Le donne della mia generazione – Luis Sepulveda

marzo 8, 2013

a Pelusa, Marcia e Ana

Le donne della mia generazione aprirono i loro petali ribelli
non di rose, camelie, orchidee o altre piante
da salottini tristi, da casette borghesi, da usanze stantie,
ma di erbe pellegrine al vento
perché le donne della mia generazione fiorirono per strada,
in fabbrica divennero filatrici di sogni,
e dentro il sindacato organizzarono l’amore secondo i loro
[saggi criteri.

«Cioè» dissero le donne della mia generazione
«a ciascuno secondo i suoi bisogni e la sua capacità di
[risposta.»
Come nella lotta colpo su colpo, nell’amore bacio su bacio.
E nelle aule argentine, cilene e uruguaiane
seppero quel che dovevano sapere per il sapere glorioso
delle donne della mia generazione.
Minigonne in fiore negli anni settanta,
le donne della mia generazione non nascosero neanche le
[ombre
delle loro gambe che furono di Tania
erotizzando col più grande calibro
la dura strada dell’appuntamento con la morte,
perché le donne della mia generazione
bevvero di gusto il vino dei vivi,
accorsero a ogni chiamata,
tennero acceso il fuoco
e furono dignità nella sconfitta.

Nelle caserme le chiamarono puttane senza offenderle
perché venivano da un bosco di sinonimi allegri:
minas, grelas, parcantas, cabritas, minones, gurisas,
garotas, jevas, zipotas, viejas, chavalas, senoritas,
finché loro stesse non scrissero la parola Compagna
su ogni schiena e sui muri di ogni albergo,
perché le donne della mia generazione
col fuoco eterno delle loro unghie
ci marchiarono addosso la verità universale dei loro diritti.

Conobbero il carcere e i pestaggi.
Vissero in mille patrie e in nessuna.
Piansero i loro morti e i miei come fossero i loro.
Dettero calore al freddo, categoria al tempo e desideri alla
[stanchezza.
All’acqua dettero sapore e conservarono il fuoco della loro
[invincibile memoria.

Le donne della mia generazione partorirono figli eterni,
li allattarono cantando Summertime,
fumarono marijuana nel riposo,
ballarono il meglio del vino e bevvero le musiche più pure,
perché le donne della mia generazione
ci insegnarono che la vita non si offre a sorsi,
compagni,
ma tutta d’un colpo e fino in fondo alle sue conseguenze.

Furono studentesse, minatrici, sindacaliste, operaie,
artigiane, attrici, guerrigliere, persino madri e compagne
nei momenti liberi dalla Resistenza.
Perché le donne della mia generazione
rispettarono solo il limite dell’orizzonte
e mai e poi mai una frontiera.
Internazionaliste dell’affetto, brigatiste dell’amore,
miliziane della carezza, commissarie del dire ti amo,
fra una battaglia e l’altra
le donne della mia generazione dettero tutto
e dissero che era appena sufficiente.

Le dichiararono vedove a Córdoba e a Tlatelolco.
Le vestirono di nero a Puerto Montt e a San Paolo.
E a Santiago, Buenos Aires e Montevideo
furono le uniche stelle della lunga notte clandestina.
I loro capelli bianchi non sono capelli bianchi
ma un modo d’essere per il daffare che le aspetta.
Le rughe che spuntano sui loro visi
dicono: ho riso e pianto e tornerei a farlo.
Le donne della mia generazione
hanno preso qualche chilo di ragioni che non se ne vanno,
si muovono un po’ più lente, stanche di aspettarci alla
[meta,
scrivono messaggi che incendiano la memoria,
ricordano aromi proscritti e poi li cantano.

Ogni giorno inventano parole e con quelle ci spingono.
Nominano le cose e ci arredano il mondo.
Scrivono verità sulla sabbia e le offrono al mare.
Ci convocano e ci danno alla luce sulla tavola apparecchiata.
Dicono pane, lavoro, giustizia, libertà,
e la prudenza dell’uomo si trasforma in vergogna.
Le donne della mia generazione sono come barricate:
riparano e incoraggiano, danno fiducia e addolciscono il
[filo dell’ira.
Le donne della mia generazione sono come un pugno chiuso
che protegge con violenza la tenerezza del mondo.
Le donne della mia generazione non gridano
perché hanno sconfitto il silenzio.

Se qualcosa ci segna, sono loro.
L’identità del secolo sono loro.
Loro, la fede restituita, il coraggio nascosto di un volantino,
il bacio segreto, il ritorno a tutti i diritti,
un tango nella serena solitudine di un aeroporto,
una poesia di Gelman scritta su un tovagliolo,
Benedetti condiviso nel pianeta di un ombrello,
i nomi degli amici conservati con spighe di lavanda,
le lettere per cui baci il postino,
le mani che sorreggono il ritratto dei miei morti,
i semplici elementi dei giorni che sgomentano il tiranno,
la complessa architettura dei sogni dei tuoi nipoti,
sono tutto e sostengono tutto,
perché tutto arriva coi loro passi e ci raggiunge e ci sorprende.

Non c’è solitudine dove guardano loro
né oblio finché cantano.
Intellettuali dell’istinto, istinto della ragione.
Prova di forza per il forte e vitamina per il debole.
Ecco come sono, le uniche, irripetibili, indispensabili,
sofferte, picchiate, negate, invitte
Donne, Donne, Donne
Donne della mia generazione.
(Gijón Asturie, 1999)

Carmen Yáñez, nata nel 1952 a Santiago del Cile, in seno a una famiglia operaia, nel 1975 scompare nelle mani della polizia politica di Pinochet. Incredibilmente scampata all’inferno di Villa Grimaldi (la casa segreta della polizia politica), rimane in clandestinità finché nel 1981, via Argentina e sotto la protezione dell’ONU, si rifugia in esilio in Svezia. In Svezia Carmen Yáñez inizia a pubblicare la sua poesia. Nel 1982 esce la raccolta “Cantos del camino” e, negli anni successivi, le sue poesie appariranno su riviste svedesi (Signor, Ada, Invandraren) e tedesche (Viento sur). Pubblica i trittici “Al aire” (1989) e “Remanso” (1992). Durante la sua permanenza in Svezia, partecipa alla creazione di vari laboratori letterari. Dapprima il laboratorio Losche e in seguito “Transpoetas” e “Madrigal”, ai quali è tuttora legata. Dal 1990 la sua poesia comincia a essere pubblicata anche in Cile. Nel 1997 si trasferisce in Spagna, insieme a suo marito lo scrittore Luis Sepúlveda, e stabilisce la sua residenza nelle Asturie, in quella che lei stessa definisce una ricerca delle proprie radici. Ha pubblicato in Italia tre volumi, editi da Guanda: “Paesaggio di luna fredda” (1999) , “Abitata dalla memoria” (2001) e “Terra di mele” (2006).
Luis Sepùlveda, ha scritto nel prologo a “Passaggio di luna fredda”: “La poesia di Carmen ha la freschezza dei primi sguardi e la sensibilità di chi ha messo la vita sul tavolo da gioco e se l’è giocata senza esitazioni, perché questa Carmen Poeta e anche la Carmen combattente, compagna, clandestina, la donna che sparì una notte inghiottita dalla stupidità criminale delle uniformi ed è riapparsa tutta intera pura e trasparente”.


Articolo di Redazione

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