Se ne va Juan Gelman

gennaio 16, 2014

2595871-gelmanIl 2014 ci porta la notizia di un’altra, irreparabile perdita per la poesia latinoamericana: il grande poeta argentino Juan Gelman è morto nella sua casa di Città del Messico a 83 anni. Julio Cortázar che lo ammirava, consigliava di entrare nei suoi versi come se si entrasse in un sentiero “seguendone le curve e le salite, fermandosi dove la strada sembra esitare agli incroci e riprendendo il cammino proprio come lo riannoda ciascuna poesia ricollegandosi a quella precedente”; perché la sua vasta opera poetica è tutto un interrogare la poesia e interrogarsi sulla poesia, con la convinzione che essa sia lo strumento insostituibile per scavare nella memoria, un dovere, questo, dal quale non si può esimere, come non può esimersi dal perseguitare l’ingiustizia, affrontare a viso aperto la paura, scoprire i nervi della coscienza con domande perturbanti e necessarie. Le parole di cui si è servito Gelman sono “attive e operanti”, secondo Cortázar, e suscitano nuovi sensi, senza indulgere alla speranza e alla pietà. Un malinteso generalizzato ha etichettato la sua come “poesia política”, eppure Gelman, nel bel discorso pronunciato quando ha ricevuto il Premio Reina Sofia ha detto: “[La poesia] va alla realtà e la fa diventare altra. Aspetta il miracolo, ma soprattutto cerca la materia che lo fa. Nomina ciò che l’ aspettava nascosto nel fondo dei tempi ed è memoria di quel che non è successo ancora. Solo in ciò che è sconosciuto canta la poesia. Che accetta lo spessore della tragedia umana, che non obbedisce al principio di realtà ma all’ordine del desiderio. Si scontra con i limiti della lingua e va oltre nell’intento di rispondere al richiamo di un amore che non cessa.” In Italia si può leggere di lui Gotán e altre poesie, Guanda, 1980.
Luis Sepúlveda, celebrando nel 2008 l’attribuzione del premio Cervantes al poeta argentino, ne scriveva un sintetico ed esatto epitaffio: “Sono molte le cose, i temi e i tanghi che mi uniscono a Juan Gelman […] Lo amo e lo ammiro per la sua rabbia tenace, costante, senza quartiere contro tutto quel che puzza di autoritarismo, di uniformi, di mediocrità bugiarda. Lo amo e lo ammiro per la sua infinita tenerezza di uomo che ha perso quanto di più amato, suo figlio, sua nuora incinta nei labirinti dell’orrore dittatoriale, e questa stessa tenerezza gli ha dato il vigore per continuare a lottare fino a riuscire a recuperare la nipote “desaparecida”, fino a che l’amore è stato di nuovo abbraccio e speranza”. In quella stessa occasione, scrivendo per Le Monde Diplomatique, lo scrittore cileno ricordava di aver incontrato Gelman a Piacenza, quando “Carovane”, la rassegna culturale che Gianni Minà organizzava in quella città, aveva insignito il poeta argentino del Premio intitolato a Nicolás Guillén e che in precedenza avevano ricevuto Roberto Fernández Retamar, Carmen Yáñez, Mario Benedetti ed Ernesto Cardenal.
Militante comunista, poi montonero, alla fine esiliato e distante dagli uni e dagli altri, esiliato dalla dittatura militare, agita in Europa la coscienza di chi non sa o non vuole sapere cosa accade in Argentina. Fra i tanti, anche suo figlio e sua nuora vengono prelevati, torturati, desaparecidos. Torna clandestinamente in Argentina, nel 1978, per documentarne gli orrori. E’ un giornalista di gran razza e riesce a scuotere l’interesse di Olof Palme e di Mitterand ma non perdona al Cardinale Bergoglio il men che tiepido interessamento della Curia argentina. Pur potendo tornare in Argentina, indultato dal Presidente Menem, Gelman resterà in Messico fino alla morte, ma da lì combatterà la sua battaglia per sapere dove e come sono morti suo figlio Marcelo e la nuora María Claudia e soprattutto per ritrovare la nipote Macarena, nata in cattività in Uruguay, grazie al sinistro accordo fra stati dittatoriali noto come Plan Cóndor, e data in adozione. Dopo 23 anni di ricerca, nonno e nipote si sono ritrovati. La morte –e il suo vizio del fumo- gli hanno dato il tempo di vedere questo miracolo. Sarà stato sufficiente a lenire le sue inumane sofferenze?
La morte di Gelman ha avuto una grande ripercussione in America Latina sia per la grandezza del poeta che per il suo coraggio e la sua etica. Fra i molti omaggi, ho scelto di tradurre l’addio che gli hanno rivolto su Página 12, il quotidiano di cui era editorialista, gli H.I.J.O.S., l’associazione argentina dei figli dei desaparecidos che hanno combattuto e combattono  affinché emerga la verità su tutte le atrocità commesse durante la dittatura militare, compresa la ricerca di tutti i figli di desaparecidos sottratti alle loro madri, poi fatte scomparire, e dati in adozione:
“Ecco che se ne va Juan, forse a una riunione con Rodolfo [Walsh], con Paco [Urondo] e con tanti altri compagni. Ecco che se ne va Juan, a raccontare a quei 30.000 che ha potuto trovare sua nipote Macarena. Se ne va Juan a raccontare ai suoi figli, Marcelo e Nora, e a sua nuora María Claudia, come è Macarena, come è quella vita che non sono riusciti ad uccidere. Se ne va Juan, in quel tempo dei passi eterni, per raccontare ai nostri padri e alle nostre madri che tutti loro sono sempre vivi nelle nostre lotte.
Se ne va il compagno, il nostro padrino, il nostro poeta a continuare a regalare parole al mondo, a continuare a guardare con occhi di dolore e di speranza. Se ne va Juan Gelman: nel posto più giusto in cui possa andare un uomo come lui. Come ogni compagno, come ogni uomo impegnato e solidale, se ne va per restare per sempre in questa terra che non trema di paura per il popolo, ma per il timore dei traditori di tanti figli della rivoluzione”.


Articolo di Alessandra Riccio

Alessandra Riccio ha scritto 173 articoli su Latinoamerica.