L’omertà dei media quando si parla di diritti umani

febbraio 18, 2013

Qui di seguito la prima parte dell’editoriale di Gianni Minà apparso sul Latinoamerica n. 121, da oggi in vendita nelle librerie Feltrinelli, in quelle indipendenti, e nel nostro negozio on line www.gmeshop.it.

Spesso, quando leggo i perentori giudizi dell’informazione occidentale sugli accadimenti in atto in certi paesi scomodi per le economie e le politiche degli Stati Uniti d’America o delle “nazioni forti” dell’Europa, mi domando dove prendano le notizie e quanto è grande la sfacciataggine con cui le manipolano.
È il caso, in queste ultime settimane, del Mali, che evidentemente la Francia socialista di Hollande considera ancora, come al tempo delle colonie, una sua proprietà privata e quindi non vuole perdere uranio, ferro, bauxite [principale fonte della produzione di alluminio] e l’oro, di cui il paese africano, pur poverissimo, è il terzo produttore al mondo. Date queste premesse mi sarei aspettato, sui nostri media, una qualche interpretazione economica o storica su questo paese, da sempre saccheggiato dal Nord del mondo. Invece ho trovato solo spiegazioni su una presunta guerra civile in atto e su chi sono, a nostro interessato giudizio, i buoni [ovviamente quelli sostenuti dai francesi e anche da noi] e i cattivi, che intanto si stanno sparando addosso. Oltretutto si è molto reticenti sul fatto che le fazioni in campo facciano la guerra per conto terzi, che sono ovviamente i paesi che si contendono la ricchezza del mondo.
Forse su questa ambigua verità avrebbero dovuto riflettere anche quelli che hanno assegnato il Nobel della pace all’Europa, forte del merito, ben modesto, di aver evitato le guerre –almeno fra i suoi membri– per sessant’anni.
Ma si sa, il mondo moderno, su questi argomenti, deve essere per forza ambiguo, perché deve conciliare l’etica e la verità col mercato, secondo il quale negli ultimi cinquant’anni ha perso il comunismo ma non il capitalismo. Per cui i massacri di Stalin sono esistiti, ma quelli dell’economia neoliberale no. Perché, pur essendo costretta ad addebitare senza discussioni a quest’ultima la responsabilità, per esempio, dell’apartheid in Sudafrica, dei desaparecidos in Argentina e Guatemala, del Plán Condor spietatamente avallato in Sudamerica da Nixon e da Kissinger, o dovendo denunciare le esistenze rapinate a decine di nazioni africane, l’informazione dei nostri tempi continua a sostenere il dogma del primato del mercato, che pure costringe alla fame due terzi dell’umanità.
Su questo tema non c’è discussione, il pensiero unico impone la sua logica. E così come nel 2008 si stabilì che la colomba della pace doveva posarsi sulla spalla di Barack Obama, addirittura prima che giurasse come Presidente degli Stati Uniti, ora l’Europa continua ad autoassolversi, anzi fa di più, elude, nasconde, ignora, dimentica. È di questo inizio d’anno un documentato e preciso comunicato stampa di Amnesty international, che chiede al Presidente Obama di rimediare ai fallimenti sui diritti umani del suo primo mandato. Il documento è stato reso pubblico alla vigilia dell’undicesimo anniversario del primo trasferimento di un detenuto nella base navale di Guantanamo e dell’inaugurazione del secondo mandato del Presidente Usa in carica. Amnesty international ha chiesto a Obama di riprendere in considerazione la promessa fatta nel 2009 di chiudere il centro di detenzione e “di impegnarsi a rilasciare i detenuti o a sottoporli a processi equi”. Non ha avuto risposta. Eppure Amnesty ribadisce che oggi a Guantanamo vi sono ancora 166 detenuti e che dal 2002 la prigione ne ha ospitati 779, la maggior parte dei quali vi ha trascorso diversi anni senza accusa né processo.
Per questo Rob Freer, ricercatore di Amnesty international sugli Stati Uniti ha scritto: “La pretesa del governo di Washington di essere il paladino dei diritti umani non è compatibile con l’apertura del carcere di Guantanamo, le commissioni militari, l’assenza di assunzione di responsabilità e la mancanza di rimedi per le violazioni dei diritti umani commesse da funzionari statunitensi, tra cui la tortura e le sparizioni forzate che costituiscono crimini di diritto internazionale”.
Parole che pesano, se si considera anche che il Presidente aveva ordinato la fine dell’uso delle cosiddette tecniche “rinforzate” d’interrogatorio da parte della Cia [eufemismo per torture come il “waterboarding”, l’annegamento simulato] e la chiusura dei cosiddetti “siti neri”, centri segreti di detenzione diretti dall’intelligence statunitense. Una realtà inquietante, denunciata dopo l’11 settembre da the Nation, la prestigiosa rivista di geopolitica degli intellettuali progressisti nordamericani, che chiedeva notizie al governo Bush di alcuni cittadini americani di fede musulmana di cui, allora e in seguito, non si è più saputo nulla.
Purtroppo Obama ha sposato anche lui il paradigma unilaterale e viziato della “guerra globale” scelto da Bush jr, e ne ha accettato la logica delle detenzioni a tempo indeterminato, con spregio di qualunque diritto dei prigionieri.
Il Presidente ha attribuito la mancata chiusura di Guantanamo al Congresso che –come spiega Freer– “ha ripetutamente impedito il rispetto degli obblighi internazionali in materia di diritti umani applicabili in questo contesto”. Ma purtroppo il 2 gennaio 2013 Obama non ha potuto sottrarsi dal firmare l’Atto di autorizzazione alla difesa nazionale, pur criticandone alcuni aspetti che ancora una volta creano ostacoli alla soluzione del problema di Guantanamo.
Ancora una volta Freer è stato esplicito: “Ciò di cui c’è ora bisogno è il riconoscimento e l’applicazione, da parte delle autorità nordamericane, dei principi internazionali sui diritti umani. Questo significa l’obbligo di abbandonare le commissioni militari in favore di processi equi in tribunali ordinari e civili, rilasciare i detenuti che gli Stati Uniti non hanno intenzione di processare, accertare pienamente le responsabilità e fornire accesso a forme di rimedio giudiziario per tutte le violazioni dei diritti umani”.
Gli Stati Uniti, ovviamente, hanno ignorato l’appello di Amnesty ma è palese che non hanno più l’autorità morale [se mai l’hanno avuta] per fare la lezione sui diritti umani a qualcuno. Eppure continuano a muoversi come se il tempo non fosse trascorso, gli equilibri del mondo fossero ancora quelli della fine della seconda guerra mondiale, quando erano “gli alleati”, la Cina era ancora quella di Mao, e come se la crisi mondiale non fosse nata per responsabilità della finanza speculativa, delle ciniche agenzie di rating e delle grandi banche di casa, che strozzano l’economia del mondo.
È evidente, dunque, che i nostri mezzi d’informazione tengono in considerazione i rapporti di Amnesty solo quando servono a trovare un minimo di scusa per attaccare a comando, nella ormai ribelle America latina, paesi come Cuba, il Venezuela, l’Ecuador, la Bolivia, insofferenti alle pretese dell’economia neoliberale e perfino il Brasile, ormai quinta potenza economica del globo, o l’Argentina che nazionalizza il suo petrolio, riprendendoselo dalla Spagna, e vara una legge sui media, in particolare sulla televisione, democratica e avanguardista che fa risultare ridicola la nostra presunta libertà d’informazione.
I rapporti di Amnesty sono invece ignorati quando, solitari, mettono in discussione le violazioni dei diritti umani fatte dagli Stati Uniti o da paesi come Colombia e Messico, paladini di ogni politica nordamericana, anche la più discutibile, pur essendo diventati ultimamente dei mattatoi con decine di migliaia di morti e desaparecidos e milioni di desplazados per presunte guerre dei governi al narcotraffico.
A tutti i mezzi d’informazione italiana, per esempio, è sfuggito che il 18 dicembre scorso la Corte interamericana per i diritti umani ha condannato la Colombia per il bombardamento terrorista sul municipio di Santo Domingo [provincia di Arauca], compiuto dalla Forza aerea colombiana [Fac] e in cui sono morte 17 persone [fra cui 6 bambini] e 27 –di cui 10 bambini– rimaste ferite.
La storia è emblematica. Nel dicembre del 1998 un aereo militare, nel corso di un’offensiva contro la guerriglia, sgan- ciò un grappolo di micidiali cluster bombs a frammentazione su un gruppo di case della comunità causando una strage. Il governo di Bogotà, con l’aiuto dei media di regime e della stampa internazionale, aveva tentato di addossare la colpa ai guerriglieri delle Farc, distorcendo i fatti e diffondendo la notizia che a causare il massacro fosse stata un’autobom- ba. Nel corso degli anni le indagini, rallentate da innumerevoli manovre dilatorie ma alimentate dalle incessanti denunce delle comunità colpite, hanno appurato che l’esplosione fu causata da un ordigno sganciato da un velivolo militare, mettendo in difficoltà il regime colombiano e il suo tentativo di manipolare la verità. Ora, a 14 anni dai fatti, la Corte interamericana per i diritti umani ha riconosciuto la responsabilità dello stato, incolpandolo, come dice la sentenza, di non aver compiuto il suo dovere di proteggere i cittadini e obbligandolo a indennizzare i familiari delle vittime.
Questa storia oltre a ricordare le responsabilità terroristiche del regime colombiano, responsabile di un bombardamento indiscriminato che ricorda quello nazista di Guernica durante la guerra civile spagnola, evidenzia le responsabilità e l’omertà dei media internazionali nel coprire determinati crimini di stato. A loro interessa, con molta malafede, occuparsi del dissidente cubano che fa lo sciopero della fame, o di Yoani Sánchez, bloguera che ha deciso di lavorare sottobraccio con i funzionari dell’ufficio di interessi degli Stati Uniti in un assedio che, pure, ogni anno l’Onu condanna.
È eticamente accettabile che una superpotenza cerchi, da decenni, con ogni mezzo [perfino il terrorismo] di sovvertire il sistema politico di un altro paese più piccolo, solo perché questo ha scelto un modello di società che non piace e non conviene alla stessa superpotenza? Ed è accettabile che questa prepotenza venga avallata da chi si dice dissidente, ma in realtà ha scelto di farsi comprare? A parti invertite, chi facesse questa scelta sarebbe, negli Stati Uniti [stiamo parlando di questa superpotenza] condannato con decenni di galera per alto tradimento.
Ma, nel mondo che si autodefinisce democratico, i giornalisti non sentono neanche lontanamente questa contraddizione e questa immoralità.
I nostri media leggono e rilanciano solo le campagne messe in piedi da Freedom House, megafono della Cia che ha addirittura la moglie dello zar dell’intelligence Usa John Negroponte fra i sostenitori fissi dell’agenzia, o quelle portate avanti da Reporters sans frontiéres, sovvenzionata anch’essa da UsAid e Ned [National endowment for democracy], le agenzie di propaganda della stessa Cia.
Eppure le malefatte di queste fabbriche di manipolazioni e di menzogne ogni tanto bucano l’omertà e arrivano a porci davanti a quel valore che chiamiamo morale. Un’azienda americana che forniva traduttori [si fa per dire] all’esercito nordamericano in Iraq, è stata condannata dalla Corte federale di Greenbelt in Maryland, a risarcire con 5,3 milioni di dollari 71 ex prigionieri iracheni, torturati nel carcere di Abu Ghraib e in altri centri di detenzione a conduzione americana. È il primo caso in cui un’azienda privata degli Stati Uniti, la cui sussidiaria è stata accusata di aver collaborato alla tortura dei detenuti ad Abu Ghraib, ha accettato di patteggiare per chiudere la causa. La Engility Holding, che ha sede a Chantilly in Virginia, ha così tacitato le richieste delle 71 vittime rinchiuse tra il famigerato carcere a Baghdad e in altri centri dell’Iraq. Un’altra azienda di contractor civili, la Caci, andrà a processo in estate per un caso analogo. L’azienda sotto accusa, la L-3 Services Inc. aveva ottenuto un contratto di 450 milioni di dollari l’anno per fornire traduttori al personale militare americano e nel 2006 ne aveva in Iraq oltre seimila. “I contractors privati hanno svolto un ruolo di rilievo, ma spesso sottostimato, nei peggiori abusi compiuti ad Abu Ghraib –accusa Baher Amzy, uno dei legali dei detenuti che ha accolto con soddisfazione il patteggiamento– Siamo contenti perché il risarcimento comporta una responsabilità e riconosce una qualche forma di giustizia alle vittime”.
Durissimi gli episodi contestati dai legali nelle udienze: finte esecuzioni con pistole puntate alla tempia, prigionieri sbattuti contro un muro fino a perdere i sensi, minacciati di stupro mentre erano incappucciati e incatenati, costretti a bere così tanta acqua da vomitare sangue. Molti ex detenuti accusano di essere stati più volte stuprati, picchiati e tenuti nudi per lunghi periodi di tempo.
Dove sono i media italiani ed europei, difensori dei diritti civili e della democrazia, tanto critici con i fratelli Castro o con Chávez accusati di “sprecare” il denaro per maestri, medici e ricercatori?
Come i nostri lettori ricordano, lo scandalo delle torture ad Abu Ghraib scoppiò nel 2004 durante la campagna per la rielezione di George W Bush. Le foto con i prigionieri incappucciati, incatenati o tenuti al guinzaglio da sodati Usa fecero il giro del mondo, scioccando la comunità internazionale. Alcuni congressisti democratici chiesero le dimissioni del segretario alla Difesa Donald Rumsfeld, che dovette più volte rispondere sugli abusi davanti al Congresso. E già all’epoca vennero accusati di tortura anche agenti di sicurezza privati che avevano il compito di “facilitare” [diciamo così] gli interrogatori.
Le conoscono queste realtà i giornalisti che blaterano –quasi sempre a sproposito– di diritti umani? Forse sì, ma il coraggio, sosteneva Manzoni, non si può comprare in una bottega.


Articolo di Redazione

Redazione ha scritto 128 articoli su Latinoamerica.