Gli inarrivabili traguardi di “Pietro il grande”

marzo 22, 2013

Il manifesto, 22 marzo 2013
Era testardo, rigoroso e di parola. Per questo Pietro Mennea, che se n’è andato ieri da questo mondo, non era simpatico a molti critici e giornalisti, ma certamente è stato uno dei più grandi campioni sportivi di cui l’Italia abbia potuto vantarsi, per la coerenza e per l’esempio di sacrificio che ha scelto di perseguire in tutta la sua carriera.
Mennea era un figlio del Sud, un campione di corsa che spesso non aveva neanche una pista per allenarsi, ma che però ha saputo smentire, nella sua attività di velocista, tutti i luoghi comuni, anche quelli espressi dai più esperti. Gianni Brera, uno dei più competenti fra noi giornalisti, scrisse di lui: “Un fiore prodigioso sbocciato nella confusa giungla del nostro ethnos depauperato in troppi secoli di stenti e di umiliazioni.”
Il tempo si è incaricato di spiegarci che il grande Giuan si sbagliava sui limiti fisici concessi dalla natura a noi italiani, specie quelli del Sud. Ma il primo a smentirlo fu quel ragazzo di Barletta un pò stortignaccolo che puntava tutto sulla sua caparbietà e sulla predisposizione al sacrificio negli allenamenti imposti dal suo mentore, il professor Vittori. Mennea soffriva per quell’incomprensione e anche, talvolta, per la sua timidezza dialettica che non gli permetteva, sempre, di rispondere per le rime a tanti presuntuosi. Rimediava comunque sempre con i risultati fin da quando, a vent’anni, nelle tragiche Olimpiadi del ’72 (segnate dal sangue del terrorismo palestinese) aveva vinto la medaglia di bronzo dietro il fuoriclasse russo Valery Borzov.
Il suo orgoglio gli avrebbe permesso di riprendersi la rivincita sullo zar russo agli Europei di Roma ’74 e successivamente di trionfare a Praga ’78.
Eppure, solo due anni prima, alle Olimpiadi di Montreal, dove Mennea era arrivato “solo quarto”, anche il grande Giovanni Arpino su La Stampa, non era riuscito ad evitarsi questo commento: “Mennea passeggia scheletrico, le orbite troppo grandi nel verde rasato e fortificato del villaggio”.
Per fortuna, si erano poi incaricati definitivamente di dare a Mennea quello che era di Mennea, prima il suo record del mondo sui 200 m alle Universiadi di Città del Messico e poi la prodigiosa rimonta di Pietro sull’inglese Wells nell’Olimpiade di Mosca ’80 che gli valse la medaglia d’oro. Basterebbero questi ricordi per rendere indiscutibile il fatto che Pietro Mennea è stato il più prestigioso atleta dello sport italiano. Ma la sua puntigliosa abitudine di non allinearsi con l’apparato, non gli permise mai di godere la gratitudine dell’ambiente che aveva ampiamente meritato. Questo avvocato laureato anche in scienze politiche, Lettere e scienze dell’educazione motoria, non fu mai preso in considerazione, per esempio, per un qualunque incarico nell’ambito dello sport italiano. Anzi, una volta fu pure squalificato per tre mesi dalla Federazione italiana di atletica leggera (anche se in inverno, quando in Occidente non ci sono gare) perché, ormai stanco per un’annata lunga e snervante si era negato, d’accordo con il professor Vittori, ad una tournée elettorale in Cina voluta a fine stagione dal presidente Primo Nebiolo, il creatore dell’atletica-spettacolo che reputava questo viaggio fondamentale per la sua rielezione a presidente della Federazione mondiale.
L’anno successivo, il prodigioso 1979, dovette intervenire il Presidente della Sisport, società per la quale era tesserato, per evitare a Mennea che aveva già programmato il suo tentativo di record alle Universiadi, di dovere spremersi anche per la solita tournée in Oriente.
Un uomo cocciuto, conscio dei suoi diritti, dai quali non voleva derogare: “A distanza di tempo, con il senno di poi, posso serenamente dire –ha spiegato una volta Pietro – che quel contrasto nasceva da una questione antica. Il confine nella vita di un atleta fra appartenenza ad una nazionale e l’appartenenza a sé stessi. Tema delicato, complesso”.
Per capire la sua caparbietà, citerò un’esperienza personale. Una volta, per un reportage commissionatomi dalla Rai, riunii su una spiaggia della California, lui con il leggendario Tommie Smith (quello della protesta, con il pugno nero guantato, alle Olimpiadi di Messico ’68) e Steve Williams, campione dotatissimo, ma amante della bella vita. Ad un certo punto, Tommie e Steve, uno per parte, lo alzarono da terra per far vedere quanto era più piccolo di loro. La differenza era di una spanna. Eppure, molti tentarono più volte di sbiadire il suo valore: “Il record di 19’ 72” -pontificavano- lo ha stabilito correndo in altura”. Non tenevano in conto che lo stesso Smith recordman prima di Pietro (19’ 83”) aveva corso la distanza nello stesso stadio universitario di Città del Messico. Il record di Pietro fu poi battuto da Johnson ad Atlanta nel ’96. Aveva resistito per 17 anni.


Articolo di Gianni Minà

Gianni Minà ha scritto 72 articoli su Latinoamerica.