In Bolivia, ora

agosto 4, 2009

Alle 05:30 del mattino la BMW serie cinque, color grigio scuro, modello qualcheannofa, sfreccia, scortata da 5 jeep, tutte rigorosamente con i vetri oscurati, dalla residenza dei presidenti di Bolivia al palazzo del Governo. Le giornate del hermano Evo cominciano sempre presto, però oggi alle 7:00 il primo mandatario incontra lo squadrone degli Ambasciatori dell’Unione Europea, per parlare della preoccupante situazione del Paese. Ma in Europa, la colazione di questi signori non è più importante delle foto di Abel Mamani, conosciutissimo ministro dell’acqua, immortalato “seminudo” con una presunta prostituta, per le strade di El Alto (il Messaggero di Roma). Non sono neppure importanti le quattro morti di Sucre, nei giorni scorsi scenario di violenti scontri tra filogovernativi e movimenti civici dell’oriente boliviano, mentre, in un liceo militare, blindato dell’esercito, vedeva la luce la nuova Costituzione Politica dello Stato.

Ora, una carta magna non è roba che si fabbrica in due giorni ma sottintende un progetto politico che dovrebbe essere concertato e ampiamente condiviso. Ancora prima delle elezioni del dicembre 2005 tutte le forze politiche sapevano che avrebbero dovuto riformare lo stato. Toccò al governo di un presidente indio farsi carico di questa responsabilità e, nel contempo, cercare di correggere errori ed orrori di vent’anni di liberal-capitalismo fin troppo spregiudicato.
Con il 54% dei voti (e forse qualcuno di più) il candidato Evo Morales Ayma, forte dell’appoggio dei movimenti sociali, è stato il primo nella storia repubblicana a non dover aspettare il nulla osta del Senato che, da queste parti, può permettersi il lusso di scegliere il capo del governo se i candidati in lizza non raggiungono la maggioranza assoluta. Il MAS (Movimiento Al Socialismo), partito di governo, all’ indomani delle elezioni investe tutto sul processo costituente: uomini, strutturre e soldi (molti, anche venezuelani), come primo mattone per il cambio tanto agognato e sbandierato in campagna elettorale. A luglio 2006, mentre siamo tutti immersi nel seguire l’Italia campione del mondo, i boliviani vanno anche alle urne: eleggono costituenti campesinos, formati politicamente da anni di militanza sindacale e nei corsi di ONG europee, della stessa Caritas e dai gesuiti di CIPCA (Centro de Investigación y Apoyo al Campesinado). Ma ci sono anche professionisti ed imprenditori. Insomma, il MAS non ottiene i 2/3 di seggi che gli permetterebbero di approvare un testo costituzionale a sua immagine e somiglianza, senza ostacoli. Le forze si sono riequilibrate rispetto alle presidenziali ed il governo deve pensare ad un coktail non tutto suo.

Si cominciano i lavori e le negoziazioni. A fare da mediatore, dietro le quinte ma non troppo, è il vicepresidente Alvaro Garcia Linera che vanta una lunga esperienza di lotte politiche, anni di carcere durante la dittatura ed è uno dei più interessanti intellettuali di sinistra del Paese che da sempre abbraccia il filone indigenista-troskista. Uno che ha letteralmente smontato, con l’educazione e la riverenza che si riserva ai vecchi professori sul finale della carriera, un Toni Negri affaticato, di passaggio a La Paz.
Nelle teste pensanti del MAS esistono modelli chiari e pragmatici. Prima di tutto c’è un modello economico denominato collettivismo indigeno, tipico dell’altipiano, che sposa molto del socialismo del XXI° secolo sbandierato dal sig. Hugo Chavez ma che, fortunatamente, tiene una sua originalità di stampo indigenista. Lo schema strutturale è di trasformare Bolivia in una nazione di nazioni (estado plurinacional) più simile ad una confederazione di ayllus: unità familiari etniche, sociali e culturali prima che economiche legate alle risorse naturali, al culto degli antichi progenitori e alla tradizionale cosmovisione dell’altipiano. Cose che né lo Stato né la Chiesa sono mai riusciti -e forse non hanno mai voluto- sradicare completamente. Quello che noi, antropologicamente elefanti, chiameremmo villaggi. Villaggi che nella Costituzione hanno diritti originari e doveri di sostenibilità futura sulle proprie terre e sulle risorse ivi contenute.

Il modello masista è di uno stato forte, cosa che attualmente non si può dire della repubblica presidenziale di Bolivia, in grado di integrarsi con il mondo, la società e la giustizia preispanici, ma soprattutto controllare i dipartimenti e le loro pulsioni autonomiste.
C’è una idea stile anni ’60 dello sviluppo, forse per alcuni vetusto e marxianamente anacronistico. Ma c’è! Il rinato Ministero dello Sviluppo nel corso del 2007 presenta il Plan Nacional de Desarrollo (PND), strumento di pianificazione strategica socio-economica di medio periodo che esplicita la voglia di vivir bien dei boliviani. Rappresenta un segnale chiaro di come il governo voglia riappropriarsi delle risorse per garantire una vita degna ai 9 milioni di cittadini. Tutto abbastanza coerente con le presunte nazionalizzazioni di idrocarburi, il controllo dellle imprese che gestiscono l’acqua e delle ONG, soprattutto le nordamericane, che lavorano molto liberamente sul territorio nazionale.

Dall’altra parte dei banchi dell’Assemblea e del Parlamento vive, o sopravvive, un’opposizione priva di idee e modelli, che trova compattezza solo nelle richieste di autonomia dei dipartimenti. Ed è proprio dai prefetti non allineati con il Governo (sei su nove) a venire la vera opposizione. Hanno un brutale atteggiamento da gran signori intransigenti! Non mollano su niente, e riescono, a suon di dichiarazioni, pagine comprate sui quotidiani e proteste, a cambiare l’opinone di alcuni e ad avere concessioni dalla maggioranza. Riescono a rallentare, ritardare e modificare il regolamento sul tema dell’approvazione degli articoli: si vota tutto con i 2/3 dell’assemblea, capitolo per capitolo. Ottengono dei buoni risultati sul tema autonomia, appoggiati dalle oligarchie economiche di Santa Cruz che, senza molto contegno, fondano, guidano e foraggiano i cosiddetti comitati civici delle regioni orientali, della cosiddetta medialuna produttiva.

Poi, qualche mese fa, comincia ad emergere un argomento che non doveva essere tema di discussione dei Costituenti: quale sarà la capitale della nuova Bolivia. Nasce quasi in sordina ma poi, come un temporale, si fa largo nei media; la tranquilla gente di Sucre si trasforma in una masnada infuriata che non cede ma chiede insistentemente che le strutture repubblicane facciano ritorno all’anticha capitale che le perse con il sangue, alla fine del XIX° secolo. Invocando la “¡CAPITALIA PLENA!”. La Paz e soprattutto la gente dell’Altipiano non sentono, anzi si arroccano nel forte di El Alto e convocano un gigantesco cabildo (assemblea popolare originaria con potere decisionale), che ribadisce “¡¡¡LA SEDE NO SE MUOVE!!!”
Siamo a luglio e nel frattempo la Costituente, che dovrebbe concludere i lavori in un mese, chiede una proroga di centoventi giorni per discutere tutti gli articoli, in ritardo come tutte le cose in Bolivia, per il troppo tempo sprecato nell’approvazione del regolamento interno.

Arriviamo alla scorsa settimana. In vista del termine per l’approvazione della Carta Magna (15 dicembre), in una corsa contro il tempo e una carica contro l’opposizione, il MAS e alcuni non ben identificati alleati si riuniscono in plenaria sabato 3 novembre, a Sucre, con un’Assemblea protetta dalle truppe ma con un quorum che, da regolamento, permette di legiferare. Presentano un testo, modificano il regolamento interno con il solo fine di accelerare i tempi di discussione dei singoli articoli, approvano tutto, mentre in città scoppiano tafferugli, la polizia abbandona la città, si forma un comitato civico interistituzionale di sicurezza cittadina, le agenzie di sorveglianza sono pagate per fare le ronde e, negli scontri tra masistas e civicos, rimangono uccise quattro persone: tre giovani e un poliziotto. Il fatto è che nessuno sa chi ha ucciso chi: da una parte i tre ragazzi sono stati feriti mortalmente da proiettili non in dotazione alle forze dell’ordine mentre dall’altra il poliziotto prima viene linciato e poi, secondo quanto riportano gli affidabili mezzi di comunicazione, cade, quasi accidentalmene, colpito da una pallottola vagante.

Natale è alle porte, a La Paz gli intellettuali vanno alla nuovissima e fiammante cinemateca, alcuni vanno a teatro ad assaporare un Romeo e Giulietta non proprio ortodosso ma molto aspramente adolescente e boliviano. La gente comune fa acquisti al mercato nero, qualcuno parla di pacificazione mentre il MAS in Avvento vuole giocarsi le calze di San Nicolò e le mutande a tutto o niente. E, purtroppo, è un gioco che alla sinistra boliviana non ha mai regalato vittorie, ma una scia di brutte figure e martiri. Gli scenari che analisti e giornalisti da quattro soldi fanno raggiungono l’assurdo. Quello più plausibile è di settimane di scioperi e proteste sulle strade, a partire dalla settimana dell’immacolata. Poi, ad approvazione della Costituzione “del Presidente Evo” avvenuta, scontri e scaramucce nella parte orientale del Paese che, in un crescere di risentimenti, porteranno inevitabilmente ad una guerra civile dai risultati incerti.

Oggi (domenica N.d.r.) in Venezuela si è votato e anche questo può influire sul futuro di Bolivia.
Nel frattempo sono cominciate le piogge, forti, con i contadini che devono seminare e questa, più della Costituente, più dei pronostici e dei referendum pro-Chavez, è una variabile significativa in una società legata ancora ai ritmi della madre terra. Nel tempo della globalizzazione e del cambio climatico, che dovrebbero legare e connettere ogni punto del Pianeta economicamente ed ecologicamente, la pioggia che cade qui non è molto importante per i giornalisti dell’ emisfero settentrionale e, di conseguenza, neppure per voi. Ma la colpa non è vostra.

fonte A cura del C.V.C.S. (Centro Volontari Cooperazione allo Sviluppo) Calle Federico Zuazo, 1553 La Paz – BOLIVIA


Articolo di Ivan Snidero (agronomo e cooperante in Bolivia da 2006)

Ivan Snidero (agronomo e cooperante in Bolivia da 2006) ha scritto 1 articoli su Latinoamerica.


Ivan Snidero (agronomo e cooperante in Bolivia da 2006)