Su embargo, rilascio di prigionieri e altro

maggio 8, 2013

Barta Soler, del gruppo oppositore Damas de Blanco, sbraitava ieri al telefono da New York, qualche giorno fa in una intervista a El País, sostenendo che il blocco che gli Stati Uniti mantengono contro Cuba da cinquant’anni non solo non va tolto, ma va addirittura rinforzato fino ad “asfissiare i fratelli Castro” per poter avere così, finalmente, una Cuba libera e felice. La dissidente Yoani Sánchez, molto più furba e presentabile, come sa bene l’ex Incaricato d’affari Usa all’Avana (secondo quanto ci ha fatto sapere l’indiscreto Weekileaks), durante la sua tournée in vari paesi del mondo, graziosamente dichiara che il blocco ha fatto il suo tempo e può essere mandato in soffitta. Sembra, però, che l’Amministrazione statunitense da quell’orecchio non ci senta e non ci sente neppure quando si parla –si denuncia- l’indecente questione di Guantánamo, la prigione illegale sistemata nella base navale illegalmente mantenuta dagli Usa nell’isola di Cuba. Anche se lo stesso Presidente Obama ha dichiarato qualche giorno fa, che: “Guantánamo è cara e inefficace. Danneggia la nostra immagine internazionale e riduce la cooperazione con i nostri alleati per quel che riguarda gli sforzi antiterroristici”, concludendo pragmaticamente, che si tratta ormai solo di uno strumento per il reclutamento di estremisti e che bisogna chiuderlo. Ma se non lo può fare lui, chi lo potrà fare? La stessa domanda vale per il blocco: se non lo può rimuovere il Presidente, a chi toccherebbe farlo?
E, a proposito di terroristi, sempre nella “nazione più democratica del mondo”, si è risvegliato, dopo quaranta anni, il bisogno di giustizia della vedova di un poliziotto ucciso nel 1973 durante un’operazione che ha condotto all’arresto di Assata Shakur, poi evasa dal carcere e rifugiata a Cuba dal 1984. Essa è, oggi, la prima donna inclusa fra i primi dieci nomi della lista nera dei ricercati dell’Fbi e sul suo capo è stata messa una taglia di due milioni di dollari. Militante delle Black Panther prima e del Black Liberation Army poi, si è sempre dichiarata innocente per quel delitto, ma irriducibile nel non rinnegare le ragioni della sua lotta politica.
E’ noto che fra Cuba e gli Stati Uniti c’è un maledetto intreccio di agenti dell’uno e dell’altro governo finiti nelle galere nemiche. Lo statunitense Gross, la cui famiglia ha querelato il governo per averlo mandato in missione senza adeguata protezione, è ancora a Cuba mentre quattro dei Cinque combattenti antiterroristi, agenti del governo cubano, che monitoravano il virulento ambiente degli anticastristi della Florida, scontano da 15 anni condanne tombali in varie carceri nordamericane. Il quinto, René González, dopo aver scontato la sua pena più altri due dei tre anni di domicilio coatto in Florida, ha finalmente ottenuto di poter restare a Cuba dove si era recato per i funerali del padre. In cambio, deve rinunciare alla sua cittadinanza statunitense, cosa che gli stessi avvocati di René avevano offerto da tempo.
A quale gioco si gioca in questo complesso intreccio non è chiaro. La taglia su Assata e, allo stesso tempo, il ritorno in patria di René, il persistente diniego a rivedere il processo ai Cinque, stigmatizzata perfino da una commissione delle Nazioni Unite, le esitazioni di Washington a tirare fuori Gross da Cuba magari rilasciando o trattando per il rilascio dei quattro alle loro condizioni, conferma che, anche in questo caso, i rapporti bilaterali sono intossicati e malati. Perfino contro il nemico n. 1 degli anni della guerra fredda, l’ Unione Sovietica, i servizi di intelligenza trattavano nella massima discrezione e con la massima spregiudicatezza. per riportarsi in patria i propri sfortunati agenti.


Articolo di Alessandra Riccio

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