Ellos y nosotros. IV. – Gli sguardi 4

febbraio 21, 2013

 E’ arrivata la quarta parte di “Ellos y nosotros”, la conversazione che il subcomandante Marcos ha lanciato in rete dopo l’occupazione simbolica e silenziosa di una serie di capoluoghi del Chiapas a gennaio del 2013. Qui Marcos racconta del rapporto che il movimento zapatista intrattiene con la comunicazione cibernetica. (A.R.)

4. – Guardare e comunicare

Vi voglio raccontare un segreto, ma tenetelo per voi … oppure no. Nei primi giorni della nostra ribellione, dopo il cessate il fuoco, circolavano un sacco di chiacchiere sull’EZLN. Si era scatenato tutto l’inferno mediatico che la destra suole scatenare per imporre silenzio e sangue. Alcuni degli argomenti usati allora sono gli stessi di ora, il che dimostra quanto poco moderna sia la destra e quanto anchilosato il suo pensiero. Ma non è questo il tema di oggi, e non lo è neanche il giornalismo.
Quello che voglio raccontare è che all’epoca si cominciava a dire che l’EZLN era la prima guerriglia del secolo XXI (sì, noi che usavamo ancora la zappetta per seminare la terra, che della giunta di buoi –senza esagerare- sapevamo solo vagamente, e che il trattore lo conoscevamo solo in fotografia); che il supmarcos era il guerrigliero cibernetico che, dalla selva Lacandona lanciava al cyberspazio i proclami zapatisti che avrebbero fatto il giro del mondo; e che avevamo una comunicazione satellitare per coordinare le azioni sovversive che si realizzavano in tutto il mondo.
Sì, ecco cosa dicevano ma … compagni, proprio alla vigilia della ribellione, il “potere cibernetico zapatista” in nostro possesso era un computer di quelle che usavano dischi flessibili grandi e aveva un sistema operativo DOS versione meno uno punto uno. Abbiamo imparato ad usarlo con una guida di quelle di prima, non so se ne esistono ancora, che ti dicevano che tasto dovevi toccare e si sentiva una voce che diceva, con accento di Madrid, “Muy bien”; ma se sbagliavi ti diceva “Muy mal, idiota, prova di nuovo”. Oltre ad usarlo per giocare a Pacman, l’abbiamo usato per la “Prima Dichiarazione della Selva Lacandona”, che abbiamo riprodotto grazie a una di quelle vecchie stampanti ad aghi che faceva più rumore di una mitragliatrice. La carta era un rotolo che si  bloccava continuamente, ma aveva la carta carbone e potevamo stampare due copie ogni tante ore.
Abbiamo fatto un sacco di stampate, mi pare circa 100. Le abbiamo divise fra i cinque gruppi di comando che, qualche ora più tardi, avrebbero occupato sette capoluoghi del sudorientale stato messicano del Chiapas.
A San Cristóbal de las Casas, che è toccato a me di occupare, appena arresa la città, abbiamo incollato con un intruglio le 15 copie che ci toccavano. Sì, lo so che i conti non tornano, che avrebbero dovuto essere venti, ma che fine abbiano fatto le cinque mancanti lo sa dio.
Quando ci siamo ritirati da San Cristóbal, all’alba del 2 gennaio 1994, l’umida nebbia che copriva la nostra ritirata scollava i proclami dalle fredde pareti di quella superba città coloniale, e qualcuno è rimasto a svolazzare per le strade.
Anni dopo mi hanno raccontato che mani anonime ne avevano strappato qualcuno per custodirlo gelosamente. Poi sono venuti i Dialoghi della Cattedrale. All’epoca io avevo uno di questi computer portatili e leggeri (pesava sei chili senza la batteria), marca La Migaja, con 128 ram, voglio dire 128 kilobytes di ram, disco duro da 10 mega, insomma, ci potevo immagazzinare t-u-t-t-o, e un processatore velocissimo che, lo accendevi, ti andavi a fare un caffé, tornavi e potevi ancora riscaldare, 7volte 7, il caffé prima di poter cominciare a scrivere. Un gioiello di apparecchio. In montagna, per farlo funzionare usavamo un alternatore di corrente connesso a un accumulatore di automobile. In seguito, il nostro dipartimento di alta tecnologia zapatista, ha progettato un marchingegno che faceva funzionare il computer con batterie “D”, che però pesava più del computer e sospetto pure che fosse il responsabile del fatto che il PC sia spirato con una fiammata, questa molto appariscente, e un fumo che ha allontanato le zanzare per 3 giorni di seguito. Il telefono satellitare con cui il Sup comunicava con il “terrorismo internazionale”? Un walkie-talkie con una portata massima di 400 metri in pianura (in giro ci devono essere ancora delle foto del “guerrigliero cibernetico”!). Internet? A febbraio del 1995, quando l’esercito federale ci inseguiva (e non per chiederci un incontro), il PC portatile è finito nel primo ruscello che abbiamo guadato, e i comunicati di quell’epoca li abbiamo fatti su una macchina da scrivere meccanica prestata da un commissario comunale di uno dei paesi che ci proteggevano.
Era questa la poderosa attrezzatura di alta tecnologia di cui disponevamo allora noi “guerriglieri cibernetici del secolo XXI”. Mi dispiace molto se, oltre al mio già disastrato ego, infrango anche alcune illusioni che poi sono cresciute in giro, ma è stato così, proprio come ve lo racconto adesso.
Qualche tempo dopo siamo venuti a sapere che … Un giovane studente in Texas, USA, forse un “nerd” (come direste voi), ha aperto una pagina web e ci ha messo solo “EZLN”. E’ stata questa la prima pagina web dell’ezln. Questo compagno ha cominciato a caricare lì tutti i comunicati e le lettere che venivano pubblicati sulla stampa scritta. Gente di altre parti del mondo, che veniva a sapere della ribellione attraverso le foto, le immagini video o le note giornalistiche, cercavano lì la nostra parola. Questo compagno non lo abbiamo mai conosciuto. O forse sì. Forse a un certo punto è arrivato in queste terre zapatiste, come uno qualunque. Se c’è venuto, non ha mai detto: “Sono quello che ha aperto la pagina dell’EZLN”. E neanche: “Ggrazie a me siete conosciuti in molte parti del mondo”. Ancor meno: “Vengo a farmi ringraziare e a ricevere omaggi”.
Avrebbe potuto farlo e i ringraziamenti sarebbero stati sempre pochi, ma non lo ha fatto. Il fatto è che, ma forse voi non lo sapete, esiste gente così. Gente buona che fa le cose senza chiedere niente in cambio, senza farsi pagare, “senza fare chiasso”, come diciamo noi zapatisti. Poi il mondo ha continuato a fare giravolte. Sono arrivati dei compagni che davvero se l’intendevano di computer e allora abbiamo aperto altre pagine e adesso stiamo come stiamo. Cioè con il benedetto server che non tira come dovrebbe, neanche se gli facciamo un sacco di feste.
Senza fare chiasso, noi siamo grati a quel compagno: che gli dei primigeni e/o il supremo in cui crede, o dubita, o non crede, lo benedicano.
Non sappiamo che ne è stato di quel compagno. Forse è un Anonymous. Forse sta ancora navigando nella rete, cercando una causa nobile da appoggiare. Forse è disprezzato per il suo aspetto, forse è diverso, forse i suoi vicini lo guardano storto e anche i suoi compagni di lavoro o di studio.
Magari, invece, è una persona normale, una fra il milione di persone che camminano nel mondo senza che qualcuno gli faccia i conti, senza che nessuno le guardi.
E forse potrebbe riuscire a leggere questo che racconto e a leggere quello che adesso gli scriviamo: “Compagno, qui adesso ci sono scuole dove prima cresceva solo l’ignoranza: c’è da mangiare, poco ma dignitoso, dove in tavola solo la fame era l’invitata quotidiana; e c’è sollievo dove l’unica medicina contro il dolore era la morte. Non so se te lo aspettavi. Forse lo sapevi. Forse avevi intravisto un po’ di futuro in quelle parole che hai rilanciato nel cyberspazio. O forse no, forse lo hai fatto solo perché sentivi che era tuo dovere. E il dovere, noi zapatisti lo sappiamo bene, è l’unica schiavitù a cui ci si sottomette per propria volontà. Noi lo abbiamo imparato. E non mi riferisco ad apprendere l’importanza della comunicazione o a sapere i modi della scienza e della tecnica dell’informatica. Per esempio, tranne El Durito, nessuno di noi è riuscito a risolvere la sfida di fare un comunicato tweet. Rispetto a quei 140 caratteri, non solo sono un inutile, inciampando e cadendo sulle parentesi, sui punti sospensivi …  ci passo la vita e mi mancano i caratteri. Credo impossibile che ci possa mai riuscire. Durito, per esempio, ha proposto un comunicato che si adatta ai limiti del twit e che dice: 123456789 123456789 123456789 123456789 123456789 123456789 123456789 123456789 123456789 123456789 123456789 123456789 123456789 123456789. Ma il problema è che il codice per decifrare il messaggio occupa l’equivalente dei 7 tomi dell’enciclopedia “Le differenze”, che l’umanità intera sta scrivendo da che ha cominciato la sua penosa camminata sulla terra, e la cui edizione è vietata dal Potere. No. Abbiamo imparato che c’è gente là fuori, lontano o vicino, che non conosciamo, che magari non ci conosce, ma che è compagno. E lo è non per aver partecipato ad una marcia di solidarietà, per aver visitato una comunità zapatista, perché porta un fazzoletto rosso al collo o ha firmato un manifesto, un foglio di iscrizione, una tessera di membro, o come si dica. Lo è perché noi zapatisti sappiamo che così come molti sono i mondi che abitano il mondo, sono molte anche le forme, i modi, i tempi e i luoghi per lottare contro la bestia, senza chiedere nè aspettarsi niente in cambio. Ti mandiamo un abbraccio, compagno, dovunque tu sia. Sono sicuro che ormai puoi dare una risposta alla domanda che uno, una, si fa quando comincia a camminare: “Varrà la pena?” Magari poi verrai a sapere che in una comunità o in una caserma, una stanza di computo zapatista si chiama “lui”, così, con minuscola. E magari poi vieni a sapere che, se qualcuna delle persone invitate ha trovato la stanza, ha notato il cartello, e ha chiesto chi era quel “lui”, noi rispondiamo: “Noi non lo sappiamo, ma lui lo sa”. Bene. Salute e, sì, è valsa la pena, credo. Da ecc., ecc. Noi zapatisti dell’ezln punto com punto org punto net o punto come si dice.”-*- E tutto questo c’entra perché forse voi vi siete accorti che noi abbiamo molta fiducia nei media liberi o libertari o come si dice, e nelle persone, gruppi, collettivi, organizzazioni che hanno i loro modi di comunicare. Persone, gruppi, collettivi, organizzazione che hanno le loro pagine elettroniche, i loro blogs, o come si dice, che danno spazio alla nostra parola, e adesso alle musiche e alle immagini che l’accompagnano. E persone e gruppi che magari non hanno neanche il computer, ma sia pure a voce o con un volantino, o un giornale murale, o scrivendo un graffiti in un quaderno o in un autobus, o in un’opera teatrale, un video, un tema scolastico, una danza, un poema, uno striscione, un libro, una lettera, guardano le lettere che il nostro cuore collettivo disegna. Se non ci appartengono, se non sono parte organica nostra, se non gli diamo ordini, se non li comandiamo, se sono autonomi, indipendenti, liberi (cioé comandano su loro stessi) o come si dice, dunque, perché lo fanno?
Forse perché pensano che l’informazione sia un diritto di tutti e che a ciascuno tocca la responsabilità di cosa fare o non fare di questa informazione. Forse perché sono solidali e si sono impegnati ad appoggiare così coloro che lottano anche essi, sia pure in altro modo. Forse perché sentono il dovere di farlo. O forse per tutto questo e per altro.
Loro sapranno. E sicuramente lo hanno scritto lì, nella loro pagina, nel loro blog, nella loro dichiarazione di principio, nel loro volantino, nella loro canzone, nella loro parete, nel loro quaderno, nel loro cuore. Insomma, sto parlando di quelli che si mettono in comunicazione e insieme ad altri comunicano quello che sentono nel nostro cuore, cioè ascoltano. Di chi ci guarda e si guarda pensandoci e si fa ponte e così scopre che le parole che scrive, canta, ripete, trasforma, non sono degli zapatisti e delle zapatiste, che non lo sono mai state, che sono loro, di voi e di tutti e di nessuno, e che sono parte di una partitura che non sappiamo dove stia, ed ecco che si scopre o si conferma che quando ci guarda guardandoci guardarlo, sta toccando e parlando di qualcosa di più grande per la quale non esiste ancora un sillabario, e che non appartiene a un gruppo. A un collettivo, a un’organizzazione, una setta, una religione, o come si dica, ma che sta capendo che il passaggio verso l’umanità si chiama adesso “ribellione”.
Forse, prima di dare un click alla loro decisione di accogliere nei loro spazi la nostra parola, si chiederanno: “Vale la pena?”. Forse si chiederanno se non staranno contribuendo alle vacanze di marcos in qualche spiaggia europea, per godersi l’amabile clima di quei calendari, di quelle geografie. Forse si chiederanno se non staranno facendo un servizio a una trovata della “bestia” per ingannare e simulare la ribellione. Forse si risponderanno che la risposta a questa domanda: “Vale la pena?”, tocca a noi zapatisti, e che facendo click sul computer, usando lo spray, il pennarello, la chitarra, il CD, la telecamera, ci stanno impegnando a rispondere “sì”. E allora fanno click sul tasto “upload” o salvare, o copiare o all’accordo iniziale o al primo paso-color-verso, o come si dice.
E forse non lo sanno, anche se credo sia evidente, ma ci danno una mano, come si usa dire. E non lo dico perché la nostra pagina a volte “scompare”, come se stesse nel siam e lanciandosi nel vuoto non ci fosse nessuna mano compagna che ne rallentasse la caduta che, se finisce sul cemento, continuerà a far mal a prescindere dal calendario e dalla geografia. Lo segnalo perché dall’altra parte della nostra parola ci sono molti che non sono d’accordo, e lo dimostrano; ce ne sono anche di più che non sono d’accordo e non si prendono il disturbo di dirlo; ce ne è qualcuno che invece è d’accordo e lo dimostra; ce ne sono altrettanti o più che sono d’accordo e non lo dicono; e c’è una grande, immensa maggioranza che neanche lo sa. Proprio con questi ultimi vorremmo parlare, cioè, guardare, cioè ascoltare. Compagni, grazie. Lo sappiamo. Ma siamo sicuri che, anche se non lo sapessimo, voi lo sapete. E proprio di questo –pensiamo noi zapatisti e zapatiste- si tratta a proposito di cambiare il mondo. (Continua…)

Da un qualunque angolo di qualunque mondo.
SupMarcos. Pianeta Terra, febbraio 2013

P.D.- Non abbiamo twitter e neanche facebook, né posta elettronica, numero telefonico, casella postale. Quelli che compaiono nella pagina elettronica sono della pagina, e questi compagni ci appoggiano e ci mandano quello che ricevono, così come diffondono quello che gli mandiamo. D’altra parte, noi siamo contrari al copyright, perciò, chiunque può avere il suo twitter, il suo facebook, o come si dice, e usare i nostri nomi, anche se non siamo noi e loro non ci rappresentano. Ma secondo quanto mi hanno detto, la maggior parte di queste persone dichiarano di non essere quelle che si suppone siano. Per la verità, ci diverte immaginare la quantità di insulti e di parolacce che hanno ricevuto e riceveranno, originariamente rivolti al EZLN e/o al sottoscritto.


Articolo di Redazione

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