LA MALAFEDE DELLA NOSTRA STAMPA

giugno 14, 2013

Editoriale di G. Minà aul nuovo Latinoamerica n. 122-123 in vendita nelle librerie Feltrinelli, in quelle indipendenti e nel nostro negozio on line www.gmeshop.it

Fra aprile e maggio, l’informazione ha avuto il suo palcoscenico continentale al Festival del giornalismo di Perugia e a Londra, epicentro della Giornata mondiale per la libertà di stampa. Due iniziative degne di ogni rispetto se, proprio nel loro modo di essere programmate e offerte all’opinione pubblica occidentale, non fosse palese l’incapacità di non essere di parte, la malafede di saper giudicare solo in base al punto di vista del nord del mondo, spesso nutrito da un’assoluta carenza di notizie. Come succedeva negli anni 80, ai tempi delle carneficine di Ríos Montt in Guatemala, commesse, quasi sempre, con la benedizione degli Stati Uniti
La Stampa di Torino che, unica in Italia, ha deciso di dedicare un inserto al problema, sollecitata dalla sparizione in Siria del suo inviato Domenico Quirico, il 3 maggio ha scelto, per esempio, con molto realismo il titolo “Quella libertà di stampa diversa a ogni latitudine”, dimenticandosi però che, solo pochi giorni prima al festival di Perugia, la sua bandiera sull’argomento era stata la bloguera cubana Yoani Sánchez che, come ha rivelato Wikileaks in uno dei tanti documenti dirompenti per la politica occidentale resi pubblici, lavorava di concerto con l’ufficio di interessi degli Stati Uniti a Cuba, e continua a farlo.
Ora, ognuno ha il diritto di lavorare per chi vuole, anche per il discutibile apparato che costringe il suo paese a vivere da mezzo secolo condizionato da un immorale embargo, ma certo non può essere credibile se afferma di fare informazione e magari viene presentato come vittima di una mancanza di libertà di stampa.
Così al direttore de La Stampa Mario Calabresi, maestro di cerimonie della Sánchez a Perugia, mi viene da chiedere – come ho già fatto altre volte su Latinoamerica – se è eticamente accettabile che una superpotenza cerchi da decenni con ogni mezzo [perfino il ter-rorismo] di sovvertire il sistema politico di un altro paese più piccolo, solo perché questo ha scelto un modello di società che non piace e non conviene alla stessa superpotenza. Gli vorrei chiedere anche se è accettabile che questa prepotenza venga avallata da chi si dice “dissidente” ma in realtà ha scelto di farsi comprare. A parti invertite, chi facesse questa scelta sarebbe negli Stati Uniti condannato a decenni di galera per alto tradimento.Ma nel mondo che si autodefinisce democratico i giornalisti non sentono neanche lontanamente questa contraddizione e questa immoralità. Non li toccano le informazioni fantasiose e le invenzioni su Cuba sparate ciclicamente dal quotidiano spagnolo El País, portavoce dell’informazione più eversiva dell’America Latina progressista, o dal Miami Herrald e dalla sua versione in lingua spagnola, El Nuevo Herald, sempre molto vicini alla parte reazionaria dell’esilio cubano. Non li ha impressionati, nel 2006, nell’era Bush, nemmeno la notizia che dieci giornalisti della Florida e non erano stati pagati da agenzie del Dipartimento di stato americano [Usaid, Ned eccetera] per produrre informazione falsa riguardo o contro Cuba. Gli editori dovettero sospendere questi campioni di onestà, e dare il benservito perfino a Pablo Alonso, editorialista di tutta l’informazione dell’Herald sull’isola della Revolución [pagato con 250mila dollari “dei contribuenti Usa”, come sottolineò Noam Chomsky, il guru del Mit di Boston]. Ma ben presto gli stessi editori dovettero rimangiarsi questa scelta bizzarra e fuori dalla linea che aveva sempre caratterizzato i loro atteggiamenti. La politica sporca aveva inevitabilmente avuto il sopravvento sulla morale e i cronisti sospesi erano stati reintegrati.
La campagna orchestrata da questi campioni di giornalismo era cominciata da lontano, proprio quando, nel ‘96, erano stati rinviati a giudizio a Miami i cinque agenti dell’intelligence cubana che avevano smascherato il terrorismo organizzato in Florida e messo in atto a Cuba, un’attività che aveva prodotto negli anni più di tremila morti. In una furiosa campagna di discredito verso di loro e al servizio dei terroristi della Florida, in 194 giorni el Nuevo Herald era arrivato a pubblicare 806 articoli che potevano influenzare negativamente il processo in questione, e il Miami Herald 305.
Il fatto è che, da sempre, quasi tutta l’informazione su Cuba è fasulla o drogata, come non succede a nessun altro paese al mondo perché, con tutti i suoi limiti ed errori, la Revolución ha smentito il progetto neoliberista che gli Stati Uniti avevano riservato all’America latina, e ha influenzato molti dei processi di cambio sociale in atto in questi ultimi anni nel continente a sud del Texas.
Così, quando arriva da noi un personaggio come Yoani Sánchez, costruito dalle agenzie della Cia, perdipiù scortato dal direttore de La Stampa, il cronista italiano, che sa magari di blog e di social network, ma quasi niente di cosa sta avvenendo nel sud del mondo, in particolare in America latina, può anche scegliere un titolo negativo per lo show della bloguera, come il Corriere della sera che ha optato per uno sgarbato “Dollari e fischi a Perugia contro Yoani Sánchez”, salvo poi a dare su Yoani notizie che sono più propaganda che descrizione e che non spiegano certo perché nel suo giro del mondo in 80 giorni [a proposito, chi ha pagato?] ha subito diverse contestazioni, come a Bahia o a New York, dove sono arrivati a investirla con questo tono perentorio “Quanto ti paga la Cia?”. I direttori dei media italiani e quei pochi colleghi che ancora viaggiano per il mondo, tutto questo lo sanno, perché le fonti sono le stesse che consulto io, ma la verità loro, in questo giornalismo al tramonto, proprio non riescono a dirla. La prova di questo non riuscire a dire la verità su Cuba, di questa “timi- dezza” abbastanza comica ma inquietante, l’abbiamo avuta proprio due anni fa, quando Wikileaks ha “sputtanato” anche la corrispondenza fra l’ufficio di interessi degli Stati Uniti a l’Avana, allora diretto da Jonathan Farrar, e il Dipartimento di stato Usa diretto da Hillary Clinton. Improvvisamente il mondo mediatico, dove ogni giorno non manca mai una cattiveria contro Cuba, ha incominciato a eludere i fatti. Per i nostri colleghi distratti riassumerò soltanto che Farrar ha dovuto rivelare che le famose domande di Yoani Sánchez al presidente Obama le aveva scritte lui e non avevano mai avuto risposta dalla Casa Bianca, e che quelle a Raul Castro non erano mai esistite. C’è un cablo emblematico in queso senso, spedito da Farrar e intitolato “Questions from Yoani Sánchez to POTUS”, dove si scopre che POTUS, nel burocratese nordamericano è l’acronimo di President of the United States. Il cablo chiedeva di approvare le risposte e farle circolare come aiuto alla credibilità della bloguera cubana.
Una fiducia evidentemente mal riposta, perché la Sánchez, che aveva annunciato ai quattro venti di aver mandato le domande anche al presidente cubano Raul Castro e lo aveva bacchettato per non essere stato capace di rispondere, ha dovuto candidamente confessare a Farrar che no, le domande a Raul Castro non le aveva mai inviate, pur avendo dichiarato, il 20 novembre 2009, casualmente proprio al Nuevo Herald, di essere orgogliosa del “significato giornalistico” di tutta questa operazione. Ma a quali maestri della comunicazione si rifà la Sánchez?
In tutta questa costruzione la storia diventa ancor più grottesca se si considera che, alcuni mesi dopo, Farrar ha scritto altri messaggi ai suoi superiori del Dipartimento di stato di Washington che – come abbiamo sottolineato nel numero 114/115 di Latinoamerica – si possono riassumere così: “Dissidenti storici inaffidabili, noti solo all’estero. Noi li paghiamo ma non servono a nulla, non hanno nessuna influenza sulla vita dell’isola. Credo che sia conveniente puntare di più su Yoani Sánchez”.
Per questa franchezza, non gradita ai congressisti e ai senatori eletti in Florida, Farrar si è giocato la possibilità di diventare ambasciatore in Nicaragua ed è stato assegnato a Panama. Il suo posto a l’Avana è stato preso da John Caulfield. I giornalisti “esperti” di Cuba, invece, hanno ancora una volta perso l’occasione di risultare credibili. Hanno completamente ignorato, a cominciare da El País e dal suo corrispondente a l’Avana da vent’anni, Mauricio Vicent [quello a cui non è stato rinnovato il visto a Cuba], questa storia indiscutibile che abbiamo ricostruito grazie a Wikileaks.
Ma, da vecchio giornalista che ha vissuto con il culto della propria professione e ha pagato un prezzo per questo, vorrei chiedere a quei colleghi che, parlando di democrazia, si autodefiniscono riformisti: “Che ci faceva una lista di domande da proporre al presidente cubano Raul Castro in un cablogramma della rappresentanza diplomatica degli Stati Uniti a l’Avana? E Yoani Sánchez, omaggiata da un’istituzione nordamericana per ‘eccellenza giornalistica’, non ha sentito il disagio di questa situazione? Possiamo definire questo giornalismo ‘indipendente’? E quali risultati vogliono raggiungere l’Editorial Prisa e El País appoggiando questa mistificazione del giornalismo?”
Mi piacerebbe commentare questa vicenda con i colleghi de La Stampa e di Internazionale che, malgrado queste storie non esaltanti di truffe giornalistiche realizzate dai paesi più potenti per confondere e pilotare l’opinione pubblica, continuano a dare uno spazio fisso al cattivo umore della bloguera cubana, che denuncia, come fosse una prerogativa del suo paese, quel malessere, quelle frustrazioni del mondo moderno che oltretutto, ultimamente, sono più usuali nelle tanto sognate società dei consumi. Perché a Yoani sì e alle decine di giornalisti, perseguitati e assassinati ogni giorno in Messico, no?
In questo numero 122/123 di Latinoamerica pubblichiamo, proprio all’inizio, l’agghiacciante rapporto 2012 della commissione investigativa della Federazione latinoamericana dei giornalisti [Ciap-Felap]. I colleghi assassinati in varie nazioni del continente sono 45. Non solo nel Messico devastato dalla guerra contro i cartelli della droga, voluta dagli Usa e già persa dal governo locale, ma anche nello sterminato Brasile dei 200 milioni di abitanti alla ricerca di un riscatto, e nel piccolo Honduras, che dopo il colpo di stato del 2009 sostenuto dagli Stati Uniti, ha visto diventare un’abitudine l’eliminazione di cronisti coraggiosi e controcorrente.
Mi domando perché quello che ha da racontare Yoani Sánchez sia più impellente e importante di questa carneficina di giornalisti. Perché il Festival di Perugia non ha provato a contattare qualcuno di questi colleghi per ora sopravvissuti, che ha commesso solo il peccato di cercare di capire in nome di che cosa l’economia neoliberale, quella presuntamente vincente, pretende questi martirii quotidiani?
Al festival di Perugia, Mario Calabresi, direttore de La Stampa, dopo un po’ di trambusto con una parte degli spettatori in sala, ha sottolineato che le domande a Yoani Sánchez le avrebbe fatte solo lui. Un modo davvero liberale. Gli interrogativi, in fondo, non erano tanti, e molti dubbi, fra i presenti in sala, combaciavano. Ma non c’è stato verso. Così, quella che segue è proprio una selezione delle cose che vorrebbe sapere da Yoani chi si occupa davvero dell’in- formazione su Cuba ed è incuriosito sul suo mestiere di dissidente.

LE DOMANDE NON FATTE A YOANI SANCHEZ

1) Nello scorso novembre, per la 21a volta di seguito, l’Assemblea delle nazioni Unite (188 paesi che rappresentano il 96% della popolazione mondiale) hanno condannato l’embargo Usaa Cuba che dura da mezzo secolo. Lei che posizione ha su questa prepotenza?
2) A un certo momento della sua vita, lei ha deciso di collaborare con l’Ufficio di interessi degli Stati Uniti a Cuba, addirittura inventando la storia che il presidente Obama aveva risposto a 7 domande da lei proposte anche al presidente cubano Raul Castro. Qualche tempo dopo l’incaricato d’affari nordamericano all’Avana, Jonathan Farrar, ha dovuto ammettere che era stato lui a montare questo presunto scoop per il quale egli stesso aveva inventato le domande. A Raul Castro le domande non erano mai state inviate. Obama non aveva mai speso una parola sull’argomento. Perché lei si presta a questo tipo di operazioni? E le sembra un comportamento corretto?
3) Dal direttore Calabresi vorrei invece sapere perché la notizia della bufala che abbiamo appena segnalato (nonostante sia stata resa nota dai documenti diffusi da Wikileaks) non è stata mai pubblicata su La Stampa e anche dal resto dei media italiani?
4) Signora Sanchez, 5 agenti dell’intelligence cubana che hanno smascherato le centrali terroristiche che, dalla Florida, mettevano in atto attentati contro il suo Paese, sono da anni carcerati, dopo un processo farsa a Miami. E questo malgrado la Corte d’appello di Atlanta abbia messo in discussione quel verdetto e funzionari e militari del governo degli Stati Uniti abbiano testimoniato che i cinque cubani non hanno mai nuociuto alla sicurezza degli Stati Uniti. Perché lei invece afferma che i 5 cubani sono delle spie e basta?
5) Lei afferma che le sue battaglie sono per la libertà d’informazione e di critica. Sicuramente saprà che per far conoscere la storia dei Cinque cubani, alcuni intellettuali fra i quali Noam Chomsky, l’ex ministro della giustizia Usa Ramsey Clark, il Premio Nobel per la pace Rigoberta Menchù e il vescovo protestante di Detroit Thomas Gumbleton, hanno dovuto fare una colletta e comprare, con 60mila dollari, una pagina del New York Times, riluttante a rendere nota questa vergognosa vicenda. Non ha mai dei dubbi quando parla di libertà di stampa nel mondo occidentale?
6) Come lei sa, per la mediazione della Chiesa cattolica e dell’ex ministro degli Esteri spagnolo Moratinos, tutti gli oppositori condannati negli ultimi anni dalla giustizia cubana sono stati liberati e dopo il rifiuto degli Stati Uniti ad accoglierli, hanno scelto tutti di andare in Spagna. Purtroppo però il capitalismo e il mercato hanno delle leggi ferree e dopo un anno, causa la crisi economica, la Spagna del governo Rajoy ha dovuto sospendere gli aiuti per loro, che hanno protestato in piazza ma hanno dovuto subire anche la durezza delle manganellate della polizia spagnola. Ora molti vogliono ritornare a Cuba. Lei che ne pensa?
7) A quello che sappiamo, nel 2002, anche lei ha deciso di rientrare a Cuba dalla Svizzera dove abitava e dove viveva con il suo primo marito. Cosa la spinse a questa decisione?
8) Il suo atteggiamento antisistema le ha fruttato in 3 anni più di 250mila dollari di premi internazionali. Forse la professione del dissidente è più conveniente di quella di giornalista nel mondo occidentale?
9) Chi si nasconde dietro al suo sito desdecuba.net il cui server ha base in Germania nell’impresa Cronos Ag Regensburg ed è registrato a nome di Josef Biechele, che tra l’altro ospita anche siti neonazisti? Le faccio questa domanda perché il server in questione dispone di una banda 60 volte superiore a quella dell’intera rete cubana.
10) Come è riuscita a registrare il suo dominio attraverso l’impresa statunitense Godaddy, vista la legislazione sulle sanzioni economiche?

LA MALEDIZIONE DEI NAVY SEALS

Nel mondo della presunta libertà di stampa occidentale, in Italia ha trovato eco soltanto in un articolo di Vittorio Zucconi su La Repubblica la cosiddetta “maledizione dei Navy Seals” [Sea, Air and Land forces], il corpo speciale di 2.500 uomini e donne [ma il totale vero è sconosciuto], assaltatori di mare, cielo e terra come vuole il loro acronimo. Un plotone di questo corpo speciale è stato nel 2011 il protagonista della cattura e dell’esecuzione di bin Laden, trucidato davanti alla sua famiglia e poi gettato dal ponte della portaerei Vinson e disperso nell’oceano Indiano.
Ma ora, a due anni da quel feroce accadimento, succede che gli eventi, il destino [e speriamo sia veramente il destino], stanno decimando i componenti di quel commando che agì ad Abbottabad in Pakistan, dove il terrorista più ricercato del mondo si nascondeva.
In Afghanistan, appena tre mesi dopo il blitz contro bin Laden, era precipitato [guasto o razzo talebano, ancora non è stato chiarito] un elicottero Chinook che trasportava 22 di quei Seals. Quei 22 sapevano bene [come i sovietici trent’anni orsono] che volare a bassa quota nelle valli afghane, sballottati da correnti ed esposti al tirassegno dei lanciarazzi, era un grandissimo rischio. Ma tutti facevano parte di quel “Team 6”, creato negli anni della guerra fredda con un falso numero, quel “6” appiccicato per far credere all’intelligence sovietica che ce ne fossero almeno altri cinque, che invece non c’erano.
Poi il 2 maggio scorso, proprio nel giorno del secondo anniversario del raid di Abottabad, un altro componente della squadra è morto durante un addestramento, e un altro ancora è rimasto gravemente ferito.
Non è bastata nemmeno la ricostruzione cinematografica della regista Katherine Bigelow in “Zero dark thirty” [cioè “trenta minuti dopo la mezzanotte” nello slang militare Usa] a placare i dubbi e le anime dei viventi e dei pochi che hanno parlato dopo aver partecipato all’operazione.
Matt Bissonette, che il 2 maggio 2011 fu [almeno secondo quanto sostiene nel suo libro “Una giornata non facile”] uno dei tre che entrarono nella stanza in cui stava Osama, avvolto nel suo ampio pigiama con 500 dollari cuciti nella fodera, giura di essere stato lui a centrarlo alla testa con due colpi della sua carabina automatica prima che fosse finito con tre pallottole al petto da un altro Seal, che ha mantenuto l’anonimato in un intervista a volto coperto concessa allo specialista di terrorismo della Cnn Peter Bergen, e che ha tenuto a sottolineare che tutte le altre ricostruzioni circolanti erano “bullshit”, cazzate.
Ma dalla sua modesta casupola si è materializzato un terzo testimone dell’evento, con un racconto diverso. È un ex Seals indicato semplicemente come “the shooter”, lo sparatore, che ha spiegato alla rivista Esquire, in una lunga intervista, di essere stato lui, e non Bissonette o l’anonimo intervistato dalla Cnn, a sparare i colpi che hanno freddato bin Laden. L’uomo, come in un vero noir, ha confessato di essere stato abbandonato e di essere completamente in miseria, dimenticato e senza lavoro, con moglie e figlia da mantenere e da curare. Bissonette, che di tutta questa storia delle rivelazioni sembra essere il deus ex machina, afferma di conoscere bene the shooter e sostiene che fu espulso dai Seals quando prese l’abitudine di fare il giro dei saloon a Virginia Beach, dove il corpo speciale si addestra nelle operazioni di sbarco, vantandosi di essere lui e nessun altro ad aver fatto fuori il nemico pubblico numero uno.
Come sempre, in queste storie che marcano un tempo, una svolta nell’acquisizione di una verità da verificare, chi conosce i particolari – come sottolinea Zucconi – non parla, e chi parla non è detto conosca la verità.
D’altro canto, l’operazione “Tridente di Nettuno”, quella della cattura di bin Laden, non fu gestita dal Pentagono, ma dalla Cia, per farla passare come azione di spionaggio e non di guerra, insomma per non dover discutere se una nazione che rispetta i diritti di tutti deve catturare e sottoporre a processo anche il più pericoloso dei terroristi, o se tutte queste sono ciance senza senso, cose “da democratici”. La decimazione della squadra dei killer di Osama, più che la “maledizione dei Navy Seals” sembra la “maledizione dei Kennedy”, prigioniera di un futuro di ipotesi e scenari e di complotti forse non dimostrabili ma che, in definitiva, per storie come questa suggerirebbe di non esagerare nell’uso di frasi come “diritti umani violati”. Gli Stati Uniti hanno perso questa autorità morale.


Articolo di Gianni Minà

Gianni Minà ha scritto 72 articoli su Latinoamerica.