Chávez a due facce

agosto 20, 2009

Maurizio Chierici fotografa la difficile realtà venezuelana a pochi giorni dal referendum costituzionale. (A.R.)

Domenica i venezuelani votano il referendum che cambia la costituzione del paese: Chávez inarrestabile protagonista. Col petrolio a cento dollari si accendono i riflettori di giornali e tv sulla cassaforte del liquido che goccia a goccia fa sospirare le economie assetate.
Le previsioni sul risultato si contraddicono senza sfumature. I numeri del governo confermano un ‘approvazione col vantaggio che oscilla tra i 4 e 10 punti. I numeri dell’ opposizione assicurano la vittoria del no: Chávez umiliato dodici punti sotto.
Il caos è in agguato quando si conteranno i voti. Provo a indovinare le cronache in preparazione.

Chávez manipola il risultato, Chávez roboante, Chávez liberticida, Chávez che minaccia la proprietà privata, spegne le Tv e schiaccia l’ informazione. Chávez populista feroce, bomba ad orologeria, minaccia del continente. Chávez maleducato col re di Spagna, Chávez dittatore per l’ eternità. Oppure: paese in rivolta, morti e feriti nelle strade, miseria, violenza. Chi può scappa, chi non può soffre, la Chiesa prega per un miracolo che salvi la democrazia. Può essere vero. La versione opposta farà risplendere Chávez nella luce del libertador, popolo che lo segue, baluardo contro l’ impero, socialismo dal volto umano, lievito alla rinascita dell’ America saccheggiata.
E non è sbagliato.

La nostalgia per il modello cubano invecchiato assieme agli innamorati (ormai di una certa età) che resistono da questa parte del mare, si è trasferita in Venezuela perdendo nel tempo battaglioni di incensatori: hanno cambiato idea e del cambiamento ne fanno una professione. Anche per loro Chávez resta la minaccia che inquieta la civiltà. E’ una piega dell’ informazione inaugurata cinque anni fa dal Nuevo Herald di Miami. In quel febbraio 2002 nelle locandine di prima pagina avverte i lettori delle pagine speciali dedicate ogni mattina a Cuba e al Venezuela, paesi canaglia.
Per caso è la vigilia del colpo di stato andato male, con Chávez che torna nella sua poltrona e ricomincia ad imperversare. Senso unico obbligato nella Florida dove si raccolgono i profughi dalle
dittature latine. Profughi somozisti terrorizzati dal comunismo sandinista di Daniel Ortega. Profughi dal Cile tornato alla democrazia dopo Pinochet e profughi un pò speciali: militari salvadoregni inseguiti per aver militato nelle squadre della morte che hanno insanguinato il piccolo paese negli anni dell’ assassinio del vescovo Romero. Per non parlare dei cubani che da mezzo secolo aspettano la fine dell’ anticristo sognando il ritorno alle loro proprietà provvisoriamente abbandonate in quel dicembre ’59.

Adesso anche i profughi venezuelani aspettano la caduta di Chávez nelle seconde case di Miami: da tempo immemorabile godevano le vacanze nel mare brodoso della Florida trascurando i Caraibi. L’ imperversare del “marxista-narcisista” (definizione di Andrés Opheneimer, sempre Nuevo Herald) li ha costretti a scegliere la libertà allungando lo svago.
Bisogna tener conto dei sentimenti dei lettori. L’ Herald è la versione spagnola del giornale padre regolarmente in inglese. Gli osservatori che scrivono in libertà, ascoltando gli uni e gli altri, ricevono lettere risentite dai colleghi di una parte e dai colleghi opposti: sei caduto nella trappola della propaganda, apri gli occhi, torna fra noi. Noi, piccoli notai di un’ Europa preoccupata per la maleducazione del figlio spirituale di Fidel. Noi che difendiamo la rivoluzione umanitaria dell’ uomo nuovo che dà speranza agli affamati. Prego il lettore di controllare tv e prime pagine.
Ci risentiamo lunedì. Ogni paese reagisce con la cultura elaborata dalla borghesia che ne determina i destini: dialogante, tollerante, trasparente nel gestire le risorse, rigorosa nel rispettare i contratti di lavoro, aliena alla corruzione, onesta nei versamenti fiscali.

Anche nel vecchio mondo è un profilo fuori dal tempo. Dove la borghesia si è adeguata ai canoni normali della convivenza democratica, il populismo resta fra le quinte di pochi disperati e l’ esempio di lealtà costruisce opposizioni irriducibili ma pacate. Il Cile che respira dopo gli orrori di Pinochet sta dando esempio. Ma il Venezuela che Chávez ha ereditato alla fine del secolo può reclamare la stessa innocenza? I contendenti politici specchiano ovunque virtù e peccati l’ uno nell’ altro. Per spiegare il Chávez ingombrante sarebbe bene tener conto di quale eleganza sono impastate abitudini e ragioni sociali di chi oggi non lo sopporta.
Per la seconda volta Chávez cambia la costituzione con un referendum. Le novità rovesciano la storia: possibilità di rielezione senza limiti da sottoporre al voto della gente.
La costituzione ereditata nel ’98 prevedeva due presidenze. Chávez le ha allungate a tre con un primo referendum popolare. Lo ha seguito e preceduto Alvaro Uribe, presidente della Colombia, ma la decisione non è stata sottoposta a referendum: ha votato solo il congresso dove Uribe domina la maggioranza. Subito d’ accordo la corte suprema insediata poco prima dallo stesso presidente.

Il Musharaf del Pakistan non ha inventato niente. Anche Uribe sta per proporre l’ elezione indefinita. Doveva essere già approvata ma gli scandali che hanno chiuso in galera venti deputati della sua maggioranza eletti con pressioni violente e narcodollari dei paramilitari vicini al governo, provocano le dimissioni della signora cancelliere ed inquietano il grande protettore di Washington. Meglio far scivolare la rielezione senza tempo in un momento meno agitato. Giornali e tv guardano senza gridare al lupo. Le nuove regole che Chávez propone agli elettori prevedono il controllo politico della Banca nazionale: restringe la libertà dei cambi per evitare fughe di capitali, ma è anche un controllo sulle strategie antinflazione, quindi libertà di distribuire interventi assistenziali e sussidi senza gli intralci tecnici dei tecnici della finanza. L’ opposizione sostiene che è un modo per comprare voti, ma se i voti non sanno cosa mangiare, cosa fare? Dubbio di tante americhe latine: 220 milioni di senza niente. L’ allarme inquieta le grandi banche dell’ altra America cliente privilegiato del Venezuela nell’ acquisto di petrolio ed esportatore principe che invade vetrine e negozi di Caracas.

Le riforme da approvare promuovono la revisione dei documenti catastali. I latifondisti dovranno esibire attestati di proprietà: il disinteresse dei governi del secolo passato hanno permesso l’ allargarsi di latifondi che hanno inglobato senza freni terreni demaniali, quindi dello stato.
La nuova costituzione vorrebbe distribuire le distese recuperate a contadini senza terra e a cooperative che il governo si impegna a sostenere finanziariamente. Poi controllo dei prezzi per evitare speculazioni, orario di lavoro ridotto a sei ore con stipendi minimi garantiti e la possibilità di monitorare i movimenti dei conti bancari per accertare la lealtà fiscale. Chi si batte per il no sostiene che le sei ore di lavoro favoriscono solo chi ha un lavoro stabile mentre il 53 per cento della gente ancora si arrangia. Era il 71 per cento nel 2001.

La svolta cambierebbe le abitudini economiche della popolazione benestante instaurando “le pratiche del socialismo marxista importato da Cuba”. Rivoluzione che preoccupa non solo per la lealtà che impone tra cittadini e stato, ma per la possibilità che Chávez resti al potere fino al 2021 incubo che la disinvolta imprenditorialità venezuelana non sopporta.
Dopo il benvenuto entusiasta dei primi mesi di governo (“finalmente un uomo nuovo che spazzerà via la corruzione”), Confindustria e notabili gli hanno voltato le spalle.
I mentori socialisti dell’ Apra che avevano convinto l’ex colonnello dei parà a candidarsi alla presidenza, se ne sono andati appena resi conto dell’ impossibilità di piegare “l’ uomo nuovo” alla routine politica del vecchio Venezuela. La sovrabbondanza dialettica di Chávez ha precipitato la situazione dopo il colpo di stato 2002 e lo sciopero ad oltranza che ha inginocchiato le esportazioni petrolifere, vitello d’ oro del paese. Su questo disamore ormai violento, si è inserito il gioco delle multinazionali: continuano a comprare il greggio anche se prezzi e incidenza fiscale sono cambiati.

Fino a qualche anno fa le royalties regalavano pochi centesimi di dollaro ogni barile e l’ imposizione fiscale restava una formalità. Oggi dividono col Venezuela più o meno il 50 per cento del prezzo di mercato. Sono poi finite le esportazioni parallele che non passavano dogana. Per quasi 30 anni il 23 per cento della produzione nazionale usciva clandestinamente e non esistono tracce su chi comprava e chi intascava. I sindacati ne erano coinvolti. Ortega, loro leader, ha partecipato al golpe per poi scappare in Costarica e poi tornare nei giorni della crisi petrolifera. Arrestato, è misteriosamente evaso.
Se la Chiesa dei vescovi non ama Chávez, la Chiesa di base è dalla sua parte. Religiose, parroci e missionari mescolati alla gente non sono d’ accordo sull’ anatema della conferenza episcopale.
E nelle prediche della domenica invitano ad approvare il referendum tanto che a Maracaibo, l’ arcivescovo Ubaldi Santana, ha censurato l’ omelia domenicale di padre Vidal Atencio rimproverandogli di mettere confusione nelle idee dei fedeli. Grandi università private (e a pagamento) protestano con i loro studenti; le prime università statali (gratuite) scendono in piazza per appoggiare il referendum. Panorama non sereno anche perché Chávez e i suoi discorsi infiniti non danno tregua. Se nelle elezioni del dicembre 2006 aveva raccolto il 62 per cento dei consensi, gli analisti del voto prevedono un calo consistente di si al referendum di domenica.

Tra il 52 e il 54 per cento in favore, come nel 2001. Perché quando la presenza di Chávez al governo non è al centro della decisione, i popoli delle baracche e le braccia delle campagne sono meno invogliate a votare. Dietro lo show del braccio di ferro con re Juan Carlos, quindici giorni fa alla riunione di Santiago del Cile, una parte degli osservatori vede la furbizia del voler incarnare lo sdegno dell’ ex colonia verso il sovrano, lasciando da parte Zapatero per riaccendere l’ entusiasmo dei supporter dalle scarse conoscenze politiche ma interessati a sbarcare il lunario con aiuti che piovono dal governo.
Difendendo dignità ed indipendenza, il presidente bolivariano riapre le ferite di sempre animando l’ orgoglio nazionalista nascosto nei cuori dei senza niente. “Per tirar su voti”, si arrabbia chi non lo ama. E può essere vero. Ecco, il Venezuela.

Chávez ha il dono dell’ inopportunità che risveglia le masse ma imbarazza gli amici. Complica con discorsi mai sfumati le amicizie di Lula e dei coniugi Kirchner, a loro volta impegnati nella presidenza eterna con staffette familiari: quattro anni al marito, quattro alla moglie, avanti così. Il Venezuela tira diritto nel disegnare un continente nel nome del petrolio. Lo sta facendo anche Lula con l’ aplomb di un sindacalista che misura le parole. Alle volte se le rimangia: in questi giorni ha scoperto un immenso giacimento di greggio nel mare di Santos e sta cambiando idea sulla rete di gasdotti e oleodotti proposta da Chávez all’ intera America Latina. Non gli servono più. L’ adolescenza delle democrazie attraversa queste turbolenze che lo specchio di giornali e tv esaspera nel tam tam di vecchie e nuove egemonie. L’ internazionale degli editori latini, legati da satelliti e partecipazioni incrociate, spinge ai rimproveri la federazione della stampa dei due continenti. Chávez che imbavaglia l’ informazione. Forse è il sogno segreto ma per il momento lontano dalla realtà. I grandi giornali di Caracas sparano su Chávez con la bonomia prediletta dal Libero italiano quando parla di Prodi: El Nacional, El Universal, El 2001, El Mundo, Nuevo Pais, Tal Cual di Petkoff.

Negli alberghi per stranieri sono i soli fogli in vendita. Neutrali, Ultimas Noticias e Panorama. Lo difende senza riserve Diario Vea, appendice dell’ ufficialità. I giganti tv restano all’ attacco senza complimenti: TeleVenezuela, Venevision, la RcTv, compianta per aver perso la frequenza alla scadenza della concessione statale, è presente più che mai, cavo e satelliti illuminano ogni angolo del paese. Globovision ne è l’ ammiraglia. Tre piccole tv statali provano a far concorrenza ma sono
noiose come le tv cubane, con l’ eccezione di Telesur la cui ambizione sarebbe sistemarsi al fianco della Cnn nella regione America del Sud: strada ancora lunga. Insomma, lunedì sapremo: imbrogli o volontà del popolo. Ma non è l’ ultimo capitolo di una storia infinita che resta avvelenata se il petrolio continua a far tremare le economie del nostro mondo.

mchierci2@nulllibero.it

Cortesia de l’ Unità www.unita.it


Articolo di Alessandra Riccio

Alessandra Riccio ha scritto 173 articoli su Latinoamerica.


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