“El Paìs”

agosto 1, 2009

Per aggiornarsi quotidianamente sulle principali notizie sull’America Latina è pressoché inutile sfogliare i quotidiani italiani, bisogna leggere “El País”, il grande quotidiano di Madrid del Gruppo Prisa che –sulla scia della nostra “Repubblica”- nel dopo dittatura ha svolto un importante ruolo di democratizzazione e di apertura informativa. Ma verso l’America Latina è molto, troppo cauto e conservatore. I titoli di oggi, 26 maggio, strillano quattro notizie da cui trapela una posizione molto cauta e avversa nei riguardi di alcune di quelle repubbliche impegnate in grandi cambiamenti socio-politici, a cominciare dalla Bolivia e il Venezuela.
In Bolivia, Evo Morales ha festeggiato l’inizio delle celebrazioni del bicentenario dell’indipendenza recandosi in un piccolo villaggio, luogo natale di un’eroina di quelle battaglie, a ricordare che non di civilizzazione si è trattato, ma di un’invasione da parte della Spagna verso territori liberi, sovrani e abitati. A Sucre, intanto, le disobbedienti autorità degli stati ribelli di Santa Cruz, Beni e Tarija (bianchi, ricchi e razzisti) organizzavano la loro celebrazione dimenticano naturalmente la componente indigena nella ribellione alla Spagna. La nota di “El País” ci parla di un paese diviso ma dimentica di dire che, alla prova elettorale, è Morales il presidente scelto dalla maggioranza del popolo boliviano.


In Venezuela, frattanto, Alvaro Vargas Llosa, il figlio del noto scrittore peruviano, ha fatto un can- can con ampio riscontro mediatico, accusando le autorità aeroportuali di Caracas di averlo fatto aspettare due ore e di averlo maltrattato ingiungendogli di non osare parlare male del Presidente Chávez partecipando al forum su democrazia, libertà e fame nel mondo(!), un incontro che ha riunito il fior fiore della destra latinoamericana a Caracas. Le autorità venezuelane hanno prontamente smentito le dichiarazioni di Alvaro Vargas Llosa al quale mi piacerebbe chiedere se gli è mai capitato di atterrare in un aeroporto statunitense dopo l’11 settembre.
Il Presidente del Messico, Calderón, dice “El País” ha rivolto un appello agli intellettuali e artisti del paese per aprire una campagna che favorisca il ritorno del turismo in Messico, allontanato dal pericolo di pandemia dell’influenza suina. Curioso: il Messico che è uno dei paesi più violenti del mondo, dove i cartelli del narcotraffico la fanno da padroni; il paese che ha vissuto l’incubo oscuro e terrificante dei “feminicidios”, l’assassinio di migliaia di donne nel nord del paese; il paese con un tasso di omicidi di giornalisti fra i più alti, si rivolge ai suoi uomini e donne migliori solo adesso e dopo aver negato colpevolmente l’esistenza dell’epidemia fino a che ha potuto nasconderla.
Intanto chi si era illuso che Obama avrebbe modificato sostanzialmente la politica di chiusura assoluta degli Stati Uniti verso Cuba, dovrà purtroppo disilludersi: l’ingresso di Cuba nell’Organizzazione degli Stati Americani, richiesta a gran voce dalla maggioranza dei presidenti nel Vertice di Puerto España a Trinidad Tobago, non è in agenda. Anzi, la stessa Hillary Clinton dichiara che –per rispetto alle norme di democrazia dell’organizzazione- Cuba non può entrare a farne parte. Il grande quotidiano di Madrid, però, non ricorda ai suoi lettori che questa difesa della purezza democratica dell’OSA non è valsa, negli anni, né per Trujillo, né per Somoza e tantomeno per Pinochet.

Articolo di Redazione

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