Juan Gelman e l’Honduras

agosto 21, 2009
Juan Gelman e l’Honduras

Certo l’Honduras non è un paese importante come l’Iran e sul suo destino non c’è da sprecare troppe parole, tuttavia quello che accade in quel piccolo, insignificante paese è simbolicamente esemplare. Un golpe brutale ha spazzato via il Presidente eletto. Il suo ritorno è stato impedito in maniera spettacolare obbligando l’aeroplano che tentava di riportarlo in patria a rischiose acrobazie. Nonostante l’unanimità della condanna ai golpisti, nessun gesto concreto è stato effettuato per metterli alle strette, anzi.

Il poeta Juan Gelman, una delle voci più autorevoli dell’America Latina, egli stesso colpito nella maniera più dolorosa dal golpe militare nella sua Argentina negli anni settanta, scrive in maniera chiara e semplice alcune verità che sarà bene ricordare.

Juan Gelman

Sapevano del golpe (quelli della Casa Bianca)…e hanno dato un aiutino

La Casa Bianca sapeva già da qualche mese del golpe che si stava preparando in Honduras, anche se adesso i portavoce del Dipartimento di Stato fingono un’innocente sorpresa. L’attuale ambasciatore statunitense a Tegucigalpa, Hugo Llorens, lo sa molto bene: il 12 settembre 2008 ha preso servizio nel paese centroamericano e nove giorni dopo, l’attuale generale golpista Romeo Vázquez dichiarava all’emittente HRN che lo avevano cercato “per cacciare dal Governo il presidente Manuel Zelaya Rosales” (www.proceso.hn, 21-9-08). Ed ha aggiunto: “Siamo un’istituzione seria e rispettosa, per cui rispettiamo il Signor Presidente come nostro Comandante Generale e ci subordiniamo come comanda la legge”. Proprio come Pinochet prima di ribellarsi contro Salvador Allende. Ogni riferimento non è altro che frutto della realtà.
Il due giugno di quest’anno, Hillary Clinton è andata in Honduras per prendere parte a una riunione dell’OSA. Si è incontrata con Zelaya e gli ha fatto presente di non essere d’accordo sul referendum che il Presidente intendeva portare avanti in concomitanza con le prossime elezioni presidenziali. Dei funzionari nordamericani hanno dichiarato di “non credere che quel plebiscito fosse costituzionale” (The New York Times, 30.6.09). Sei giorni prima del golpe, il quotidiano honduregno “La Prensa” informava che l’ambasciatore Llorens aveva incontrato alcuni politici influenti e dei capi militari “per cercare una soluzione alla crisi” causata dal referendum (www.laprensahn.com 22.6.09). La “soluzione” che hanno trovato è nota.
E’ difficile supporre che i comandi militari dell’Honduras, armati dal Pentagono e formati alla Scuola delle Americhe, che ha insegnato a tanti dittatori latinoamericani come farlo, si siano mossi senza l’accordo dei loro mentori. D’altra parte, i golpisti non hanno nascosto le ragioni del loro gesto: Zelaya si stava avvicinando troppo al “comunista” Chávez, il venezuelano più odiato dalla Casa Bianca: a luglio del 2008, sotto il suo mandato, l’Honduras aveva aderito alla Alleanza Bolivariana per i Popoli della Nostra America (ALBA), il nuovo “asse del male” in America Latina. Un po’ troppo, vero?
Davvero troppo, perché l’Honduras è un territorio strategico per il Pentagono che, dalla base di Soto Cano, dove stazionano effettivi delle forze aeree e della fanteria statunitense, non solo domina l’America Centrale: questa vera e propria enclave è fondamentale nello schema militare degli Stati Uniti per una regione ricca di risorse naturali. Pur non avendo toccato gli interessi delle corporazioni straniere né dei detentori locali del potere economico, Zelaya costituiva un pericolo di “destabilizzazione”. Bisogna ricordare anche che il referendum sulla convocazione o non convocazione di un’Assemblea Costituente che avrebbe potuto permettere la rielezione di Zelaya, non era vincolante. Nessuno, a Washington, si era inquietato per la riforma costituzionale che ha permesso in Colombia la rielezione di Alvaro Uribe, grande alleato degli Stati Uniti, che non era stata nemmeno sottoposta a plebiscito. Il fatto è che una cosa è una cosa e un’altra cosa è un’altra cosa.
I golpisti honduregni sono impresentabili. Il generale Romero Vásquez Velásquez, cacciato da Zelaya, ritornato con il golpe e autore del sequestro e dell’espulsione del Presidente, ha soggiornato nelle patrie galere nel 1993 insieme con altri dieci membri di una banda accusata di rubare 200 auto di lusso (www.elheraldo.hn, 2.2.93). All’epoca era un maggiore dell’esercito; come generale adesso si è messo a rubare un Governo eletto dalle urne. Un altro personaggio impresentabile è il ministro Billy Joya, che non fa onore al suo cognome –vuole dire gioiello- (oppure si, secondoi punti di vista): è stato il capo della divisione tattica del battaglione B3-16, lo squadrone della morte honduregno che ha torturato e fatto scomparire numerose persone negli anni ottanta. Il “dottor Arrazola” –uno dei suoi nomi di battaglia- è un esperto in materia: ha studiato i metodi delle dittature argentina e cilena (www.michelcollon.info, 7-7-09). Sono antecedenti noti, nonostante i quali, o forse proprio per questo, è stato scelto per far parte del regime golpista, davvero molto democratico.
La repressione in Honduras continua. Giovedì della scorsa settimana è stato arrestato il padre di Isis Obed Murillo, il giovane di 19 anni assassinato dall’esercito all’aereoporto di Tegucigalpa: aveva avuto l’idea peregrina di esigere pubblicamente giustizia per suo figlio (www.wsws.org, 11-7-09). I salvatori della democrazia hanno espulso i giornalisti dell’Associated Press, hanno fatto scomparire dagli schermi il Canale 21 mentre soldati armati hanno occupato il canale 36 (Miami Herald, 1-7-09). Si tratta del concetto di libertà di stampa che caratterizza i golpisti.
La Casa Bianca si mantiene blanda verso quello che ha qualificato come un “atto illegale”. Hillary si rifiuta di chiamarlo “colpo di Stato” perché ciò comporterebbe automaticamente la fine degli aiuti economici e militari statunitensi in Honduras. Le conversazioni per una soluzione pacifica che si stanno tenendo in Costarica in cui opera come mediatore il Presidente Oscar Arias su richiesta di Obama, sono una farsa. Ma hanno un lato importante: comportano un riconoscimento ufficioso del regime imposto. Arias ha già dichiarato che tratterà da “presidente” sia il golpista Micheletti che il Presidente eletto nelle urne e poi deposto. Questo significa davvero essere equanimi!
(Telesur, 18-7-09)


Articolo di Alessandra Riccio

Alessandra Riccio ha scritto 173 articoli su Latinoamerica.


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