Qualche se e qualche ma per Obama

novembre 10, 2012

Nel tripudio di ovazioni per la vittoria di Obama e per il suo secondo mandato che ci risparmia gli orrori di un’amministrazione diretta da Mitt Romney, mi hanno colpito le voci di due importanti intellettuali latinoamericani che hanno vissuto i tragici eventi che hanno segnato il Cono Sud negli anni settanta e ottanta del secolo scorso. Juan Gelma, argentino, poeta, militante montonero, ha avuto la tragica esperienza di un figlio desaparecido insieme alla sua compagna in stato di gravidanza. Ha anche avuto la costanza di ricercare la nipote, nata in cattività e affidata poi a una coppia uruguayana finché, insieme alle eroiche “abuelas”, ha potuto rintracciare quella giovane donna, figlia di suo figlio. Da molti anni vive a Città del Messico.
Ariel Dorfman, cileno, esiliato dopo il golpe di Pinochet,  è un sociologo, ha scritto anche per il teatro ed è autore de La morte e la fanciulla da cui Polansky ha tratto un celebre film. Vive negli Stati Uniti dove insegna all’Università.
Ricordando gli anni della sua militanza in Cile e della sua partecipazione alle campagne per le presidenziali in cui era candidato Salvador Allende, Dorfman racconta di aver partecipato, insieme alla moglie, ad una propaganda porta a porta per la rielezione di Obama, convinto che l’errore più grande del Presidente degli Stati Uniti sia stato l’aver dimenticato le voci di chi lo aveva votato con la speranza che con lui sarebbe stato possibile operare cambiamenti significativi in un paese retto da una plutocrazia e paralizzato da un sistema politico non funzionale. Per quanto deluso, questo popolo torna a chiedere al Presidente rieletto di fare caso alla lezione che questa tornata elettorale gli ha dato. Dorfman rivolge, per questo un augurio: “Speriamo che ogni giorno, prima di cominciare la sua ardua giornata alla Casa Bianca, voglia ripercorrere, almeno mentalmente e magari nel suo cuore, i milioni di porte che lo stanno aspettando, che si sono aperte come una tormenta dolce in queste elezioni e che si riapriranno ogni volta per dargli un benvenuto di vento e sole se sarà disposto a viaggiare con i suoi concittadini verso un mondo più giusto e bello” (El País, 10.11.12).
Juan Gelman, in un artcolo sul quotidiano argentino “Página12” si occupa, invece, della politica internazionale e non risparmia le sue critiche: Obama non ha fatto altro che continuare e perfezionare l’infausta politica di Bush, una politica di guerra destinata a dominare il mondo intero e con le politiche interne necessarie. Gelman ha ricordato –con pieno diritto- che Obama ha istituzionalizzato negli ultimi due anni una lista di presunti terroristi da sequestrare o assassinare dentro e fuori dagli Stati Uniti. Cita un articolo del Washington Post dove compare la dichiarazione di un funzionario del Governo Obama che sostiene la necessità per il paese di ricorrere a questi metodi fuorilegge o al di sopra della legge affermando che: “la routine per un tempo indeterminato dell’esecuzione di individui sospetti di terrorismo e di uomin a loro i vicini … è etica, morale, legale e efficace”. Se Romney avesse vinto –commenta Gelman- paradossalmente avrebbe dovuto ringraziare Obama per avergli risparmiato un sacco di lavoro nel compito di proseguire una guerra senza fine.
Le dimissioni intempestive del generale Petreus, il capo della temibile CIA, all’indomani della rielezione, potrebbe indicare che fra quella temibile e nefasta Agenzia di Intelligence e il Presidente rieletto le acque si stanno agitando.


Articolo di Alessandra Riccio

Alessandra Riccio ha scritto 173 articoli su Latinoamerica.