio della Bolivia (ma forse del mondo) Evo Morales ebbe la gentilezza di fare colazione con i tre direttori di “Latinoamerica” in una saletta riservata dell’ Hotel Aldovrandi Palace. Si è trattato di un’occasione rara per conoscere da vicino un uomo che ha attraversato, nei suoi quarantasette anni di vita, le più diverse condizioni di vita e di lavoro: nato e cresciuto in una capanna di contadini, ha visto il mondo e ha imparato a conoscerlo, dal punto di vista della sua gente dedita ai lavori del campo, alla coltivazione della coca, al bracciantato, rispettosa della natura, pacifica nei costumi. Ha dovuto misurare le sue forze contro gli sfruttatori e i prepotenti, farsi portavoce delle tradizioni e della cultura indigena con la convinzione che la difesa di quel patrimonio servisse non solo alla salvaguardia dei diritti del suo popolo, ma fosse portatrice di spunti benefici per la tutela stessa dell’umanità e del suo contorno, minacciata, come tutti possiamo constatare, dal dissennato sfruttamento di persone e di risorse.

Convinto che la Bolivia valesse qualunque sacrificio, quando Evo –dopo molto dubitare (non aveva neanche una licenza di scuola superiore!)- decise di accettare le insistenti proposte di entrare in politica, giurò a se stesso che avrebbe rinunciato ad alcol, feste e donne: aveva osservato che i politici erano, nella stragrande maggioranza, corrotti; ma non voleva neanche rifiutare la proposta perché avrebbe significato non cogliere alcune novità importanti come la scommessa di portare un indio fino alla più alta carica, e un indio ancora giovane. “El Evo se cuida como mujercita” fu il commento astioso.

Ma Evo, non era una donnetta, era piuttosto un uomo politico nuovo convinto di dover servire il popolo e non servirsi del popolo, la cui forma mentis, il cui ragionare riflette i tempi e l’etica di una tradizione culturale lenta forse, ma rispettosa di uomini e cose e desiderosa di vedere accettati e messi in pratica se non tutti, alcuni dei principi che avevano retto per secoli la resistenza indigena, determinandone la sopravvivenza.
Per Evo Morales se la Bolivia con solo nove milioni di abitanti e una enorme ricchezza in idrocarburi, stagno, argento e acqua è il secondo paese più povero dell’America Latina,vuol dire che tutto quanto è (o non è) stato fatto fino ad ora è stato sbagliato. Se le riserve internazionali della Bolivia in quest’ultimo anno sono passate da un milione a cinque milioni di dollari grazie a minimi accorgimenti, è lecito chiedersi dove andava a finire questo denaro prima? Poiché l’abitante più povero della Bolivia ha un boliviano (moneta locale) mentre il più ricco ne ha 127, è lecito lavorare affinché la differenza si riduca da 1 a 46 in pochi anni? Nel frattempo, insieme ai suoi ministri, si è ridotto notevolmente lo stipendio.

Governa da ventidue mesi, Evo Morales, e così come gli era stato chiesto dagli elettori, ha lavorato per recuperare gli idrocarburi allo stato; è stata dura, ma ci è riuscito anche se il Fondo Monetario Internazionale gli avevano offerto 300 milioni di dollari se avesse privatizzato le raffinerie. Governa da ventidue mesi e, così come gli era stato chiesto dagli elettori, ha fatto approntare una Carta Costituzionale antineoliberale e di carattere sociale: l’iter di questa Assemblea Costituente è stato lungo e drammatico e solo ieri (10.12.07), dopo aver incluso il riconoscimento costituzionale di Sucre come capitale in pretestuosa concorrenza con La Paz, il testo è stato approvato nei suoi 147 articoli dai 160 delegati –in grande maggioranza indios- che hanno sopportato angherie, pressioni e violenze, trasferimento di sede, invocato protezione delle forze dell’ordine contro i disturbi scatenati da alcuni settori conservatori al servizio di interessi esterni e delle multinazionali che hanno causato tre morti e hanno ostacolato in tutti i modi una discussione serena. Al punto che Evo Morales, qualche giorno fa, ha proposto la legge di revoca attraverso la quale tutte le cariche di governo, il Presidente, ma anche i nove prefetti (sei dei quali rabbiosamente anti Morales) possono essere rimesse a richiesta popolare.

Evo ce lo aveva detto: il mio governo sopporta due aggressioni, una tattica di destabilizzazione per “far cadere l’indio”, e un’altra dall’Ambasciata degli Stati Uniti con lo stesso scopo.
Oggi sembrerebbe che, con il varo della Costituzione sia stato fatto un altro, importante passo avanti, ma domani? Evo è un simbolo di vero, grande cambiamento democratico, una provocazione eccessiva per la cultura dominatrice del bianco, un pericolo per gli interessi delle multinazionali abituate a sfruttare le risorse dei popoli come fossero prodotti di consumo del libero mercato. Troppi nemici e troppa belligeranza per un uomo che asserisce convinto: nessun servizio di base può essere un affare privato, altrimenti arrivano le guerre e nelle guerre sono i popoli quelli che perdono. Noi siamo di una cultura per la vita”.


Articolo di Alessandra Riccio

Alessandra Riccio ha scritto 173 articoli su Latinoamerica.


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