E Cuba aspettò invano il nuovo inizio

ottobre 29, 2012

Questa notizia non la trovate su nessun giornale,  né grande né piccolo, e per questo la diamo noi. Non lo sa nessuno, appunto, ma non più tardi dello scorso giugno una grande banca olandese, la Ing, ha ricevuto una multa stratosferica di 619 milioni di dollari, la più alta dall’inizio dell’embargo contro Cuba, come penale per aver commesso un delitto inaudito. Quello di aver effettuato transazioni finanziarie nientemeno con Cuba medesima, il Paese Proibito. Lo ha fatto scelleratamente tramite le sue filiali in Belgio e in Francia; lo ha fatto incredibilmente disobbedendo all’Ofac, il temibile Ufficio del Dipartimento del Tesoro di Washington, incaricato di vigilare sugli scambi commerciali internazionali verso i cubani.
Pugno di ferro. La Ing, colpevole di avere infranto le regole tra il 2002 e il 2007, ha dovuto pagare, non solo, ma anche interrompere a capo chino tutti i suoi rapporti con Cuba. Ora e per sempre.
«Così Washington ha proibito ad una banca europea ogni transazione commerciale con Cuba», scrive il Granma internacional, dal quale abbiamo preso la notizia (da dove, se no…). E che così prosegue, riportando il comunicato ufficiale del governo cubano: «Adam Szunin, direttore dell’Ofac, ha approfittato dell’occasione per “avvertire” le imprese straniere che hanno relazioni commerciali con Cuba. Questa multa “dovrebbe servire – ha detto – come un chiaro avviso per tutti coloro che pensano di avvantaggiarsi evadendo le sanzioni degli Stati Uniti”»; con ciò confermando «che Washington continuerà ad applicare le sue misure extraterritoriali».
Né la banca olandese è l’unica ad assaggiare i denti d’acciaio dell’Imperio, come lo chiama Castro. La grande Ericsson, proprio lei, la multinazionale svedese delle telecomunicazioni, «ha dovuto pagare una multa di 1,75 milioni di dollari per avere riparato, mediante le sue filiali di Panama, strumenti cubani per un totale di 320 mila dollari». Tre dipendenti, implicati nel “reato”, sono stati licenziati.
E, non più tardi del 10 luglio scorso, «il Dipartimento del Tesoro ha inflitto una multa di 1,35 milioni di dollari all’azienda statunitense “Great Western Malting Co”, per aver venduto, tra l’agosto del 2006 e il marzo del 2009, farina di ceci a Cuba mediante una delle sue filiali straniere». Sanzione comminata con totale prepotenza, alla faccia del «diritto internazionale umanitario che proibisce ogni tipo di embargo sulle materie prime alimentari e sui medicinali, anche in tempo di guerra».
In Francia, i distinti signori Mano Giardini e Valerie Adily, direttori dell’agenzia di viaggi statunitense “Carlson Wagonlit Travel” (CWT), sono stati licenziati «per avere venduto pacchetti turistici con destinazione Cuba».
E si deve aggiungere anche che quei grandi esportatori (segnatamente a mezzo droni) di libertà e democrazia che sono gli Yankee, hanno imposto a Google di interdire ai cubani l’uso di determinate funzioni, quali «Google Analytics, Google Earth, Google Desktop Search, Google Toolbar, Google Adsense, privando così Cuba dell’accesso a queste nuove tecnologie e a numerosi prodotti scaricabili».
Naturalmente i cubani hanno chiesto spiegazioni alla rappresentante di Google sull’Isola, Christine Chen; e lei molto gentilmente ha spiegato: «Lo abbiamo messo per scritto tra le nostre precise condizioni: non si può usare Google Analystics  nei paesi sottoposti a embarghi».
Niente ceci e niente servizi digitali a Cuba; e anche niente fibra ottica per internet (Washington tassativamente proibisce all’Avana l’uso dei suoi cavi). Tuttavia, la generosità dell’Imperio è sempre grande. Infatti,  il solito Dipartimento di Stato ha appena annunciato che «devolverà 20 milioni di dollari ad attivisti dei diritti umani, intellettuali e giornalisti indipendenti “con il fine di diffondere nell’isola, tra l’altro, anche la democrazia digitale”». Grazie, Cia.
Gli avevano creduto. Ci avevano creduto, i cubani. «L’arrivo al potere del presidente Obama, nel 2008, ha marcato una rottura di stile rispetto alla precedente amministrazione Bush», scrive il Granma. E una volta eletto, il neo-presidente Usa «ha dichiarato la sua volontà di “cercare un nuovo inizio con Cuba”». Se le ricordano, quelle parole del candidato Obama: «Credo che potremo incamminare le relazioni tra gli Usa e Cuba verso una nuova direzione e iniziare un nuovo capitolo di avvicinamento che continuerà durante tutto il mio mandato».
Rammaricandosi per le drastiche restrizioni imposte sui viaggi all’Isla, causa di «un impatto fortemente negativo per il popolo cubano»,  l’avevano anche sentito dire: «Concederò ai cubano-africani diritti illimitati per visitare i loro familiari e mandare denaro sull’isola».
Su questo ha mantenuto la parola, riconoscono i cubani: nel 2009, dopo la sua elezione, le limitazioni sono cadute e i cubano-americani possono persino mandare a casa tutte le rimesse che vogliono, non solo i miseri 100 dollari al mese prima consentiti. Ma niente di più. Di “nuovo inizio” nemmeno l’ombra. E l’embargo è rimasto quello. Quello peggiorato nel 1996 dalla legge Helms-Burton, l’Act che impone l’extraterritorialità del bloqueo. E che cioè lo rende ancora più pesante e strangolatore, stabilendo che gli Usa ritireranno tutti i finanziamenti a tutte le organizzazioni internazionali che violeranno il blocco; e altresì annulleranno le importazioni verso quei paesi che effettueranno traffici con Cuba.
E’ la legge unanimamente considerata illegittima dal diritto internazionale: essa infatti, oltre a contribuire a mantenere l’economia cubana in uno stadio di grave difficoltà, viola il diritto di autodeterminazione, la libertà degli scambi economici, il divieto di non ingerenza nelle questioni di sovranità interna.
Ma Obama l’ha lasciata lì. Tale e quale. La legge infame dei tempi di Bush.

Maria R. Calderoni
http://www.controlacrisi.org/notizia/Politica/2012/10/27/27624-e-cuba-aspetto-invano-il-nuovo-inizio/


Articolo di Redazione

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