A proposito di giustizia

febbraio 6, 2013

Il Presidente statunitense Obama è al suo secondo mandato; potrebbe, adesso, avere le mani più libere per adempiere ad alcune delle promesse fatte in campagna elettorale e rimuovere finalmente le disposizioni che violano il rispetto dei diritti umani e le norme che tutelano i cittadini nordamericani e del resto del mondo che il presidente Bush ha introdotto all’indomani dell’ 11 settembre del 2001.
Purtroppo, però, non si vedono molti passi avanti in questo delicato settore. A Guantánamo è cominciato in questi giorni il processo contro Jalid Sheij Mohamed, accusato di essere il cervello degli attacchi alle Torri Gemelle, il che significa che quella basa continua a mantenere le sue funzioni di carcere extra territoriale per 166 detenuti, dodici anni dopo la sua apertura. Si direbbe, al contrario, che l’impegno di chiudere quel carcere, sia sempre meno prioritario per il presidente Obama, se è vero che nelle settimane scorse il Dipartimento di Stato ha chiuso l’ufficio incaricato di gestirne la chiusura mentre il responsabile Daniel Fried è stato spostato ad un altro incarico e non è stato sostituito da un altro inviato speciale. Queste notizie contrastano con le dichiarazioni del portavoce della Casa Bianca, Jay Carney che, proprio la settimana scorsa ha rinnovato l’impegno del governo a chiudere la prigione di Guantánamo come Obama si era impegnato a fare appena eletto nel 2009.
Dubitare della serietà di quella promessa è lecito se è vero quel che ha raccontato il canale televisivo NBC divulgando un documento di 16 pagine del Dipartimento di Giustizia in cui viene fornita la giustificazione legale per l’eliminazione di cittadini nordamericani all’estero. Per quanto il solito portavoce Jay Carney abbia dichiarato che il presidente Obama è molto attento a rispettare la Costituzione nelle azioni rivolte contro il terrorismo, la verità è che –pressato dagli interrogativi di alcuni membri dei Comitati di Giustizia e Intelligenza del Senato- il Dipartimento di Giustizia, nel 2011, ha fornito un documento (più ampio delle 16 pagine che lo riassumono adesso rese pubbliche dalla NBC) in cui si sostiene che, poiché Al Qaeda prepara in maniera continua e senza sosta attacchi terroristi contro gli Stati Uniti, il Governo non ha bisogno di prove concrete per agire.
Il casus belli è l’eliminazione, attraverso un aereo non pilotato (un micidiale drone), di Anwar Al Aulaki, cittadino statunitense, ancorché predicatore della Jihad e rifugiato in Yemen. Insieme a lui sono morti altri due cittadini statunitensi oltre al figlio sedicenne del predicatore, anche lui cittadino nordamericano.
Secondo molte organizzazioni per i diritti umani degli Stati Uniti, si è trattato di un’esecuzione extra giudiziaria per cui hanno denunciato il governo esigendo di conoscere il memorandum che regola questo tipo di operazioni. L’amministrazione di Obama ha fatto orecchie da mercante ma adesso che quel testo è finito nelle mani del giornalista Michael Isikoff della NBC, al portavoce Carney non è rimasto che sostenere che “questi attacchi sono legali, sono etici e sono intelligenti”, tirandosi naturalmente addosso l’ovvia domanda: “Il figlio di 16 anni di Aulaki, ucciso dal drone, era anche lui un terrorista che faceva pensare ad un attacco imminente?”
La Casa Bianca non può cavarsela con la semplice affermazione che l’Amministrazione fa molta attenzione nel momento di decidere chi e in che momento va attaccato”.
Il caso di Aulaki suscita interrogativi e per fortuna induce organizzazioni, gruppi per i diritti civili, congressisti perché si tratta di cittadini statunitensi. Ma chi potrà chiedere ragione alla Casa Bianca per tutto quel che succede con i cittadini del resto del mondo?


Articolo di Alessandra Riccio

Alessandra Riccio ha scritto 173 articoli su Latinoamerica.