Uribe: sette Paesi per sette basi contro l’America latina

agosto 7, 2009

Il presidente colombiano Álvaro Uribe sta realizzando un viaggio lampo in tutto il continente per giustificare la concessione del proprio governo di sette basi statunitensi che rappresentano un fucile puntato contro tutto il Continente ma soprattutto contro la leadership brasiliana. Uribe

A parte l’appoggio (misurato a onor del vero) del peruviano Alan García ha finora ottenuto solo la neutralità di Fernando Lugo e il dissenso, preoccupazione, rifiuto di tutti gli altri.La formula scelta è tipica del vortice di incontri bilaterali e multilaterali dell’America latina di questi anni. Il presidente colombiano Uribe non vuole partecipare al vertice di Unasur del prossimo 10 agosto a Quito, che si sarebbe trasformato in un processo che lo avrebbe visto sul banco degli imputati, ma preferisce affrontare un visibilissimo tour de force che in poco più di 48 ore lo porta in quasi tutto il continente a spiegare quello che non si può spiegare: perché ha scelto di trasformare la Colombia in una portaerei statunitense in un Continente oramai compatto nel rifiutare le ingerenze militari straniere e nel darsi strutture di difesa comuni.

Forse il più contundente nel criticare il suo ospite a Palazzo Quemado, a La Paz, è stato il boliviano Evo Morales. La visita è stata brevissima, gelida, senza conferenze stampa e nessun cittadino boliviano era presente ad applaudire il presidente di una nazione sorella come normalmente avviene quando a visitare la Bolivia sono capi di stato integrazionisti. Evo Morales ha comunicato al suo fugace ospite che “porteremo al vertice di Unasur una proposta di risoluzione per impedire che sul suolo latinoamericano possa accettarsi la presenza di militari stranieri armati”.

Evo ha ricordato come lui stesso in passato, e tutto il movimento contadino e indigeno boliviano, siano stati in passato perseguitati in patria da militari stranieri ma soprattutto ha mostrato la sua preoccupazione: “il foro per risolvere controversie di tipo militare è l’Unasur e temo che qualcuno proprio per questo stia tentando di spaccare Unasur”. L’assenza di Uribe al vertice di Quito è più che un indizio che Morales abbia ragione e che proprio il Consiglio sudamericano di Difesa, ovvero rendere autonoma e coordinata la difesa della regione, sia il bersaglio più chiaro dell’azione congiunta colombiano-statunitense.
Le parole di Morales contribuiscono a tracciare il quadro della questione. Gli Stati Uniti stessi, espulsi dall’Ecuador, dichiarano che utilizzeranno le basi “nella lotta al narcotraffico, nella logistica e nell’addestramento” non si sa bene di chi. Gli obbiettivi minacciosi del Pentagono sono stati duramente denunciati anche da un quotidiano non certo “chavista” come la “Fohla” di San Paolo, e ripropongono preoccupazioni di lungo termine dell’esercito brasiliano: l’aggressione contro l’Amazzonia, la più grande riserva di acqua potabile, biodiversità, legnami pregiati e minerali al mondo “da parte di un paese più forte militarmente e più ricco economicamente del Brasile”. Comunque lo si guardi dunque, da Caracas, Brasilia, La Paz, Quito o dalla più lontana e diplomaticamente periferica Buenos Aires, le sette basi statunitensi usano la Colombia come un fucile puntato sull’autonomia piena della regione, sull’integrazione del Continente ma soprattutto, anche se lo stolto tende a guardare il dito della guerra di parole Chávez-Uribe, contro la luna della leadership brasiliana.

Meno chiare, per non dire oscure, sono le ragioni di Bogotà per opporsi ad un’integrazione dalla quale l’economia colombiana ha molto da guadagnare. Nonostante le cattive relazioni con Quito e Caracas questi due paesi in nessun momento hanno dimostrato di essere una reale minaccia contro la Colombia e l’esercito di questo, comunque lo si guardi, è armato fino ai denti per combattere la minaccia della guerriglia. Proprio Caracas, e in subordine anche Quito, sono poi due fondamentali mercati di sbocco della più importante economia industriale dell’area e la Colombia ha più da perdere che guadagnare dal fomentare militarizzazione e tensione con i paesi vicini. Forse ha ragione allora la fulminante vignetta di Paz&Rudy su Página12 di oggi. Visto che Uribe è incapace di dibattere pubblicamente del tema e perciò non andrà a Quito, la Colombia ha ottime ragioni per concedere le basi ma queste “non sono state ancora tradotte dall’inglese”.

Comunque lo si guardi, con un linguaggio forse più consono a Evo o a Hugo Chávez che non a Lula o a Tabaré Vázquez le basi militari statunitensi rispondono ad una logica “imperialista”. Se il Comando Sud, che ha schierato la IV flotta nei Caraibi dopo mezzo secolo mostra questo attivismo è per passare alla controffensiva dopo anni di ritirata. Il Venezuela è circondato dal mare e dai monti e se dovesse cadere la retroguardia brasiliana anche un’offensiva militare contro l’anomalia chavista, diretta o per interposta persona come al tempo della guerra fredda, sarebbe possibile.

Soprattutto però tutto il laboratorio integrazionista latinoamericano va marcato stretto, i suoi passi concreti per dotarsi di strutture comuni anche nel campo della difesa vanno incessantemente messi sotto stress e se possibile fatti abortire. La risposta che verrà data a Quito misurerà la capacità della regione di reagire a questa nuova aggressione.

fonte www.gennarocarotenuto.it


Articolo di Gennaro Carotenuto

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