Antiamericanismo viscerale? Droni e terrorismo

marzo 15, 2013

Mentre l’Italia intera continua a guardare il proprio ombelico dimenticando il mondo che le sta intorno, si cedono pezzi di sovranità e si chiudono gli occhi su questioni di grandissima rilevanza come la questione della legittimità dell’uso dei droni per assassinare terroristi o presunti tali in qualsiasi parte del mondo.
Il nostro ministro degli Esteri, Terzi –quello che ha svilito la nostra parola d’onore data all’India nella spinosa questione dei due marò- insieme ai colleghi della Giustizia, dell’Interno e della Difesa, ha fatto approvare una modifica al “regolamento relativo all’applicazione dell’art. VII della Convenzione fra gli Stati aderenti al Trattato del Nord Atlantico sullo status delle forze armate (Londra, 19.6.1951)” che di fatto sancisce la rinuncia alla giurisdizione penale italiana nei confronti di militari stranieri nell’ambito della Nato, in altre parole, sancisce l’extraterritorialità del personale militare delle Nazioni Unite in Italia. Insomma, non solo gli irresponsabili piloti del Cermis, ma neanche un qualsiasi soldato Nato ubriaco che si renda responsabile di un incidente automobilistico, potrà essere giudicato dalla nostra magistratura.
E intanto, intorno a noi il mondo gira e la superpotenza statunitense, “culla della democrazia”, “paese civile”, discute su una questione che, dal punto di vista etico, mi sembra enorme: la legittimità dell’uso dei droni per l’eliminazione mirata del nemico nel mondo e nel territorio nordamericano.
Il 7 marzo scorso, il portavoce della Casa Bianca, Jay Carney, rispondendo al senatore repubblicano Rand Paul, esponente del Tea Party, durante il dibattito per approvare la nomina del nuovo Direttore della Cia, John Bennan, ha dichiarato che gli Stati Uniti non impiegheranno i droni per assassinare un cittadino statunitense in territorio statunitense. C’è da non credere ai propri occhi leggendo notizie di questo genere!
Ma su questa questione è da gennaio che l’amministrazione Obama è sotto i riflettori degli avversari repubblicani, da quando, a gennaio, il Dipartimento di Giustizia ha dotato di base legale l’uso dei droni contro cittadini statunitensi all’estero, sostenendo che un individuo sospetto di terrorismo è di per sé una minaccia contro il paese; quando il solito senatore Paul ha chiesto se Obama ha l’autorità legale per ordinare un attacco contro un cittadino Usa all’interno del paese anche se la vittima non è legata al terrorismo, non ha ottenuto una risposta chiara e anzi vi è stato un rifiuto a respingere questa possibilità, tanto che il senatore ha commentato che “è un affronto al diritto di tutti i cittadini ad avere un processo giusto come indica la Costituzione”. I repubblicani hanno minacciato di bloccare la conferma di Bennan e a questo punto Carney ha dichiarato ufficialmente e senza offrire ulteriori dettagli, che “Il Presidente non ha impiegato né impiegherà attacchi con droni contro cittadini statunitensi in territorio statunitense”. Eppure, l’11 marzo l’Esercito degli Stati Uniti ha annunciato l’eliminazione dei dati relativi agli attacchi aerei per mezzo di droni in Afganistan dai loro bollettini informativi mensili, alla faccia della trasparenza auspicata da Obama che qualche settimana fa ha dichiarato “Io non sono una persona che crede che il presidente debba avere l’autorità per fare quello che vuole, quando vuole, con la sola giustificazione che fa parte della lotta contro il terrorismo”.
In un istruttivo reportage sugli aerei senza pilota, di El País Semanal del 15 marzo scorso, Jesús A. Núñez Villaverde intitola: “Letali, senza pilota, telediretti. I droni non sono il futuro. Sono già il presente nei conflitti bellici”. E ci informa che, secondo il senatore repubblicano Lindsey Graham, i droni statunitensi hanno già ammazzato 4.700 persone e che il Presidente Obama nella sua prima legislatura ne ha aumentato significativamente l’uso in Afganistan, in Pakistan, in Irak, nello Yemen e in Somalia. Secondo l’Association for Unmanned Vehicle Systems International, composta da industriali ed ex militari statunitensi sono più di 2.400 le imprese di quaranta paesi con gli Usa e Israele in testa, che stanno costruendo e sviluppando questi prodotti, anche per non meno inquietanti usi civili.
C’è sempre la grande scusa di un progresso inarrestabile e delle numerose applicazioni dei veicoli senza pilota (perfino elicotteri microscopici messi a punto in Gran Bretagna) per l’agricoltura, il controllo del territorio e quant’altro. Resta il fatto che l’uso militare di questi congegni è ormai entrato nella strategia della guerra e che la giustificazione –cinica e inammissibile- è bella e pronta: i droni consentono di risparmiare molte vite umane, riducono i danni collaterali e offrono un notevole risparmio rispetto agli aerei con equipaggio. Inoltre consentono ai militari di restarsene chiusi in una stanza piena di schermi, connessi via satellite, al riparo dal pericolo, con l’incarico di uccidere selettivamente persone ubicate in qualsiasi angolo del pianeta. Il giornalista racconta di come operatori formati in una base del Nuovo Messico istallati in una qualunque base delle Seychelles o dell’Arabia Saudita, forniti di qualche centinaio di droni e di missili, possono eseguire gli ordini della Forza Aerea, delle Operazioni Speciali e della Cia, liquidare un individuo e poi fare una pausa caffé o andare a pranzo. Il giornalista fa notare che “invece di cercare la cooperazione dello stato in cui è stato localizzato il presunto obbiettivo facendo appello agli organismi internazionali di polizia e con l’idea di arrestarlo per sottoporlo a giudizio, viene deciso di liquidarlo in maniera chirurgica senza per questo evitare la morte di civili innocenti. Viene scartata anche la noiosa necessità di dispiegare sul terreno un’unità di operazioni speciali che potrebbe mancare il bersaglio, cadere in un’imboscata o essere presa in trappola nel tentativo di mettersi in salvo dopo l’azione”.
Il paese che usa ormai da tempo, e senza scrupoli, l’eliminazione selettiva di nemici o presunti tali con l’uso dei droni, ha però sentenziato che Cuba (insieme alla Siria, al Sudan e all’Iran) è un paese terrorista fin dal 1982 per il suo appoggio alle guerriglie comuniste in Africa e in America Latina negli anni 60 e 70, cioè per fare quello che gli Stati Uniti hanno fatto e continuano a fare in giro per il mondo con gruppi di segno contrario, e anche per fornire asilo a persone ricercate dagli Stati Uniti, a membri dell’Eta e per prestare appoggio sanitario alle Farc colombiane.
Il senatore democratico del Massachusetts, James P. McGovern, che insieme ad altri ha incontrato Raúl Castro all’Avana il 20 febbraio scorso, si è fatto portavoce di una corrente di opinione che chiede alla Casa Bianca di rivedere la posizione degli Stati Uniti verso l’isola al fine di mettere fine a un blocco che dura da più di cinquanta anni. McGovern ritiene che cancellare Cuba dal gruppo di paesi considerati terroristi sarebbe un primo, necessario passo. Va ricordato che, per il semplice fatto di essere inclusa in questa lista, per Cuba sono probite le transazioni finanziarie, l’aiuto finanziario e tecnico da parte del governo Usa, l’esportazione di determinate merci come i prodotti industriali pesanti, apparecchi di alta tecnologia e prodotti di uso duale, i trasferimenti di munizioni e la concessione di visti temporali ai cittadini statunitensi senza una decisione speciale del Segretario di Stato.
Giornali importanti come il Los Angeles Times si sono uniti a questa campagna, ritenendo che sia in gioco la credibilità di Washington in America Latina visto che i negoziati di pace fra il governo della Colombia e le Farc si stanno tenendo proprio all’Avana, che le persone che hanno trovato rifugio nell’isola non erano terroristi e che i membri dell’Eta sono stati accolti su richiesta del Governo spagnolo di Felipe González negli anni ottanta.
Eppure, quando The Boston Globe ha pubblicato la notizia che il Segretario di Stato John Kerry aveva cominciato a rivedere la posizione Usa su Cuba, è arrivata una secca smentita della Casa Bianca, eppure, il Presidente Obama non avrebbe neanche bisogno dell’approvazione del Congresso per escludere Cuba dalla lista nera. Ma, a quanto pare, non ha intenzione di farlo nemmeno adesso che è al suo secondo –e ultimo- mandato.


Articolo di Alessandra Riccio

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